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Jim Thompson: Colpo di spugna

di Francesco Scalone

8834710355.jpgDopo la straordinaria parabola creativa degli anni cinquanta (dodici romanzi scritti tra ’52 e ’54) e l’apice toccato con “L’assassino che è in me”, Thompson iniziò un lento e inesorabile declino. Come scrive James Sallis in “Vite difficili” (Giano editore), i romanzi degli anni cinquanta furono tutti pubblicati in collane di paperback, libri stampati su carta di infima qualità e destinati al consumo di massa. Passato questo fenomeno editoriale, soppiantato da forme più invasive di svago popolare (la tv soprattutto) Thompson vide terminare la sua fortuna. Nonostante la collaborazione in qualità di sceneggiatore con Stanley Kubrick (“Rapina a mano armata” e “Orizzonti di gloria”) e il successo della trasposizione cinematografica di “Getaway”, anche il rapporto con Hollywood e la grande industria del cinema fu sostanzialmente difficile e contraddittorio. Al di là dei problemi con l’alcool, qualcosa accomunava Thompson ai tanti personaggi perdenti e disperati che raccontava nei suoi romanzi. Erano le storie dell’altra America, il racconto del Grande Incubo che non poteva trovare altro epilogo che l’insuccesso e la sconfitta.

Alla morte di Thompson, avvenuta nel 1977, nessuno dei suoi ventinove romanzi era più in catalogo. Bisognerà attendere fino agli anni ottanta per assistere alla riscoperta e alla rivalutazione di Jim Thompson. In Francia, invece, l’interesse verso questo scrittore rimase sempre assai vivo. Non a caso, nel 1981, Bertrand Tavernier portò sul grande schermo “Colpo di spugna”. Il romanzo, riproposto oggi in Italia da Fanucci (€ 13), è considerato tra le opere migliori di Jim Thompson.
Ambientato nei primi anni del novecento, “Colpo di spugna” racconta la storia di Nick Corey, lo sceriffo di Potts County, una piccolissima comunità del Texas occidentale. Fin dalle prime pagine, Corey viene presentato alla stregua di un imbecille: tiranneggiato dalla moglie megera, dileggiato dai concittadini, è sbeffeggiato anche dallo sceriffo Ken Lacey. Affiorano alcuni dubbi, sospetti concreti che il fratello ritardato della moglie non sia un consanguineo ma bensì un amante segreto dalle impressionanti doti virili. Sulle prime, Nick Corey appare un tonto fenomenale, o almeno fino al momento in cui non ammazza a sangue freddo due ruffiani: si tratta di un atto di violenza feroce e insensato, che al tempo stesso spiazza e sconcerta il lettore. E ancora: sorpreso Tom Hauck, un uomo con cui ha un conto in sospeso, Nick lo sventra con due colpi di fucile. Ma allora chi è veramente lo sceriffo Corey? Una scaltra mente criminale che si nasconde ostentando stupidità? Ammazza ancora Nick e spinge anche gli altri a farlo per lui. Mente, mette i propri nemici l’uno contro l’altro, li caccia nei pasticci, li costringe a commettere errori. Progressivamente Nick si svela per quello che è: un assassino spietato e amorale. «Cosa ti è successo? Quando sei diventato così?» chiederà nelle battute finali Rose, una delle sue amanti. Il racconto è scritto in prima persona, secondo il modulo narrativo privilegiato da Thompson, ed è quindi la stessa voce interiore di Nick che tenta di spiegare, di dare alle proprie azioni quel senso che non sembrano avere. La citazione più famosa del romanzo è quella in cui Nick dice: «Così ci pensai e ci ripensai, e poi ci pensai ancora un po’. E finalmente presi la decisione. Decisi che non sapevo che cavolo fare». Ma a proposito dell’omicidio dei due ruffiani e lo stesso Nick a dire: «C’erano un sacco di cose, quasi tutte insomma, per le quali non potevo fare niente. Però, invece, potevo fare qualcosa con loro, e alla fine … alla fine ho fatto qualcosa». Non è qualcosa, ma è la concezione stessa che Thompson ha dell’omicidio: in un mondo privo di qualsiasi opzione etica, uccidere resta l’unica possibilità di agire. Alla fine il discorso di Nick assumerà, più che un tono messianico, la forma di un vero e proprio delirio schizoide: «Devo andare avanti a fare il lavoro del Signore, e Lui non ha fatto altro che indicare, scegliere la gente sulla quale io devo sfogare la sua rabbia». In realtà, c’è qualcosa di ineluttabile e inevitabile, una sorta di legame di necessità che unisce vittima e assassino. Per Nick, la debolezza è di per sé una colpa e la vittima è colpevole quanto il suo uccisore: «voglio dire, be’ cos’è peggio, il tipo che sporca di merda la maniglia della porta o quello che suona il campanello?». Perché nessuno è innocente o moralmente sano nella contea di Potts: gli abitanti sono talmente razzisti che, quando qualcuno appicca il fuoco alle baracche del quartiere nero, i cittadini importanti si preoccupano soltanto che i “loro” neri non vengano spaventati troppo. Nel caso fuggissero non rimarrebbe più nessuno per raccogliere il cotone. Del resto, anche le relazioni sociali appaiono improntante al mero formalismo e alla più meschina ipocrisia. «Be’, sai. Adesso sei ufficialmente una vedova e non mi sembra decente andare a letto con una donna vedova da neppure un’ora» dice Nick a Rose, dopo averle ucciso il marito. Si tratta del cuore rurale degli Stati Uniti, di quella grande provincia del Mid West che Thompson ha più volte rappresentato come meschina, marcia e bigotta. Anche ciò che dovrebbe avere la parvenza di un sistema giudiziario non è che un ulteriore conferma della cronica stupidità che affligge gli abitanti di Pottsville: «invece di lavorare la gente perde tanto di quel tempo a linciare altra gente e spende tanti soldi in corde e petrolio che non gli rimane più tanto di quel denaro o di ore lavorative per scopi pratici».
Non è azzardato osservare come Joe Lansdale affondi proprio in “Colpo di spugna” alcune delle sue migliori radici, non solo tematiche ma anche stilistiche. Perché al di là della comune ambientazione texana, sia Thompson che Lansdale sono maestri nel mettere in campo una lingua e uno stile particolarmente adeguati all’asprezza delle storie raccontate. Guido Almansi ha già osservato come Thompson riesca nell’utilizzare in “Colpo di spugna” una nuova lingua, degradata e grossolana, “che si adatta perfettamente all’animalesca brutalità dei personaggi e dei loro grugniti”. Oltre a una felice vena comica che riporta al miglior Mark Twain, il testo è disseminato di parossistiche metafore sessuali, spesse volte caricate oltre misura, e continui riferimenti a feci o escrementi. In realtà è la parola che si fa presagio di profonde e radicate degenerazioni. Appare infatti evidente come la provincia del Mid West descritta nelle opere di Thompson rappresenti una più ampia e generale metafora di una società dominata dall’ignoranza e dalla violenza. Considerando le origini del cosiddetto gruppo dirigente che attualmente spadroneggia alla Casa Bianca e nel mondo, questa rappresentazione del Texas appare oggi tanto più allarmante e tristemente profetica.

Pubblicato Marzo 23, 2005 12:16 AM | TrackBack

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