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"Signs", i cerchi nel grano e il brycolì

di Valerio Evangelisti (da Robot n. 45)

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Se dovessi elencare, in ordine sparso, i miei film di fantascienza preferiti, citerei Brazil, Alien, Gattaca, Dark City, Cube, Matrix, Blade Runner, Il 13° piano e qualche decina d’altri, inclusi i classici di George Pal, Roger Corman, Jack Arnold e Byron Haskin. Ma se mi fosse chiesto di citare il vertice assoluto, per quanto riguarda il rapporto costi / rendimenti, non avrei dubbi: Signs, ecco il capolavoro.
Si sa che una struttura sintattica tipica del cinema è l’elisione: segmenti di narrazione che nella pagina scritta dovrebbero essere esposti per intero, nel cinema (e in parte anche nel fumetto) possono venire sostituiti da brevi scene che condensano la totalità della vicenda in atto.

Così, per fare un esempio tra i più celebri, ne La corazzata Potemkin di Eisenstein il regista, invece di mostrarci pedissequamente l’assalto delle truppe zariste contro i manifestanti radunati sulla scalinata di Odessa, sintetizza la tragedia in pochi fotogrammi di alto valore simbolico: gli stivali dei soldati che battono sui gradini, gli occhiali frantumati di una donna anziana, una carrozzina sfuggita di mano a una madre che scivola sobbalzante lungo la scalinata. E’ il celebrato montaggio analogico.
Ebbene, Night Shyamalan, regista di Signs, batte Eisenstein in potenza di sintesi. Tema del film, lo ricordo ai pochi che non l’avessero visto, sono i noti “cerchi sul grano”. Essi sarebbero, secondo Night Shyamalan e un buon numero di ufologi, segnali tracciati da esseri alieni in vista di un’invasione della terra. E infatti nel film l’invasione ha luogo sul serio, scongiurata solo da un evento naturale che per il momento non rivelerò, e che gli extraterrestri non avevano messo in conto (un po’ come certe soluzioni di comodo nelle pellicole degli anni ’50 e ’60, tipo i microbi ne La guerra dei mondi, già presenti nel romanzo di Wells ma rivisitati in chiave mistica, o il diretto intervento di Dio ne Il giorno dei trifidi).
Anche in Signs Dio interviene, tanto che Mel Gibson, pastore che aveva perso la fede dopo la morte della moglie, la riacquista. “La c’è la Provvidenza!”, esclamerebbe, se avesse letto Manzoni. Per forza. Ha visto migliaia e migliaia di creature immonde mettere le loro manacce viscide sul nostro pianeta, pronte a farlo proprio.
Be’, per essere precisi, Gibson di creature ne ha vista una, e di manacce immonde due. Così lo spettatore. Il fatto è che, quale scorciatoia per evitare inutili complicazioni narrative, il regista si è ben guardato dal mettere in scena l’atroce invasione. Semplicemente, ha fatto in modo che il pastore in crisi (e con lui lo spettatore) sappia dell’invasione attraverso la tv. Dopodiché, il procedimento analogico permette di individuare nel mostro entrato in casa, ferocissimo e fortissimo (benché disarmato e sensibile ai cazzotti), l’avanguardia – anzi, nel nostro caso, la retroguardia – degli alieni all’assalto del mondo.
Se prima di Night Shyamalan avessimo avuto registi altrettanto geniali, si sarebbero evitati sprechi ingiustificati. Prendiamo Via col vento. A che pro mobilitare masse intere di comparse vestite da nordisti e sudisti? Il film sarebbe stato molto più fluido, e meno costoso, se Rossella O’Hara avesse seguito le vicende della guerra civile leggendo ad alta voce il Baltimora Sun. Poi un unico sudista, confrontato a un unico nordista, avrebbe sintetizzato l’essenza della guerra di secessione.
Ma non è necessario scostarsi dal campo della fantascienza per trovare infrazioni altrettanto gravi alle regole del risparmio ergonomico. Consideriamo Guerre stellari, il primo, divenuto ora il quarto a causa di tre boiate che George Lucas ha deciso di mettergli davanti. Bastava ricorrere a un semplice espediente, tipo prolungare di poche decine di migliaia di parole il riassunto iniziale delle vicende di Repubblica e Impero, per risparmiare tempo, pellicola e altre risorse. Quindi far vedere una singola astronave che spara contro la Morte Nera, e quest’ultima che vola in pezzi. Per dilungarsi un poco, magari, sulla cerimonia finale di premiazione. Purtroppo George Lucas non aveva a quel tempo il talento di Night Shyamalan (oggi magari sì) e padroneggiava male la tecnica cinematografica dell’elisione.
Tornando a Signs mi immagino già le obiezioni dei detrattori. E’ comodo, diranno costoro nella loro insipienza, fare riferire da un televisore quello che dovrebbe essere l’episodio fondamentale del film! Si risparmia sugli effetti speciali per tirchieria (visto che la produzione è discretamente ricca), ma così si impoverisce la pellicola, rendendola una specie di Alien formato condominiale, pieno zeppo di sentimenti tanto buoni quanto stucchevoli.
Alla dabbenaggine di coloro che trovano Signs un film idiota e ai limiti del comico, è facile replicare. Essi trascurano che la famigliola (il pastore, un bambino e una bambina) al centro della storia segue sì la tragedia in atto su un divano, però con un imbuto in testa. Non rivelerò il perché di quell’imbuto rivestito di carta stagnola, ideato dal gentile bambino figlio del pastore, reso infelice dalle scelte del padre e dalla morte della madre (in pratica, il tipo di bambino americano che la parte peggiore degli spettatori vorrebbe vedere fatto a pezzi dagli extraterrestri tra urla e spruzzi di sangue; cosa che però non capita mai). In effetti, al singolare copricapo non va cercato un senso preciso, ammesso che lo abbia. E’ la scena in sé che va assaporata in tutto il suo surrealismo, zeppo di significati simbolici. Io però una spiegazione la tento lo stesso.
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E’ in vendita, nei cataloghi D-Mail (una ditta che offre per corrispondenza, o via Internet, aggeggi bizzarri), un oggetto chiamato Brycolì. Si tratta in pratica di un imbuto di cartone, che consente alle donne di soddisfare il desiderio che domina da sempre le loro vite: quello di orinare stando in piedi. Sebbene non sia detto, ciò permette di superare quello che Adler chiamava il “complesso di castrazione”, e Freud l’“invidia del pene”. Ma il Brycolì, o chi lo produce, non fa sfoggio di obiettivi così ambiziosi. Si limita a promettere un getto di orina diretto e con alzo regolabile.
A questo punto il lettore malizioso può pensare che io intenda attribuire agli imbuti degli eroi di Signs una natura analoga a quella del Brycolì, e cioè di cappuccio studiato per coprire un organo adatto alla minzione. Quasi che io volessi dire che la famigliola di Signs ricorre al copricapo più adatto a un gruppo di teste di… sorvoliamo.
Be’, non è affatto così. Se nomino il Brycolì è perché penso sinceramente che nell’analogia tra esso e gli imbuti indossati dalla famiglia del pastore stia la chiave di comprensione dell’intero film. L’affermazione è ardita e richiede una premessa. Immagino che tutti abbiano visto Fiumi di porpora e che tutti, pur apprezzandolo, non abbiano capito una mazza dell’intreccio. Chi afferma il contrario, e dice di avere colto tutto, mente spudoratamente: basti dire che, nel DVD francese del film, lo sceneggiatore (e autore del romanzo da cui è tratto) Jean-Christophe Grangé ammette che la pellicola è incomprensibile, a causa di una serie di tagli voluti dal regista Mathieu Kassovitz. Però dice anche che sono rimasti nella trama riferimenti noti solo a Kassovitz, tanto che, se uno spettatore frequentasse abitualmente Kassovitz, qualcosa capirebbe. Fiumi di porpora è dunque un’opera fondata anch’essa sull’analogia, però tra dettagli della vicenda e fatti, circostanze e oggetti appartenenti alla quotidianità di chi l’ha girata. Procedimento che permette, come quelli già visti, di risparmiare metri di pellicola, questa volta relativi alle spiegazioni. Del tutto superflue, visto che basta frequentare un po’ il regista per trovare nel suo privato le chiavi di comprensione mancanti.
Torniamo a Night Shyamalan. Personalmente non ho il piacere di frequentarlo, però scommetto che sua moglie, sua figlia o una sua amica fanno uso abituale del Brycolì. Perché dico questo? Pensiamo al mistero centrale del film, i cerchi nel grano. Naturalmente non ci vorranno far credere che servano davvero a indicare alle astronavi aliene direzioni e punti di atterraggio. Come ha notato Luca Masali in una sua stroncatura (ahimé, assai ruvida) di Signs, riesce difficile credere che su veicoli così sofisticati si navighi a vista, e che ci si debba abbassare tanto da scorgere i segni tracciati nei campi (magari sporgendosi dal finestrino). Ciò renderebbe gli alieni simili a quei nomadi che tracciano segni col gesso di fianco alle porte delle case, per indicare ai confratelli che lì si fa l’elemosina oppure che ci sono appartamenti poco sorvegliati.
La soluzione del mistero dei cerchi nel grano dev’essere un’altra, e Night Shyamalan, con l’allusione alla familiarità col Brycolì delle sue donne di casa, ce la porge su un piatto d’argento. Personalmente, essendo maschio, ho tra le gambe un organo pensile ed erettile che, tra le altre cose, mi serve a orinare. Mi è capitato varie volte che un sobbalzo, dovuto alle più svariate cause (tipo il moto di un treno), imprimesse al getto una traiettoria invariabilmente circolare. Mi è capitato anche in campagna, e ho ripetutamente notato che, dove cadeva il liquido, l’erba avvizziva e stentava a ricrescere.
Eppure io ho una certa familiarità con il mio organo di minzione, e il più delle volte ne riesco a controllare lo spruzzo. Penso a cosa può invece capitare a una donna fornita di Brycolì. Chissà quante volte deve aggiustare il tiro, e dunque quanto spesso è costretta a produrre un getto dotato di traiettoria circolare. Col risultato, se il bersaglio è coperto di vegetazione, di imprimervi cerchi destinati a trasformarsi rapidamente in terreno nudo.
Dovrebbe essere ormai chiaro dove vado a parare. I cerchi nel grano non possono essere che il prodotto di minzioni dal cielo. I dischi volanti, per quanto ne sappiamo, potrebbero benissimo essere dotati di apparecchiature raffinate per il volo, ma di pessimi servizi igienici (non sempre il progresso marcia allo stesso passo: per esempio, civilissimi paesi d’Europa non conoscono il bidet, inclusa la Francia che lo ha inventato, e i loro cittadini passano le giornate con le mutande incrostate di cacca, malgrado l’apparenza impeccabile). Dopo mesi di viaggio interstellare, è ovvio che gli occupanti degli Ufo si sfoghino appena possono, magari tutti assieme; e quale migliore bersaglio di un campo di grano dalle spighe ordinate?
Ciò non vuole affatto dire che gli alieni usino il Brycolì. Non conosciamo nemmeno il loro sesso: se orinano a cerchi è più probabilmente per via dei sobbalzi del loro veicolo. A volte persino esagerati. E’ forse un caso se la famosa Area 51 è del tutto priva di vegetazione, e se chi vi lavora lamenta irritazioni fastidiose della pelle? Quando si trova un luogo adatto a fare i propri bisogni, vi si ritorna spesso.
Il Brycolì è invece una geniale invenzione simbolica del regista di Signs. Il pastore e i suoi figlioli lo mettono in testa davanti alla tv, mentre è in corso l’invasione, quasi per sfida: loro sanno l’origine dei cerchi nel grano e, con quel copricapo, si dichiarano pronti alla lotta. Anche se la guerra sarà vinta da quell’elemento provvidenziale a cui alludevo, e che ora rivelo: l’acqua. Fattore che, nel contesto delineato, ci appare molto meno provvidenziale e molto più conseguente. Voi, quando avete fatto pipì, come la eliminate? Che cosa tirate?... Esatto, mi avete capito.

Pubblicato Luglio 6, 2005 02:38 AM

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