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di S. Fattori
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Fucilazioni di massa, esecuzioni sommarie, rappresaglie, morti per fame e malattia nei campi di concentramento: l'occupazione italiana dell'ex-Jugoslavia nel 1941-43.

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telese.jpg"Questa recensione a firma Valerio Marchi è apparsa su Carta n.10 (13 marzo 2006). Ora fa parte di un bello speciale dedicato dalla rivista a Valerio..." [WM1]

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Il paradigma post-petrolifero

di Walter Youngquist

oilcrash.jpgÈ difficile immaginare nel dettaglio un mondo senza petrolio, ma alcuni aspetti del paradigma post-petrolifero possono essere previsti con un certo grado di sicurezza. Dovranno essere impiegate tutte le fonti di energia economicamente possibili, ma sostituire il petrolio nella sua grande versatilità probabilmente non sarà completamente possibile. Sostituire il ruolo del petrolio e del gas insieme nella produzione agricola sarà il problema maggiore, e potrebbe trattarsi di un problema non completamente risolvibile. La popolazione mondiale dovrà essere resa compatibile con minori quantità di cibo per mezzo di una sua riduzione.

Pimentel e Pimentel (1996) affermano: “…le nazioni del mondo devono sviluppare un piano per ridurre la popolazione globale dai quasi sei miliardi di oggi [nel 1996… oggi la popolazione ammonta già a circa 6.380.000.000 persone - N.d.T.] a circa due miliardi [comunque troppi… - N.d.T.]. Se l’uomo non sarà in grado di controllare l’entità numerica della propria popolazione, ci penserà la natura. “Dal momento che arrestare e far tornare indietro il treno della crescita della popolazione è un qualcosa che può essere fatto solo gradualmente, questo è un processo che dovrebbe essere avviato ora (Cohen, 1995). Se ciò non verrà fatto, è probabile che si verifichi una carestia su larga scala.” [Da quando Cohen sosteneva questa tesi, sono già passati altri 8 anni, pari a circa 650.000.000 persone aggiunte alla popolazione globale: nulla è stato fatto, a parte discutere - N.d.T.]
L’eccellente mobilità personale di quelle persone ora abbastanza fortunate da godere dell’uso di automobili ed aeroplani dovrà essere ridotta notevolmente.
Lo stile di vita delle nazioni ad alto consumo energetico dovrà essere reso più semplice. Le nazioni che non godono della possibilità di un tale impiego di energia hanno meno da perdere e potrebbero non essere costrette a vivere così grandi cambiamenti.
L’attenzione della società nel suo complesso dovrà essere rivolta molto più verso l’assicurare le basi dell’esistenza di quanto non accada oggi, in particolare le società ricche nelle quali l’abbondanza è considerata come garantita e la bella vita vissuta di conseguenza.
Scienziati, economisti, sociologi e studiosi di scienze politiche saranno sempre più preoccupati dagli effetti dell’esaurimento del petrolio. Il mitigare le tensioni sociali ed economiche avrà la massima priorità.

La realtà
Raggiungere e superare il picco della produzione petrolifera mondiale sarà il più importante evento nella storia umana moderna, poiché interesserà più persone in più modi di qualsiasi altro evento. Succederà, e nell’arco dell’esistenza della maggior parte della gente oggi in vita.
Il picco in rapido avvicinamento e quindi il declino irreversibile della produzione petrolifera non è un mito. Fino al 1998, l’Agenzia Internazionale dell’Energia non ha mai previsto un picco nella produzione petrolifera mondiale. Ma in marzo, nel corso del convegno dei ministri dell’energia del G8, L’IEA affermò che è probabile che un picco nella produzione petrolifera mondiale si verifichi tra il 2010 e il 2020. Questo fatto è coerente con altre recenti stime già citate. Forse questo preannuncio riceverà ora la seria attenzione che merita pienamente. Fino ad ora i circoli politici hanno generalmente ignorato questo argomento. I governi hanno una vista molto corta.

I limiti delle scienze e della tecnologia
La società attuale sembra essere giunta alla comoda conclusione che nessun grave problema potrà mai toccarci. L’idea che “gli scienziati penseranno a qualcosa” è un comune placebo popolare a causa del quale i fatti vengono ignorati. Qualcosa interverrà a porre rimedio?
Pimentel e Giampietro (1994b) hanno avvisato: “La tecnologia non può sostituire risorse naturali essenziali quali il cibo, le foreste, il terreno, l’acqua, l’energia e la biodiversità… dobbiamo essere realisti per quanto riguarda ciò che la tecnologia può o non può fare per aiutare gli uomini a nutrirsi e a procurarsi altre risorse essenziali” (p. 250).
Bartlett (1994) ha osservato la compiacenza generale circa il futuro, e scrive: “Ci saranno sempre ottimisti tecnologici popolari e persuasivi che credono che la crescita della popolazione sia un bene e che la mente umana abbia possibilità illimitate nel trovare soluzioni tecnologiche a tutti i problemi di sovraffollamento, distruzione ambientale e carenza di risorse. Questi ottimisti tecnologici non sono solitamente né biologi né fisici. I politici e gli affaristi tendono ad essere ferventi discepoli degli ottimisti tecnologici” (p. 28).
Ciò che intende Bartlett è che “Noi scienziati potremmo NON essere in grado di escogitare qualcosa di risolutivo”.
Per esprimersi in modo sgarbato, la scienza e la tecnologia non possono indefinitamente salvare la specie umana dai guai nei quali si va a cacciare -- il più grave dei quali è ora la quantità di popolazione, la sua crescita esponenziale e il modo in cui essa potrà essere sostenuta in futuro.

Ricchezza ragionevole: quanta gente?
Il dibattito sulla data del picco nella produzione petrolifera dovrebbe essere secondario. Le preoccupazioni dovrebbero essere indirizzate al fatto dell’avvicinamento del paradigma post-petrolifero e verso lo sviluppo di programmi tanto sociali quanto economici che consentano alla specie umana di sopravvivere ad esso con un ragionevole grado di ricchezza. Il grado di ricchezza è importante, e quindi le dimensioni della popolazione dovrebbero essere d’ora in poi definite non come quanta gente il mondo sia in grado di sostenere, ma di quanda gente il mondo dovrebbe sostenere. Sono state fatte diverse stime, e c’è accordo tra gli scienziati nell’indicare che la cifra sia considerevolmente inferiore alle dimensioni della popolazione odierna [a costo di rendermi noioso, faccio ulteriormente notare che l’articolo risale a quando la popolazione mondiale assommava a circa mezzo miliardo di persone in meno rispetto ad oggi - N.d.T.].
I mezzi sociali ed economici per ottenere il necessario ridimensionamento senza piombare nel caos, non rientrano tra le competenze dei geologi, dei chimici o dei fisici. Si tratta di questioni sociali, economiche e politiche. Chi detiene il potere deve dapprima riconoscere i fatti, quindi portare i fatti a conoscenza della gente comune, e quindi provvedere affinché si dia l’avvio ad azioni logiche. Ciò che deve essere posto in essere è una “volontà di fare” globale [in assenza di una linea di azione globale, sarebbe almeno opportuno l’avvio di azioni locali la cui somma, per forza di cose, darebbe comunque un risultato anche a livello globale; nascondersi dietro l’assenza di una politica globale è un troppo facile alibi, fin troppo sfruttato fino ad oggi - N.d.T.]. Ci troviamo tutti sullo stesso pianeta sovrappopolato in modo insostenibili e facciamo tutti parte della stessa popolazione in continua crescita.

Quadro conclusivo
In un libro rimarchevolmente attento, Il prossimo milione di anni, scritto nel 1952, Charles Galton Darwin descrive i cambiamenti storici nella condizione umana, chiamandoli “rivoluzioni”. Egli afferma che è chiaramente in vista un’altra rivoluzione: “La quinta rivoluzione si avrà quando avremo utilizzato le riserve di carbone e di petrolio che si sono accumulate sulla Terra durante centinaia di milioni di anni…, è ovvvio che ci sarà una grandissima differenza nei modi di vivere…, un uomo deve modificare in modo considerevole il proprio modo di vivere quando, dopo aver vissuto per anni sul proprio capitale, improvvisamente scopre che deve guadagnarsi tutto ciò che intende spendere… Il cambiamento può essere chiamato pertinentemente rivoluzione, ma differisce da tutte le rivoluzioni precedenti per il fatto che non c’è alcuna probabilità che possa condurre ad una crescita della popolazione, quanto piuttosto al suo contrario” (p. 52).
Kennedy (1993) riassume preoccupazioni e speranze per quanto riguarda il futuro: “Ciò che è chiaro è che mentre ci lasciamo indietro la Guerra Fredda, non ci troviamo di fronte un “nuovo ordine mondiale” ma un pianeta diviso e tormentato, i problemi del quale meritano la seria attenzione tanto dei politici quanto della gente comune… La velocità e la complessità delle forze che portano al cambiamento sono enormi e spaventose; eppure può essere ancora possibile per uomini e donne intelligenti condurre le proprie società nel complesso compito di prepararsi al nuovo secolo [quello già iniziato… - N.d.T.]. Se queste sfide non vengono accettate, ad ogni modo, l’umanità dovrà lagnarsi solo con se stessa per le grane ed i disastri che potrebbe trovarsi a dover fronteggiare” (p. 349).


Popolazione ed ambiente: un giornale di studi interdisciplinari
Volume 20, Numero 4, Marzo 1999 © 1999 Human Sciences Press, Inc.
Walter Youngquist, Consulting Geologist
Dr. Youngquist, P.O. Box 5501, Eugene, OR 97405
Reperibile in ASPO Italia
Traduzione di Aldo Carpanelli, pubblicata anche su Il sito di Carpanix
La versione originale inglese è visibile su www.oilcrash.com

Pubblicato Maggio 8, 2005 12:02 AM | TrackBack

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