di Valerio Evangelisti

Questo articolo è apparso sul dossier allegato al numero di settembre 2004 della rivista Nocturno (cui Valerio Evangelisti collabora saltuariamente ma con estremo piacere), dedicato ai primi dieci anni della testata.
Senza il cinema di genere degli anni ’70, e penso in particolare a quello italiano, io non farei il mestiere che faccio. E’ stato proprio quel tipo di cinema ad alimentare il mio immaginario, a pari titolo – e forse in misura ancora maggiore – della narrativa.
Anche i film più scadenti del periodo contenevano infatti elementi deliranti e geniali, magari limitati a un’unica scena, capaci di suggestionare la mia fantasia. Chiaramente la palma dell’originalità e dell’invenzione spetta allo spaghetti-western. E’ ormai scontato dirlo. Nato come prodotto d’imitazione, il western all’italiana raggiunge presto una sua autonomia, fino a venire a sua volta imitato. Da quel momento, nessun western americano sarà più come un tempo. E chi guardi oggi i primi film di kung-fu, tipo “La morte nella mano” o “Cinque dita di violenza”, riconoscerà senza difficoltà a quale modello si ispirassero.
Il cinema di genere italiano degli anni ’70 fa dunque scuola nel mondo. Devo però precisare che, quando alludo allo spaghetti-western, non parlo solo di Sergio Leone, ma anche di Tonino Valerii, di Giulio Petroni, di Sergio Corbucci, ecc. E, del resto, il cinema di genere che l’Italia impone non è limitato al western, che pure ne rappresenta l’apice. Il giallo, l’horror, il “poliziottesco”, persino la commedia sexy (da “Porky’s” in avanti, le farse statunitensi per adolescenti rifanno il verso alle “insegnanti” e alle “liceali” nostrane) affermano su scala mondiale il loro stile. Un fenomeno già iniziato negli anni sessanta, con le straordinarie invenzioni del genere “peplum” presto sconfinate nel fantastico puro, e con un Mario Bava che, a ogni film, apriva un nuovo filone.
A tutto ciò, la critica italiana mainstream ha reagito inizialmente con supponenza, quasi che quello che aveva sotto gli occhi non fosse vero cinema. Poi, assediata dai cinefili, dalle fanzines, dai cineclub e dai gusti del pubblico, ha cominciato a cedere.
Penso che sia stata essenziale l’apparizione dell’opera imponente di Goffredo Fofi e Franca Faldini L’avventurosa storia del cinema italiano. Per la prima volta un critico ritenuto (non a torto) tra i più schifiltosi rivelava gli sconcertanti retroscena del cinema di genere italiano, la sua simbiosi tra cialtroneria e serietà d’intenti, il progetto di austeri militanti della sinistra extraparlamentare di fare dello spaghetti-western un veicolo per le proprie idee, il geniale dibattersi di tanti registi in una cronica povertà di mezzi, il loro riuscito tentativo, attraverso un disperato bricolage tra specchi e fondali di cartone, di far somigliare un film miserabile a un kolossal. Solo pochi anni prima Tullio Kezich, cui peraltro vanno riconosciuti ampi meriti, insisteva nell’esaltare qualsiasi western americano e nel denigrare per partito preso ogni film simile girato in Sardegna.
Dopo Fofi, tutta la critica “seriosa” è stata forzata a prendere atto della grandezza di Sergio Leone, ma senza spingersi molto più in là. Qualche ammiccamento di consenso a Fernando Di Leo, qualche sorriso stiracchiato a Sergio Corbucci; un riconoscimento, a dir poco dovuto, a Mario Bava. Sono però rimasti fuori dalla riabilitazione artigiani di rango, pronti a girare non importa cosa per campare, e tuttavia capaci di imprimere al più umile dei prodotti una loro cifra stilistica. Per giungere a ciò, occorreva una spinta ulteriore.
Quella spinta, a mio giudizio, è stata impressa da Nocturno. Quando la rivista è apparsa, dopo un periodo di gestazione quale fanzine, aveva dei concorrenti. Quei concorrenti sono tutti spariti. Non a caso, sempre secondo me. Non svolgevano alcun discorso cinematografico, si limitavano all’applauso – mezzo convinto e mezzo divertito – a pellicole considerate sistematicamente dei capolavori, per cui Hilsa, la belva delle SS pareva avere lo stesso valore di Orizzonti di gloria. In questo modo, magari contro le intenzioni, si finiva col fare dell’intero cinema di genere, italiano o straniero, una parata di freaks degna di un circo dei primi del ‘900.
Del tutto diverso il metodo di Nocturno. Schede cinematografiche accurate, spiegazioni razionali utili alla formazione di un giudizio, oggi interi fascicoli monografici. Per me Nocturno è stato una scoperta importante. Mica che io sia sempre d’accordo con le opinioni che esprime. Però sono d’accordo con la sua visione di fondo, simile a quella sostenuta negli anni ’80 dalla mitica rivista francese Starfix. Dalle origini, il cinema ha due anime: quella realistica e un po’ pedissequa dei fratelli Lumière, e quella fantasiosa e delirante di Meliès. Il cinema di genere italiano, nei suoi momenti d’oro, si è innestato sulla seconda. Questa sua matrice va difesa contro gli appiattimenti del presente, che hanno lasciato l’invenzione cinematografica nelle mani di produttori conformisti, alla caccia perenne di sussidi statali, e di cineasti che si sono formati sulle banalità del piccolo schermo.
Sono fiducioso che prima o poi il cinema di genere italiano risorgerà. Non potrà essere né quello di Bruno Mattei (e qui mi dissocio dagli amici di Nocturno), né quello di Dario Argento ultima versione (qualcuno dovrebbe finalmente dire a quell’uomo di astenersi dallo sceneggiare, o di avvalersi di sceneggiatori veramente in grado di valorizzare la sua bravura tecnica). In questa difficile impresa Nocturno può essere d’aiuto. Basti guardare alla sezione retrospettiva della Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno. Sarebbe mai stata possibile, se la mia rivista di cinema preferita non avesse lavorato ai fianchi la critica per un decennio?


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