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Technology Review: il futuro è condivisione

di Bernardo Parrella

20050627050101.jpg“Come il movimento del software libero ha costruito un’economia basata su tale software, la gente del Brasile, e di altre parti del mondo, va costruendo un’economia basata sulla cultura libera, in concorrenza con la cultura proprietaria attualmente dominante, e se forse riuscirà a sostituirla, senza dubbio saprà modificarla”. Con questa nota ottimista Lawrence Lessig chiude un articolo chiaro e puntuale (come e più del solito) che fa da perno alla cover story di giugno di Technology Review, il noto mensile curato e diffuso dal MIT di Boston.

Rispondendo a una questione assai più complessa di quanto sembri, “Chi avrà la proprietà delle idee?”, il chair di Creative Commons riprende in sostanza il modello del software libero come motore degli attuali mutamenti in corso in ambito culturale, economico, sociale. Anzi, la sua replica a quella domanda è semplice e diretta: “Le persone che le usano”, per spaziare poi dall’esperienza del recente World Social Forum brasiliano alle conseguenze probabili del DRM (digital rights management) in arrivo. E mettendo a fuoco un punto importante: “Se la tecnologia consente l’interpretazione più estrema delle attuali norme sul copyright, il remix non sarà semplicemente più difficile. Diventerà effettivamente impossibile, senza prima chiarirne i diritti”.
Va aggiunto che la rivista offre spazio anche a posizioni nettamente contrarie, ben riassunte da Richard Epstein, esperto legale e docente presso la University of Chicago, che ribatte tra l’altro: “In generale, la proprietà privata è un grande affare per la società… fornisce incentivi per l’innovazione, dai cui trae beneficio anche chi non è proprietario tramite lo scambio volontario”. Non mancando di sottolineare come, rispetto al parallelo precedente con la scena brasiliana, sia “illiberale” per qualsiasi governo prendere posizioni precise sui possibili business model da supportare. Ovvero: meglio lasciar decidere al “libero mercato”. E proprio qui casca l’asino. Perché in un altro intervento sulla medesima cover story, Charles Ferguson ci spiega che tale mercato va sempre più orientandosi verso Linux e i sistemi open source, replicando alla stessa domanda (“Chi avrà la proprietà delle idee?”) in modo perentorio: “Non Microsoft!”.
Il concetto-base è che questi modelli aperti, pur essendo lontani dalla perfezione, paiono sulla strada giusta per deporre il gigante di Redmond. Laureato PhD al MIT in scienze politiche e azionario sia di Microsoft che di Red Hat, Ferguson vanta una grossa esperienza nel settore. E in questo articolo ripercorre sinteticamente il passato del modello open source (da Stallman a Torvalds ai nostri giorni) in parallelo con i recenti sviluppi e problemi per la controparte proprietaria, onde spiegare, ad esempio, che il dominio di Microsoft è dovuto primariamente alla sua imitazione di prodotti altrui, a partire dal PC firmato IBM, e dalla continua cannibalizzazione dell’industria informatica. Neppure è chiaro, scrive più avanti Ferguson, se Microsoft “possa fare qualcosa per bloccare l’arrivo dell’open source nel desktop”. Non solo perché i suoi prodotto ormai sono maturi e pochi utenti necessitano di ulteriore funzionalità, ma anche perché cresce il numero di gruppi ed entità che non potevano né possono permettersi di pagare le cifre imposte per tali prodotti. E per i quali l’alternativa offerta da Linux e compagnia bella oggi è a portata di mano e di tasca.
La sua analisi si fa vieppiù interessante quando, ampliando le prospettive, sposta la questione sull’evoluzione del modello del software libero e open source in altri contesti odierni: “È il caso di chiedersi se non sia possibile combinare tra loro le migliori caratteristiche dell’open source con i vantaggi del modello proprietario”. In tal senso il panorama si riallaccia alle note posizioni di Lessig, sostenute altresì da altri esperti, proponendo ragionevoli soluzioni di compromesso e sperimentazione. Tra queste, l’inserimento di diritti di compensazione nel codice aperto, così da pagare automaticamente una tariffa prestabilita i programmatori, in modo analogo a quanto succede per compositori e autori musicali quando i loro pezzi vengono trasmessi in programmi radio e/o TV. Spetterebbe ovviamente a utenti e aziende decidere se usare o meno simili programmi, ma ciò potrebbe risolvere l’annosa questione di assicurare un qualche tipo di retribuzione per chi sviluppa tale codice, aperto, libero e, spesso ma non sempre, anche gratuito.
Il punto, di nuovo, è comunque quello “liberare” il software come la cultura dagli stretti legacci dell’attuale copyright, riaffermando che né l’uno né l’altra possono (più) appartenere alle corporation e alle major, quanto piuttosto ai singoli che variamente creando e utilizzando simili artefatti. Meglio, sono di competenza dell’intero collettivo sociale, e vanno trattati alla stregua di beni pubblici. Tesi tutt’altro che nuove, ma che vanno acquistando risonanza un po’ ovunque. E se l’editor del mensile ci rammenta, giustamente, che le cose sono complicate, e che “i sistemi proprietari non necessariamente scoraggiano l’innovazione”, vista l’aria che tira sembra più consono seguire la battuta di chiusura nell’articolo di Ferguson: “Creatori, unitevi: non avete nulla da perdere se non il vestito”.

Pubblicato Giugno 30, 2005 01:07 AM

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