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di Enzo Fileno Carabba [Illustrazione di Liza Schiavi - cliccare per ingrandire] Tutte le puntate di DISCESE ESTREME 16. La...

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di S. Fattori
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Fucilazioni di massa, esecuzioni sommarie, rappresaglie, morti per fame e malattia nei campi di concentramento: l'occupazione italiana dell'ex-Jugoslavia nel 1941-43.

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telese.jpg"Questa recensione a firma Valerio Marchi è apparsa su Carta n.10 (13 marzo 2006). Ora fa parte di un bello speciale dedicato dalla rivista a Valerio..." [WM1]

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di Valerio Evangelisti [Le edizioni Gwynplaine, dopo un'ottima antologia di scritti di Gramsci, hanno appena ripubblicato il saggio di Emilio...

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di G. Genna
officinaitalia2mini.gifDa mercoledì 14 a venerdì 16 maggio a Milano, la seconda edizione di Officina Italia, festival letterario a cura di Antonio Scurati e Alessandro Bertante. Reading di inediti di Parrella, Avallone, Luzzatto, Vassalli, Raimo, Domanin, Bajani, Zaccuri, Mari, Siti, Di Gregorio, Postorino, Giordano, Desiati, Pariani, Veronesi. Dibattito sul caso Littell, moderato da Cortellessa.

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America 2004

di Salvatore Proietti

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Alessandro Portelli, Canoni americani, Donzelli, Roma 2004. pp. 366. € 23,50.
Matteo Sanfilippo, Sogni, paure e presidenti: Politica e cultura da Washington a Bush jr, Cooper, Roma 2004. pp. 183, € 14.
Sara Antonelli, Rinascita di una nazione: Le scrittrici americane e la Guerra civile, Bulzoni, Roma 2004. pp. 266, € 20.

Una delle più grandi assurdità culturali in cui viviamo è che dell’America si conosce tutto, e dunque è inutile non solo studiarla ma anche (come fanno, con umiltà, tanti comuni appassionati di cinema, musica, generi letterari) leggerla, guardarla, ascoltarla. E questi sono libri che ci ricordano che l’America è complessa, piena di storie, persone e posti, che sfuggono a chi la esplora solo a partire dai luoghi istituzionali e dalle metropoli sede di uffici stampa, o generalizza mettendosi in ginocchio davanti al Grande Libro o Film che la moda culturale di turno ha deciso di lanciare.
Questi sono libri che parlano di America (delle tremende contraddizioni della sua democrazia - e della nostra) e di culture di massa, che ci ricordano che non si può parlare seriamente dell’una senza parlare delle altre.

Talvolta a ragione, talvolta a torto, si è molto parlato dell’“eccezionalità” dell’esperienza degli Stati Uniti; da questa ineludibile radice del fascino che gli Stati Uniti continuano a esercitare su di noi, muove Alessandro Portelli nel suo Canoni americani: “Se la letteratura americana ha una sua specificità […], essa sta in larga misura nel fatto che i suoi protagonisti—spesso in modo riluttante, antagonistico, contraddittorio, mai in modo pacificato—non hanno mai cessato di fare i conti con la ‘musa irriverente’ della stampa popolare, del folklore, con questo magma di culture popolari, orali, di massa, volgari, commerciali, spettacolari e irrestibili”. Seguendo questo filo conduttore (l’incontro-scontro fra linguaggi), il libro di Portelli (che leggiamo da molti anni, come americanista e storico orale) ci conduce lungo un intreccio di voci letterarie “basse” che rifiutano, spesso dolorosamente, di accettare i ruoli imposti dall’ideologia, e “alte”, ricordandoci che anche il nostro piacere nel rileggere i “grandi”, forse, può guadagnarci se non ci si dimentica del resto della cultura. È quando si spezzano questi legami e questi conflitti interni che si perde di vista una forza democratica da cui la nostra cultura (esiste un crocianesimo postmoderno, purtroppo) ha solo da imparare—e sta, lentamente, imparando. E anche e soprattutto scrivendo libri come questo che si fa critica politica.
Allora i classici possono essere anche gli afroamericani Phillis Wheatley (schiava, e prima poetessa della nazione americana), Olaudah Equiano e Frederick Douglass (ex-schiavi le cui autobiografie furono nell’800 successi di massa e straordinari motori di attivismo politico), o romanzi popolari come La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (letto da tutti, con una carica e un impatto antischiavista che gli derivò grazie, e non malgrado, l’elemento “sentimentale” che lo ha escluso dai “canoni” ufficiali), insieme a Hawthorne, Melville, Poe, Twain (tutti, senza remore, immersi nel mercato e nelle contraddizioni della cultura popolare), o anche Henry James (irresistibilmente pieno di quelle immagini della “frontiera” che abbiamo imparato ad amare e a temere). Poi si passa a James Weldon Johnson (romanziere nero, e critico musicale che scriveva di jazz e blues negli anni ’30), a Faulkner, Steinbeck, Salinger e Dick. Non sorprende che sia Dick l’autore meno pacificato di tutti, e che il romanzo al centro dell’attenzione sia una fantasy minore, giovanile, La città sostituita: dal figlio di migranti della Depressione, giunge una storia sulla lotta fra bene e male, e sull’impossibilità di ogni recupero nostalgico del passato; i conflitti degli USA moderni sono ineludibili e ci sono sempre stati, e l’ambientazione è quel Sud dei monti Appalachi, il luogo per eccellenza dell’America più povera e lontana dalle mitologie patinate. Viene da pensare su quanto della fantascienza, della fantasy e dell’horror che amiamo (come del rock) provenga da quest’America “minore”, diversa da quella dominante nell’iconografia ufficiale, e di cui troppo facilmente ci si dimentica: il New Mexico di Williamson e Brown; l’Ohio di Hamilton, McHugh, Bujold; il Wisconsin di Bradbury e Simak; il Sud di mezzo cyberpunk; lo Iowa di Disch; il Texas di Howard e Lansdale, e così via. Di quest’America (di questi “altri” pezzi d’America) hanno parlato altri due libri preziosi, le storie urbane di Metropoli e natura sulle frontiere americane a cura di Marco Sioli (Milano, Angeli, 2003, E. 22) e l’incommensurabile, recentissimo resoconto di viaggio nel Sud (fra quei “terroni d’America” che affrontano le forme di “caporalato postmoderno”) di Marco d’Eramo, Via dal vento (Roma, Manifestolibri, 2004, E. 6,90). Portelli conclude con i “nostri contemporanei”: Pynchon e DeLillo (che nell’esaltazione delle possibilità postmoderne non dimenticano di parlare di responsabilità e politica), il regista Spike Lee, Toni Morrison (che vince il premio Nobel grazie a una ghost-story ambiziosa e popolarissima come Amatissima, solitamente omessa dai canoni del postmoderno bianco e maschile), il nativo Sherman Alexie, fino al mondo operaio di Bruce Springsteen e alla “storia letteraria della guerra preventiva”, in cui continua a spiccare il ruolo degli scettici “rapporti di minoranza” di Twain e Dick.
E all’interno della cultura di massa, i discorsi della resistenza all’ufficialità estetica e politica continuano a viaggiare. Prima di diventare celebre col ruolo del Comandante Benjamin Sisko in Star Trek: Deep Space Nine, l’attore Avery Brooks era stato lo straordinario protagonista di un’ “opera” teatrale su Malcolm X (X: The Life and Times of Malcolm X, di Anthony Davis) e di un tv-movie che rileggeva La capanna dello zio Tom (dir. Stan Lathan, 1987) “dal punto di vista” degli afroamericani: cambiando pochissimo dell’originale, come ricorda Portelli, e mettendo in primo piano gli aspetti eversivi del romanzo—innanzitutto con la maschera impenetrabile e durissima di un Tom che riesce a vedere quelle cose che gli intellettuali bianchi (di allora, di oggi) si rifiutano di notare. Ovviamente, il punto è che nella cultura di massa c’è tutto e il contrario di tutto, ed è giusto così; allora, viene anche da pensare alla serie originaria di Star Trek e al primo ufficiale dell’Enterprise, Mr. Spock, uomo che per definizione “non dice mai bugie”: e Portelli ci ricorda che fra le frasi celebri che creano la leggenda (per lo più postuma) di George Washington, c’è appunto “I cannot tell a lie”: dentro la maschera di autorevolezza “razionale” e disinteressata dello scienziato c’è il grande Padre della repubblica—a cui ovviamente Star Trek aggiunge un bel po’ di ironia.
Dove finisce, allora, l’ideologia, dove comincia l’utopia? Nello stesso punto, risponde anche il libro di Matteo Sanfilippo, Sogni, paure e presidenti, più divulgativo ma non per questo meno rigoroso, sfaccettato e informativo, al limite dell’enciclopedico; ma appunto studiare l’America è una questione di umiltà, di voler seguire le piccole varianti con cui, lentamente e con coraggio, si svolge la lotta culturale. Triangolando fra storia politica, letteraria e culturale, i capitoli ripercorrono il mito del Presidente (dalla santificazione dei fondatori in un periodo di identità nazionale precaria alle figure deboli degli ultimi anni, facciata di un potere sempre più incontrollato), quello del West e quello dell’antica Roma (da De Mille al Gladiatore), l’iconografia della famiglia piccolo-borghese anni ’50 (le illustrazioni di Norman Rockwell che, sia pur timidamente, non nascondevano quei conflitti tremendi che Dick pone al centro), fino al populismo anti-immigrazione e alla paura letteraria dell’invasione del territorio statunitense (la letteratura sulle guerre future, nata molto prima del 9/11). Prendiamo a esempio il western, che oscilla sin dall’inizio fra razzismo e dissidenza, consapevolezza dello sterminio degli Indiani (come in Washington Irving) ed esaltazioni acritiche, trionfo di un populismo rassicurante (reazionario o democratico) e visioni più scettiche. Il punto di svolta fra John Ford e Clint Eastwood, in questa storia, avviene intorno al 1960, subito dopo il periodo più buio della paranoia maccartista, in cui gli eroi cominciano a trionfare “malgrado la società”, con film come Un dollaro d’onore di Howard Hawks, fra l’altro sceneggiato da una scrittrice come Leigh Brackett che, nella fantascienza, nei gialli e nel cinema (ha un ruolo primario nello script di Il grande sonno, sempre di Hawks), aveva cominciato a fare noir ben prima che questo diventasse moda. Giustamente, Sanfilippo apre il suo lavoro parlando di La seconda guerra civile americana di Joe Dante—ancora una volta, un’America spaccata in due—e di un trascurato film di Michael Moore, Operazione Canadian Bacon (1995): la storia di un’invasione del Canada scatenata da un presidente alla ricerca di un capro espiatorio per i problemi economici della nazione. L’incapacità di accettare l’esistenza di confini legittimi, e l’incapacità di rendersi conto di quelli interni: temi che, appunto, solo la fantascienza sembra in grado di affrontare.
E come sappiamo Star Trek era stata la prima serie TV a osare presentare, negli Stati Uniti, l’audace (nel 1968) scena di un bacio interrazziale (nell’episodio “Plato’s Stepchildren”, in italiano “Umiliati per forza maggiore”) fra la nera Ten. Uhura e il bianco Cap. Kirk. Il fatto che questo bacio fosse forzato da una forma di controllo mentale è solitamente menzionato come segno di scarso coraggio da parte degli sceneggiatori; questo è in parte vero, ma il libro di Sara Antonelli, Rinascita di una nazione, ci può far rivedere il giudizio. Infatti, se esiste un filo conduttore (una scena primaria?) nella letteratura delle donne sulla Guerra civile americana è proprio la realtà diffusa dello stupro delle schiave. Questa, ci dice Antonelli, è la letteratura più direttamente politica del secondo ‘800 americano: prima con l’intervento abolizionista anti-schiavista, poi affrontando la nascente segregazione, una tradizione di scrittrici riesce a entrare nella sfera pubblica del dibattito politico e culturale attraverso il mezzo del romanzo popolare, quel “sentimentale” che a torto si è lasciato al margine delle storie letterarie ufficiali. Si ripercorre così la carriera di autrici bianche come Lydia Maria Child e la più famosa Louisa May Alcott e di autrici nere come Harriet Jacobs, Charlotte Forten, Frances Harper e Pauline Hopkins. Tutte queste scrittrici hanno in mente l’ideale democratico che gli USA vogliono incarnare, ma per tutte è ineludibile la contraddizione della schiavitù, di una democrazia in cui la Costituzione esclude una parte di sé dallo status di esseri umani. E allora le autrici bianche rivoltano e sovvertono il genere sentimentale a partire dalle sue stesse caratteristiche: parlando di seduzione, facendo piangere le loro lettrici, accettano di “correre dei rischi” e parlano degli orrori dell’ideologia e della pratica schiavista, non in astratto (prospettando la dannazione dell’anima dei bianchi, come fanno molte figure ufficiali, più o meno complici) ma in concreto (la sofferenza reale dei corpi dei neri - e delle nere), e cercando di cambiare il mondo anche con la letteratura. Per le autrici nere, la cosa assume un’urgenza assoluta, e il capolavoro è Incidents in the Life of a Slave Girl di Harriet Jacobs, storia “scandalosa” allo stesso tempo di denuncia della schiavitù e autobiografia di una schiava che assume il controllo sui propri sentimenti, sulla propria sessualità e sulla propria vita (ma, ancor più scandalosamente, senza la soluzione consolatoria del matrimonio). E in Of One Blood di Pauline Hopkins (1903), la schiava scopre, insieme con la realtà dello sfruttamento schiavista anche sessuale, un riscatto anche nella mitica città invisibile degli africani: l’utopia, dice Antonelli, di quel “cuore nero dell’America bianca” che solo la letteratura popolare (con una spruzzata di fantascienza, in questo caso) riesce a dare.
E che solo libri “filo-americani” come questi riescono a raccontarci. Con irriverenza, col cuore, coi sogni e senza paure.


Pubblicato Dicembre 28, 2004 03:13 AM | TrackBack

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