di Mauro Gervasini
James Lee Burke, Sunset Limited, ed. Meridiano Zero, pp. 345, € 15,50.
Sunset Limited. È il nome di un treno. Quello che portava dall’est all’ovest, dalla Louisiana proletaria alla California dei sogni di gloria e di ricchezza. È anche il titolo di un libro, edito da Meridiano Zero, scritto da James Lee Burke. Il decimo dedicato a Dave Robicheaux. Un poliziotto. Non siamo di fronte al solito noir, perché dietro ai libri di Burke ci sono un universo e una mitologia. L’universo, inteso come mondo circoscritto, microcosmo, è quello dei cajun. Che sarebbero poi gli antichi “acadiens” (letto all’inglese suona più o meno come “a-cajun”) del Canada francese deportati nelle paludi della Louisiana alla fine del ’700, con la malcelata speranza che in quello sputo di posto prima o poi morissero tutti. Invece, sono ancora là. Abitano nel distretto di New Iberia. Suonano lo zydeco e mangiano pesci sac-au-lait. La mitologia è quella del sud. Della guerra civile. Di una vecchia aristocrazia che si ripropone in nuove forme, spesso mostruose, spesso addolcite dai modi e dal cosiddetto southern comfort, che non è soltanto un bourbon ma anche un luogo comune.
Ma Burke è anche estetica. I suoi romanzi non sarebbero così implacabili e abbaglianti senza quelle immersioni nel paesaggio. Mai stucchevoli, mai oleografiche. Perché la natura, le albe sanguinarie sulle paludi o le notti umide e traslucide, riflettono lo spiritualismo tenebroso del quale i romanzi sono pregni. Come in Flannery O’Connor. O come nei film di Terrence Malick, dove la natura assiste alla tragedia umana come un coro greco, facendosi con il proprio silenzio e la propria indifferenza testimone critica del Male. Il Male per Burke non ha nulla di metafisico, in questo la radice ideologica dei suoi noir non è diversa da quella dei classici dell’hard boiled (Hammett in particolare) o degli illustri contemporanei (James Ellroy e James Crumley soprattutto). È un fenomeno umano. Ha un inizio. Ed è questo inizio che ossessiona Robicheaux.
Sunset Limited può essere benissimo letto anche se non si conoscono i romanzi precedenti. Basta conoscere un paio di cose. Robicheaux è un cajun, un reduce del Vietnam, un ex poliziotto di New Orleans, un ex alcolista che ancora frequenta gli alcolisti anonimi, è un agente dello sceriffo di New Itaca, la sua prima moglie è stata assassinata tempo fa, ha adottato una bambina sudamericana, il suo migliore amico è un irlandese di un quintale che non esiterebbe a sparare a qualcuno in mezzo agli occhi, se solo pensasse che lo meriti, la sua partner una sbirra lesbica con un terribile passato di molestie sessuali. A tempo perso, Robicheaux gestisce un negozio-bar per pescatori nel bayou, insieme a un nero dall’età indefinita che si chiama Batist. In Sunset Limited viene contattato dalla figlia di un uomo, un sindacalista, che lui e suo padre trovarono crocifisso molti anni prima. Lei vorrebbe proteggere un carcerato che ha cercato di fregare la mafia, quella centenaria italoamericana di New Orleans, quella che c’era dietro il delitto Kennedy. Ma i tempi sono cambiati, e adesso la Louisiana è terra di conquista: Triadi, Dixie Mafia… Il caos. Che diavolo c’entra, con la lotta di potere ai vertici criminali, l’atroce massacro di un sindacalista sepolto da anni? E qui sta il punto. Perché Robicheaux disseppellisce. Scava. Si ostina a voler risalire alle radici del Male. Alla strage degli scioperanti di Ludlow, Colorado, compiuta dagli sgherri di Rockefeller, al linciaggio impunito degli afroamericani da parte del Klan o di poliziotti fascisti e poi ancora più giù, fino agli eccidi della guerra civile e al genocidio degli indiani. Scava. E una volta che pare scoprire il movente della malvagità è costretto a ricominciare, ad andare ancora più a fondo, mentre tutti i suoi fantasmi gli gridano forsennati nelle orecchie. La grandezza del personaggio di Burke è che lui l’indagine la fa soprattutto nella memoria. Non che non sia un uomo d’azione, ma sono soprattutto i suoi amici a fare il lavoro sporco. In Sunset Limited, per intenderci, perde le staffe una sola volta, quando arresta platealmente il potente di turno, e la cosa gli si ritorce subito contro. No, lui spulcia gli archivi, parla con la gente, legge i giornali, scova la verità in un dagherrotipo ingiallito e, guarda caso, sotterrato. E poi, ha una tale empatia con quella terra di bellezze e di orrori che l’istinto finisce per essergli più utile dell’intuito. Una terra, quella delle paludi, dove anche la ciclicità del Male, il suo continuo ritornare, ha un che di fatale. Come dice quel vecchio detto cajun? “Se hai cercato in tutta la palude l’alligatore che si è mangiato il tuo porco e non lo hai trovato, torna da dove hai iniziato e ricomincia da capo. Devi esserci passato sopra”.


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