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Arianna Conti, Franco Pezzini: LE VAMPIRE

DRACULA CRISTIANO, CARMILLA PAGANA

di Valerio Evangelisti

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Il mito del vampiro, quale estrapolato da una congerie di leggende da Bram Stoker e sistematizzato nel romanzo Dracula, ha una chiara matrice cristologica sottoposta a distorsione. Se Cristo donava il sangue, Dracula lo prende; se Cristo conduce alla vita eterna, Dracula porta alla morte eterna (o, per meglio dire, alla morte eternamente vissuta quale forma di vita). Una quantità di altri paralleli sono possibili, come la croce che è per entrambi il segno di una “fine” provvisoria – ma che in Dracula, spaventato e ustionato dalle croci ma non ucciso da esse, si converte oscenamente nel paletto. Una precisa allusione, che il pudibondo Stoker si guarda dall’esplicitare, alla fama di “impalatore” goduta in vita da Vlad Drakul, divenuto Dracula appena passato alla condizione di non-morto e soggetto alla legge del contrappasso.

Non che Dracula sia un Anticristo. Non cerca veri adepti, non tenta di instaurare imperi terreni. Il suo scopo è piuttosto quello – anch’esso inversamente cristologico – di rapire al mondo che conosciamo il maggior numero possibile di anime, per trascinarle in un universo coesistente ma distinto, in cui siano schiave e strumenti. Un universo retto da rigide gerarchie feudali, con un solo signore e, sotto di lui, valletti ebeti e corpi servili. Da far morire per davvero non appena cessino di essere utili al tiranno.
Se questo è Dracula secondo Bram Stoker e i suoi migliori epigoni cinematografici, il discorso cambia radicalmente per ciò che riguarda il mito dei vampiri femminili. Intanto, le loro origini sono più antiche. Non solo il racconto Carmilla di Sheridan LeFanu (di recente ristampato da Fanucci), che disciplina la materia, è precedente al romanzo di Bram Stoker, ma attinge a tradizioni più remote e molto meglio identificabili. Per trovare dei succhiasangue davvero simili a Dracula, nelle leggende popolari o in presunte trattazioni “scientifiche” di varie parti d’Europa e del mondo, non possiamo spingerci più indietro del XV secolo. Invece di donne che si alimentano del “sugo della vita” (per citare il titolo del saggio meno documentato e persuasivo del compianto Carlo M. Cipolla) ne troviamo a bizzeffe. A partire dall’archetipo ebraico Lilith, curiosa creatura che ha ogni prerogativa della donna ma che odia la maternità, tanto che rapisce neonati e li dissangua, pronta a ghermirli accanto al letto della partoriente.
Con Lilith la più famosa delle vampire, Carmilla, condivide almeno una caratteristica: è una creatura femminile che non partorisce, che non trasmette sangue ma ne prende. Non c’è in lei nulla di cristiano, nemmeno per antitesi: non è né una Vergine Maria né una Maddalena alla rovescia. Piuttosto può richiamare alla mente taluni rituali misterici, in cui donne inebriate celebravano la negazione della maternità divorando feti (secondo letture cristiane da prendersi con precauzione, tanto che riti simili vennero ugualmente attribuiti ai Barbelognostici e alle cosiddette streghe).
Sta di fatto che la vampira, e Carmilla in particolare, a differenza di Dracula si radica nel paganesimo. Il solo fatto di essere al tempo stesso donna e protagonista allude a questa radice. Carmilla non è uccisa dal sole né da alcun elemento naturale (quale è l’acqua che scorre in alcuni Dracula cinematografici); e quando sceglie la notte, questa non è, come per l’impalatore, una versione dell’inferno, bensì il regno tutto femminile della luna. Se poi si trasforma in animale, la sua forma non è quella del pipistrello (antitesi della colomba) o del lupo (antitesi dell’Agnello di Dio), bensì quella del gatto, archetipicamente legato al sesso femminile e largamente celebrato nei culti pre-cristiani.
La vampira è dunque la figura più “sovversiva”, in forza dei miti che la alimentano, della letteratura horror e del cinema che ne è derivato. Morta eppure quanto mai viva, portatrice di una sensualità che – esplicita o sottintesa che sia – è comunque dirompente, svincolata da religioni e subordinazioni (anche se taluni film della Hammer, con una trovata a ben vedere intelligente, le mettono accanto un padre che è un simil-Dracula), rischia di fare adepti tra altre fanciulle, come la timorata Laura del racconto di LeFanu. A questo punto, è un intero comitato di benpensanti che decide di ucciderla in via definitiva. Non con un paletto, ma con il taglio della testa. Unico modo di sopprimerne la capacità di seduzione.
Questo lungo preambolo solo per sottolineare l’importanza del volume di Arianna Conti e Franco Pezzini Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing, ed. Castelvecchi, pp. 418, € 20,00. Il sottotitolo divertito non tragga in inganno: si tratta di un’esaustiva, brillante e anche profonda indagine sul modo in cui il cinema ha trattato il tema del vampirismo femminile – con ampie escursioni nella letteratura e nella storia. Del resto, Franco Pezzini era già autore in proprio di un magnifico saggio: Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira, ed. Ananke, 2000. In entrambi i libri ogni osservazione è pertinente, le notizie abbondano, lo stile vivace della scrittura nulla toglie alla serietà del discorso di fondo. In Le vampire c’è poi un ampio corredo fotografico, e filmografie e bibliografie che vanno oltre l’essenziale.
Non sto a dire che è un libro che deve figurare nella biblioteca di ogni amante del fantastico, perché chi frequenta un sito denominato Carmilla On Line dovrebbe capirlo da solo.


Pubblicato Febbraio 15, 2005 04:12 AM | TrackBack

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