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Ingannevole è la prosa sopra ogni cosa (seconda parte)

Viaggio nella narrativa erotica scritta dalle donne
di Chiara Cretella

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Ma torniamo ai best-seller rosa. Quest’anno un nuovo caso editoriale, importato anch’esso dalla Spagna, ha invaso il nostro mercato librario. Si tratta di Valérie Tasso, Diario di una ninfomane, Milano, Pratiche, 2004, pp. 287, € 16,00. Il romanzo narra la storia della bella e raffinata Valérie, una giovane di buona famiglia che si concede a molti uomini fino a finire in una casa d’appuntamenti. Ma cercare di emulare il successo di Almudena Grandes è ancora molto difficile.
Nel lontano 1994, Sotto lo pseudonimo di Una Chi, una docente universitaria di Letteratura tedesca ha venduto 35 mila copie: Una Chi, E duro campo di battaglia il letto, Es, 1999, pp. 156, € 8,26. Dopo il successo editoriale la signora ha pensato bene di svelare la sua identità su una poltrona del Costanziosciò, proprio come ha fatto recentemente Melissa P. Creare cioè aspettative morbose nel lettore e cavalcare poi l’onda dello svelamento scandalistico alla Novella 2000.

Il libro non mi è piaciuto. La signora non è più una ragazzina ed insegna letteratura. Non posso dunque perdonarle certi grossolani errori nel linguaggio e nella costruzione sintattica. All’inizio si pensa che questo modulo sia semplicemente una scelta di stile, estrema ma plausibile. Ma gli anacoluti, le parole desuete, la completa assenza di atmosfera lirica della parola, costringe a riguardare poco benevolmente alla competenza narrativa. Anche i riferimenti culturali poi, sono banali e assolutamente poco sfruttati. Si sa, invece, che in un testo erotico l’allusione è quasi più importante della dichiarazione. I personaggi rimangono delle semplici sagome, e nessuna introspezione psicologica chiarisce le dinamiche relazionali o affresca scenari che, francamente, ci si sarebbe aspettati almeno di raffinata spregiudicatezza.
Amo i romanzi erotici che fanno della dinamica corporea un processo di autocoscienza, la protagonista di Una Chi invece, rimane una semplice dipendente affettiva dal maschio, poco indagata per poter perlomeno capire le ragioni di tale dipendenza (8).
Le protagoniste di queste storie (quelle che Emmanuelle Arsan definisce le “eroine erotiche”), hanno una loro specifica ragion d’essere ai nostri occhi, il cercare cioè di trascendere la proprietà privata del corpo, verso un materialismo della carne che va al di là dei rapporti capitalistici imposti dalla sua cellula primaria, la famiglia. Ecco quindi che il richiamo costante alla gelosia e alla dipendenza, soprattutto femminile, non fa altro che rimarcare il semplice possesso maschile sulla donna, e l’atavico presunto desiderio muliebre di far parte del suo serraglio. Il masochismo, in questa logica semplicistica, si riduce alla casalinga che si fa sbattere in modo violento dal marito, che per eccitarla/eccitarsi la chiama “troia” e la frusta con il frustino comprato rigorosamente per corrispondenza. Nessun bravo borghese si fa vedere sulla porta di un sexy-shop.
Nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels ribattono all’accusa borghese secondo la quale i comunisti vorrebbero la comunanza delle donne, dichiarando che è proprio la borghesia a praticare, da un lato, la proprietà privata sulle donne, e dall’altro il loro scambio mercantile, per esempio con la prostituzione, a cui oggi si affianca lo sfruttamento mediatico dell’immagine femminile.
Da questa riflessione si capisce come sia fondamentale rapportarsi con la scrittura erotica femminile: essa incarna il “perturbante” (9), la concreta ricerca del fondo, per risalire alla superficie della percezione personale, in un processo di vera e propria autodeterminazione. È il “monstrum” che si offre allo sguardo del mondo, l’incredibile stranezza della donna come produttrice di idee, di arte, di weltanschauung (10). Nel Quattrocento e nel Cinquecento lo sbigottimento del pubblico di fronte a questa novità era pari a quello verso i freaks.
Chiaramente la donna usa le categorie che le sono state imposte culturalmente, anzi, le porta alle loro estreme conseguenze, come se il pregiudizio verso la libera sessualità cessasse di esistere al di là della borghese determinazione del limite, per cui “tutte le donne sono troie”.
Parlare, rompere il tabù, dare memoria di queste esperienze (11), relega la donna nell’ambito della rivendicazione privata dell’uso del corpo e della propria sessualità, anche quando questa rivendicazione va verso un uso “pubblico” del corpo.
L’autodeterminazione è la chiave di volta di tutto il poetico universo della “lucertola da parcheggio” affrescata nel romanzo di J.T. Leroy, Sarah, Fazi, Roma 2001, pp. 178, € 11,50, che a volte arriva ai toni epici e visionari poi mancanti nel suo secondo lavoro, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, Fazi, Roma 2002, pp. 240, € 12,50. Se anche non si può annoverare biologicamente nella scrittura femminile, quella di Leroy è però un’ode continua alla superazione/confusione dei generi. Inserisco questo scrittore nella rosa, richiamandomi all’auspicio di una prosa che vada verso la rottura di un canone, approdando al transgender letterario. I maestri di questa operazione sono ben noti a tutti, gli esiti invece, sono per adesso considerati solo come “casi editoriali”. La sfera erotica, meglio se giovanile, si dimostra ancora una volta il target giusto per alzare le vendite. Epigoni del pulp e della techno, queste scritture si muovono nei sotterranei metropolitani e in anonimi posti spersonalizzati dalla globalizzazione. Ma almeno nella costruzione dei personaggi Leroy riesce a cogliere e a narrare, in un lirico squallore, quella che Baudelaire definiva “l’epopea della vita moderna”. La musica diviene il sottofondo corale, anzi generazionale, di vicende create con tutte le sfumature dei copioni cinematografici. Leggendo questi testi non sembra strano immaginare di veder scorrerci sotto i titoli di coda. La forza distruttiva di Leroy non risiede nello stile, o perlomeno non specificatamente in quello, ma in una trama che ammicca a situazioni estreme, dichiaratamente al di fuori del contesto normalizzante/spersonalizzante dell’era che stiamo vivendo. Ma lo stile, ripeto, non ha certo la forza dirompente di un Henry Miller o di una Anais Nin. Francamente non credo si possa gridare al capolavoro quando la trama e lo stile non vanno a braccetto. È inutile avere in mente la più fantastica delle storie se non si hanno sottomano le parole giuste per raccontarla.
C’è in questa letteratura un ripiegamento stilistico che coincide con la decadenza di fine secolo. Un ripiegamento intimo e narcisistico, che pervade la pagina del senso denso di una realtà troppo stretta, nemmeno confortata dall’ideale rivoluzionario dei padri. La condanna coincide con la propria dichiarazione nichilista.
La parola “scandalo” mi ha sempre fatto sorridere, mi ricorda Scandalo al sole, e qualche vecchio giornale anni Cinquanta con gli interventi della censura. Impossibile pensare che alle soglie di un nuovo millennio faccia ancora scandalo una letteratura di questo genere. Piuttosto c’è da chiedersi se lo Zio Sade non sia per caso passato invano. Si è più portati a credere che questi giovani autori Sade e Miller non li abbiano proprio letti. Se «un canone, (…) non esiste allo scopo di liberare i suoi lettori dall’ansia. Un canone infatti è un’ansia realizzata, esattamente come qualsivoglia robusta opera letteraria è l’ansia realizzata del suo autore» (12), allora si può dire che Sade si è veramente fatto 27 anni di carcere inutilmente, se i giovani scrittori estremi e pulp ignorano il suo martirio, o quello di Colette e di tutte le altre donne che hanno scritto recluse, sotto pseudonimo, sotto mentite spoglie. I giovani scrittori ignorano la tradizione dunque? Non per un difetto dovuto all’ignoranza, piuttosto per un eccesso di fiducia verso una prosa nuova che diviene vecchia nel giro di un anno, a volte anche meno. Vedrete nel tempo quanto resisterà Melissa P. Non è certo il caso di conoscere la tradizione per romperla. Nemmeno per idea. È più funzionale conoscere le varie transizioni poetiche di Eminem.
Dunque, nessuno di questi testi aspira a divenire un classico. Tutti aspirano a divenire il “caso editoriale dell’anno” come annunciano a gran voce le copertine. C’è da chiedersi appunto, quanta riflessione critica sulla letteratura contemporanea ci sia dietro alla scelta di dire qualcosa, in un preciso punto temporale. Partire con l’idea che sia già stato tutto fatto e detto non mi sembra la giusta posizione. O perlomeno non giustifica il pressapochismo di certe scuole di scrittura. L’altro livello chiamato in causa è quello della gioventù. Essere molto giovani vuol dire sperare di fare più successo di uno scrittore più grande. Si ha la netta sensazione che la scrittura si stia adeguando agli standard sportivi. Trent’anni fa uno poteva diventare campione di tennis anche in tarda età. Oggi, se non inizi a prendere la racchetta in mano a tre anni gli allenatori ti dicono che non hai speranze. Così, superata la soglia dei venti, venticinque anni, anche uno scrittore ha meno carte da giocare.
Secondo il mio parere l’attenzione verso la scrittura giovane non parte da una reale curiosità stilistica, ma prende a volte le sfumature della morbosità. Tutto ciò che ancora è vietato viene venduto bene, e questo chi produce lo sa. Perciò, largo alle fantasie a buon mercato sul sesso giovanile, delle delicate minorenni che fanno sognare la piccante perversione teen-agers, delle collegiali dei manga giapponesi o degli hard d’importazione (Iijima Ai, Platonic sex, Milano, Rizzoli, 2004, pp. 236, € 14,00).
Un’intera generazione si è animata su questi stereotipi. Tanto che c’è da chiedersi se la mia generazione esista veramente, o sia semplicemente un’invenzione del mercato. Non è un caso che quando un prodotto vende ci s’interessa ad esso perché delinea un target non ancora sfruttato. Ma questo non è specificatamente un effetto presente solo nella letteratura. L’ipotesi provocatoria è appunto se si scrive in una determinata maniera perché il mercato editoriale vuole prodotti di questo genere, se, insomma, venga prima la domanda o l’offerta. E quanto questa determinazione sia conscia o inconscia nello scrittore contemporaneo. Ce lo si chiede anche quando un determinato filone viene inaugurato da uno scrittore di successo, ed in seguito viene cavalcato da una miriade di altri scrittori che si buttano nel settore che “tira”. Oggi molti giovani scrittori scrivono romanzi pensando al copione della possibile fiction che ne potrebbe essere tratto. Con questo discorso non sto facendo considerazioni stilistiche, ma prevalentemente commerciali.
È il caso di un libro uscito recentemente: Zoe Trope, Scusate se ho quindici anni, Einaudi, Torino, 2003, pp. 253, € 9. Anche per il libro in questione si può ben dire che non sempre il successo editoriale va al pari passo con la qualità della scrittura. L’autrice, si dice sul retro di copertina, è una quindicenne di Portland che vuole rimanere anonima. Il personaggio della giovane liceale è ben costruito, seppur nello svolgersi di una vicenda apparentemente senza importanza. È l’ambiente a prendere corpo tra le pagine di un diario che sembrano mail fulminee sugli avvenimenti e le trasformazioni dell’adolescenza. La scoperta di una bisessualità più esposta che vissuta, i professori retrogradi che non aiutano la comprensione delle diversità, l’avidità americana che investe anche il campo della letteratura... queste le tematiche che girano intorno alla storia. La prima parte del libro è ben scritta, fa sperare in una scrittura fresca, potente, anche con qualche originalità, seppur dichiaratamente bukowskiana. La seconda parte diventa noiosa, si rigira su se stessa, i personaggi sono praticamente inconsistenti, la stessa protagonista non riesce bene a darsi un’individuazione netta. Continua a citare il fatto che sta scrivendo e mentre scrive le sue parole diventano soldi. Cita in continuazione se stessa, fino all’estenuazione. Si ha quasi l’impressione che il libro sia stato scritto da mani diverse. Che bravi editor si siano avvicendati a creare questo personaggio ad uso e consumo di una fascia di lettori giovanissimi e con target moderatamente bisexual, ammiccando qua e là alla libertà no-global. Qualche punta di antiamericanismo spicciolo chiude la vicenda così com’era iniziata, senza dire praticamente nulla.
Quello che rimane più impresso nella mente del lettore è la condizione di merce della letteratura, specialmente quella americana. Una condizione per certi versi lontanissima dal nostro sistema editoriale. Si parla di moltissimi soldi per la pubblicazione di una presunta esordiente, si parla di marketing, avvocati, letture erotiche nelle chiese. Per chi non conosce il sistema dei reading americani tutto ciò è un po’ sconvolgente (13). È l’approccio, per certi versi molto positivo, ad una materialità del testo che a noi manca. Ed anche il senso profondo di una sacralità della parola, che coinvolge anche colui che ne è portatore. Una sorta di difficoltà linguistica primaria, che viene superata dagli scrittori con una competenza specifica che stupisce il lettore, il quale volentieri ascolta questo saper-fare che alla massa è precluso. In Italia è forse il contrario, probabilmente ci sono più scrittori che lettori.
In definitiva si può forse dire che non esiste un canone, ma una koinè, una lingua comune dettata in parte da un canone scontato e non approcciato scientificamente, un canone orecchiato, che sopravvive nei meccanismi pubblicitari dell’avanguardia spicciola, rivenduta nella sua versione massificata. Quello che si cerca di vendere è una generazione, messa all’asta al miglior offerente, lo si vede da come proliferano mappature europee del fenomeno, come nel caso di Irina Denežkina, Dammi! Song for Lovers, Einaudi, Torino 2003, pp. 210, € 12,80. E certo questi testi non hanno la forza dirompente di altre icone passate come Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.
Recentemente mi hanno proposto di fare una recensione per la riedizione del testo di Jenny Fabian e Johnny Byrne, Groupie, Arcana, Roma 2004, pp. 283, € 16,00, che, edito nel 1969, è stato all’epoca un best seller internazionale. Ma io non lo conoscevo. Ignoranza? È il problema della questione generazionale, sei qualcuno se hai aggiunto un tassello che mancava alla definizione di un piccolo passaggio temporale, fugace come il tempo di una stagione del Grande Fratello (14).
E certo, queste groupies d’assalto, vere collezioniste di cazzi di cantanti famosi, sono state il primo atto di una generazione di donzelle aspiranti piccole-star, pronte a tutto per arrivare, ma sempre con un fondo di romanticismo, che da Melisse le ha fatte divenire melasse.

8) È esattamente il contrario del credo di Emmanuelle che proclama la totale indipendenza sentimentale: «Comprende ora come l’esclusivismo e la gelosia siano, per me, i delitti per eccellenza, quelli veramente imperdonabili? Poiché amarsi in più di due non significa offendere l’amore, né tradirlo, né costituisce il suo fallimento: è l’aldilà dell’amore, la porta aperta su una vita che sarà più della vita che oggigiorno ci amputa e ci trasforma nella caricatura di noi stessi. Quest’amore, di cui un giorno saremo capaci, significherà la fine dell’ignoranza, la fine dell’infanzia; il tempo dell’umano, che solo allora comincerà ad essere». Emmanuelle, L’antivergine, Milano, Forum Editoriale, 1968, pp. 30-31.
9) Sull’argomento è uscito recentemente un esaustivo lavoro: La perturbante. Das Unheimliche nella scrittura delle donne, a cura di Eleonora Chiti, Monica Farneti, Uta Treder, Perugia, Morlacchi, 2003.
10) «Si ricordi: la discrezione non ha niente di erotico. L’eroina erotica è simile all’eletta da Dio: è portatrice di scandalo. Ed è lo scandalo del mondo a fare il capolavoro». Emmanuelle, L’antivergine, Milano, Forum Editoriale, 1968, pp. 19-20.
11) Il fenomeno del romanzo-memorialista della prostituta diviene un genere cult tra il Settecento e l’Ottocento. Questo genere è fonte d’interessanti spunti di riflessione, specie confrontando le diversità tra testi scritti da donne con quelli scritti da uomini.
12) Harold Bloom, Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età, Bompiani, Milano, 1999, p. 467.
13) Per una comprensione del fenomeno delle letture pubbliche, che cominciano ad avere diffusione di massa negli anni Sessanta, rimando all’Introduzione di Gianni Menarini al volume Poesia e rabbia, Milano, Sansoni, 1971. Il fenomeno dei reading nelle chiese pone al lettore italiano anche il problema della censura, diversamente applicata sulle stesse opere nei diversi paesi. Su questo argomento si parla diffusamente nella nuova edizione del volume di Fernanda Pivano, C’era una volta un beat. 10 anni di ricerca alternativa, Milano, Frassinelli, 2003, pp. 123, € 15,00.
14) E questa definizione si spinge fino alla nominazione prima del fenomeno, in una sorta di etichettatura di un marketing di mercato abilmente sfruttato dal sistema. Emblematico è il caso di Douglas Coupland, Generazione X, Milano, Mondadori, 1999, pp. 228, € 7,40. Questo titolo fu utilizzato anche per un programma di successo condotto da Ambra Angioini.

Pubblicato Dicembre 29, 2004 10:35 PM | TrackBack

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