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Cronache di Bassavilla 5

PRODUTTORI DI GELATO IN SIBERIA

di Danilo Arona

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Anima Mundi, la chiamano. Sarebbe la causa di tante idee assolutamente analoghe, se non identiche, che circolano nelle vene del pianeta. A volte provoca inesistenti cause per presunto plagio. A chi scrive, per professione o per diletto, qualche volta è successo di metterci il naso dentro e di commentare: “Ma guarda che combinazione!”, oppure: “Questo stronzo mi ha copiato, adesso gli faccio vedere i sorci verdi!”.

Avete presente, anni fa, quando Albano Carrisi denunciò Michael Jackson, accusandolo di avergli plagiato un po' di battute di una canzone? Lo portò in tribunale e vinse. I legali di Jackson pagarono, anche perché non potevano dimostrare che quel certo numero di note non aveva nulla a che fare con la canzone di Albano. Ammisero l’inammissibile, tanto il loro cliente era uno degli uomini più ricchi dell’orbe. E’ uno che, non dimenticatelo, si è comperato in toto quasi tutti i diritti delle canzoni dei Beatles. Però la logica, che spesso non è un argomento giuridico, in tutti i curiosi di quella storia da nulla innestò una domanda: ma quando mai Michael Jackson, in quel suo eremo oggi al centro di un’indagine pruriginosa, si sarebbe messo ad ascoltare una canzone, tra le meno conosciute, di Albano Carrisi per copiarne alcuni secondi? Non stava e non starà mai in piedi: Jackson non sapeva neppure chi fosse Albano. E vorrei capire in che modo poteva essere a conoscenza solo della sua esistenza.
La spiegazione è l’Anima Mundi. Forse ci troviamo dalle parti di Jung, ma non ho voglia di approfondire. Però la stessa idea (e la sua messa in opera artistica) spesso attraversa più menti nell’identico istante. Magari è colpa di quelle che vengono chiamate leys, le linee di forza magnetica che attraversano tutta quanta la Terra, immediatamente sotto la superficie e, in qualche caso, sopra di qualche metro. In un’antica cultura vengono dette “Linee della Schiena del Drago” e chi ne mastica sostiene che trasportino idee, pensieri ed energie varie. A volte anche “forme-pensiero”, ma per oggi è meglio non divagare.
Di sicuro le leys rappresentano un alibi quanto mai semplicistico, me ne rendo conto. Però conosco casi che, essendo capitati a me, sono inconfutabili, a meno che io non stia vivendo in una Matrix alla David Icke. Cose che potrebbero lasciare di stucco (noi a Bassavilla siamo impermeabili a certe forme di stupore) o, magari, farmi trascinare in tribunale dagli avvocati di David Ambrose, Stephen King. O di Gordiano Lupi. Ma veniamo al dunque.
Uno degli ultimi libri che ho letto è l’appassionante Superstizione di David Ambrose (Meridiano Zero), un horror sottile e fuori dai canoni che, naturalmente nel nostro mercato drogato, dev’essere spacciato per noir pena il giocarsi qualche centinaio di lettori sull’impatto di copertina. Il plot, facendola breve e molto facile, narra di un gruppo di persone che, sotto la direzione di uno psicologo della Manhattan University, si riuniscono in laboratorio e materializzano un Tulpa, la versione fisica e materiale di un fantasma della mente. Con conseguenze ovviamente disastrose che potrete scoprire procurandovi il libro.
Un anno prima di leggere Ambrose ho scritto una cosa che si chiama La stazione del Dio del Suono, che è impossibile spacciare per noir. Il plot, facendola breve, narra di un gruppo di vecchi che si riuniscono nottetempo per raccontarsi storiacce del terrore e materializzano più di un Tulpa. Anche qui con conseguenze catastrofiche. L’ho scritto nel 2003 e ho letto Ambrose alla fine del 2004, più o meno quando il libro usciva per Larcher. Così stanno le cose.
L’aneddoto che riguarda King mi è stato trasmesso via mail da un amico di Napoli che ha letto il mio racconto Il villaggio dei dannati che, in tre parole, è un thriller sull’importanza formativa di certi film dell’infanzia. L’ho scritto nel ’99 e sta in un’antologia uscita nel 2000, e in seguito è stato ripreso in un’altra raccolta di Mondadori, In fondo al nero, sfornata nel 2003. Scusate la pignoleria sulle date, ma è importante. E, se pensate che tutto questo è anche autopromozione, avete proprio ragione: lo è. Bene, il guaglione, dopo avermi letto nel 2003, mi assesta questo colpo nelle reni: ma che fai, ti metti a copiare King?
Risposta: che dici? Come si potrebbe copiare King e passarla impunita?
Secondo affondo: non fare lo gnorri, vai a pagina 125 di Cuori in Atlantide!
Già, Cuori in Atlantide sta lì, nel famoso mucchio dei non letti, perché King negli ultimi anni lo compero e lo accantono. Niente di personale, è un grande, ma soffro di crisi di sazietà. Ne ho abusato troppo in passato. In ogni caso apro alla pagina incriminata e non resto di stucco (perché sono nato a Bassavilla), ma di cacca sì: il re del brivido a pagina 125 inizia un panegirico narrativo su Il villaggio dei dannati, sulla sua importanza formativa, sul suo prolungamento nell’immaginario di oggi… Il tutto buttato in fiction, con un tono e con dei passaggi che, accipicchia, sembra che io lo abbia copiato. Dannazione, c’è proprio quel tono, un po’ nostalgico che fa tanto horror tra le pieghe alla Stand By Me….
Due calcoli, anche lui – andando a braccio – l’ha scritto nel ’99. Ma io ho ancor da leggerlo adesso. Però, quel 1999 fa pensare. Lo stesso anno, cacchio!
E veniamo agli orrori caraibici di Gordiano Lupi. A quel Nero Tropicale che, a naso, l’attivissimo scrittore toscano deve aver prodotto nel 2000, o giù di lì, per quanto uscito nel 2003 da Terzo Millennio. Si tratta di una raccolta di cinque racconti lunghi, tutti legati da un affascinante filo conduttore, la magia nera cubana, che Lupi conosce meglio di un santero. Non la Cuba agiografica cui ci hanno abituato negli ultimi anni frotte di autori caraibici che in Europa hanno messo su casa e conto in banca, né quella nostalgica/musicale mitizzata da Ray Cooder e Wim Wenders. Men che mai, quella da agenzia di viaggio “tutto compreso” che si vede negli spot Havana Club, paradiso degli europei che in Europa non trombano, e manco – per finire – l’ultima via di fuga da un mondo occidentale, nostalgico e opprimente, qual è stata dipinta in un film italiano di qualche tempo fa che s’intitolava Encantado, regista Corrado Colombo. No, qui si descrive la Cuba popolata da gente forte e dignitosa che ad ogni alba deve inventarsi la vita, stretta com’è da un embargo spietato e da un regime incoerente all’interno. Una Cuba che si respira e “si vede”, in cui l’antico sapere magico, legato alle secolari tradizioni degli schiavi importati dall’Africa, è una delle poche risorse vitali. E un’arma mortale e infallibile. Come dire: all’occhio, lettore e possibile turista per Cuba, all’occhio che dietro lo stereotipo “sesso, musica e rum” c’è dell’altro, ed è qualcosa che non si può neppure guardare. Magari si chiama Palo Mayombe.
Io Palo Mayombe l’ho scritto nel 2000 ed è uscito nel 2004 presso Dario Flaccovio Editore. I file, lo sapete, lasciano tracce temporali che non sono smentibili. I due lavori non si assomigliano, sia ben chiaro. E, in ogni caso, ho letto Sangue Tropicale, quando è uscito nel 2003. E Gordiano, se lo ha fatto, ha potuto leggere Palo Mayombe solo da giugno dello scorso anno. Non possiamo esserci copiati a vicenda, il calendario lo attesta. E, ripeto, la diversità è tale e tanta da vanificare ogni sospetto. Ma l’idea di fondo che anima Palo Mayombe e Sangue Tropicale è la stessa e spero di sintetizzarla in questo modo: un tempo, nella cultura latino-americana, le antiche conoscenze magiche e la politica s’intrecciavano in nome della libertà e dell’eguaglianza, ma oggi libertà ed eguaglianza sono chimere perdute e l’antico sapere (il Palo Mayombe?) è rimasto da solo a segnare un confine oltre il quale l’uomo bianco, “civile”, non ha che da morire. Stesso progetto di base, dicevo: una lampadina che, forse, si è accesa per entrambi nel 2000, mese più mese meno.
E allora? E allora niente. In realtà ho usato indebitamente questo spazio per promuovere l’opera di chi in Italia produce e pubblica horror, partendo da me in modo quanto mai discutibile. E di sicuro, contateci, parleremo in qualche altra puntata di numerosi altri amici che producono gelato in Siberia (similitudine azzeccatissima che ho letto da qualche parte in rete), ovvero scrivono horror e/o gotico contemporaneo. Però io a questa storia delle leys ci credo: Bassavilla, ad esempio, è stata costruita su una Sincronica Maggiore, una delle più potenti linee di scorrimento, e molti dei suoi abitanti vedono fantasmi e prevedono catastrofi. E’ una specie di talismano che pulsa in un certo modo. Sotto è piena di gallerie che conducono in strani posti con strani altari. Da quelle parti viaggiano le idee.


Pubblicato Febbraio 14, 2005 04:31 AM | TrackBack

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