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di Massimo Maugeri [Massimo Maugeri, autore di un romanzo molto bello e molto sconcertante per la sua insolita attenzione al...

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Inquisizione: la verità è siciliana

di Valerio Evangelisti
da Visti da lontano. I siciliani raccontati dagli altri, suppl. a La Sicilia del 30 dicembre 2004

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Una recente e costosissima pubblicazione della Biblioteca Apostolica Vaticana (L’Inquisizione. Atti del simposio internazionale, Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998, 2003, pp. 786, € 60,00) porta a termine l’attività di occultamento condotta per decenni dagli storici “revisionisti”, paradossalmente rinvigoriti da quando Giovanni Paolo II ha chiesto pubblicamente perdono per i delitti degli inquisitori. Nella prefazione il curatore, Agostino Borromeo, traccia un bilancio sorprendente: in tutto l’arco della sua storia, l’Inquisizione avrebbe condannato al rogo 59 persone in Spagna, quattro in Portogallo e 36 in Italia. Un nonnulla, su un totale di 125.000 processi.

Uno potrebbe anche crederci. Lasciando da parte i trucchi numerici più elementari (l’Inquisizione non eseguiva le condanne di persona, ma consegnava le sue vittime alla giustizia civile, il cosiddetto “braccio secolare”; ed era poi questo a eseguire la sentenza), volendo dimenticare le cronache truculente dell’eccidio dei catari e di tante altre specie di eretici, sottilizzando sulle differenze tra un’Inquisizione locale e l’altra, magari ci si persuade che è vero: protestanti e miscredenti hanno moltiplicato le vittime del Santo Uffizio, creando una “leggenda nera” dalle finalità anticlericali. Del resto, i registri delle condanne inflitte dagli inquisitori sono tutti spariti e, per ovvie ragioni, nessuna vittima può testimoniare della propria sorte.
Disgraziatamente per il dottor Borromeo, ricercatore all’università La Sapienza, esiste un’isola, la Sicilia, che ha prodotto sia inquisitori feroci che storici appassionati. Tra questi ultimi, Vito La Mantia, che alla fine del XIX secolo si dedicò, assieme al figlio Giuseppe, a un’opera paziente e poderosa: ricostruire il registro dell’Inquisizione siciliana, appendice di quella spagnola, sulla base di un manoscritto a quei tempi (oggi non so) conservato nella Biblioteca Comunale di Palermo. Nel 1977 l’editrice Sellerio ristampò i risultati di quelle ricerche (V. La Mantia, Origini e vicende dell’Inquisizione in Sicilia), ma misteriosamente la cosa sfuggì agli storici più accreditati; tanto che Franco Cardini, nella prefazione a una traduzione lacunosa del Manuale dell’inquisitore di Bernardo Gui (Claudio Gallone Editore, Milano, 1998), poteva permettersi di elencare la Sicilia tra le regioni in cui l’Inquisizione aveva infierito meno, con solo 29 vittime accertate (cifra che comunque smentirebbe quelle del Borromeo).
Il fatto è che le ricerche dei La Mantia, padre e figlio, sono materia rovente. Grazie a loro abbiamo almeno un registro dell’Inquisizione quasi completo, dal 1487 al 1732 (al mondo ne esistono altri, però nessuno di pari livello); per di più ricco di dati e di notazioni accurate. Ebbene, ciò che ne risulta è sufficiente a confutare ogni riduzionismo di stampo “revisionista”. L’Inquisizione siciliana infierì per due secoli e mezzo con spietatezza. I roghi furono ben più di 29. Tutta l’isola fu passata al setaccio, grazie a un imponente apparato di spie (descritto da un altro grande storico siciliano, Franceso Giunta), e fu fatta strage di una massa di poveri diavoli, bruciati vivi a singoli o a gruppi.
Naturalmente, il testo ricostruito da Vito La Mantia potrebbe essere un falso clamoroso; così come le scritte sui muri delle carceri tracciate dai prigionieri dell’Inquisizione, raccolte da Giuseppe Pitré e commentate da Leonardo Sciascia, potrebbero essere fasulle. Potrebbero.
In realtà non possono, perché il sentore della verità è più forte di qualsiasi deodorante “revisionista” (ma meglio sarebbe cominciare a usare il termine “negazionista”, già applicato a chi nega il massacro degli ebrei nei lager nazisti). Scelgo una voce a caso dal registro trascritto da Vito e Giuseppe La Mantia. Reca il numero 213:
“Catania. Gabriele Tedesco, moro battezzato, schiavo del Prior de Barletta Fr. d. [frate domenicano] Octavio Giorni Gran Croce, naturale d’Algeri, abiurò domenica 16 ottobre 1630 nell’Atto celebrato nel piano della Cattedrale, poi ricaduto e pentito fu ammesso la seconda volta a riconciliazione nella Chiesa di S. Domenico a 3 marzo 1633, poi ricadendo ed essendo ostinato fu rilassato in persona [rilasciato al braccio secolare, cioè bruciato vivo] nell’Atto celebrato nella piazza della Chiesa Maggiore a 9 settembre 1640.”
Da questa voce estratta a caso da un elenco lunghissimo apprendiamo che un priore domenicano poteva detenere schiavi al proprio servizio. Che uno di questi, ribattezzato Gabriele Tedesco, si ostinava a rimanere fedele alla sua religione musulmana. Costretto due volte all’abiura, la terza volta fu consegnato dagli inquisitori alle autorità, che lo legarono su fasci di legna in una piazza, tanto perché la folla potesse assistere, e gli inflissero un’agonia tra le più atroci che si possano concepire.
O mi si persuade che il brano è un falso, o continuerò a ritenere che falsari siano gli storici “negazionisti”. E a ringraziare i grandi studiosi siciliani che, mossi non da furore iconoclasta bensì da passione di sapere, permettono ancor oggi di smascherare gli ipocriti e i mentitori. Freddamente, certo, ma con un senso insopprimibile di indignazione e di disgusto.


Pubblicato Gennaio 10, 2005 04:20 AM | TrackBack

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