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Herbert G. Wells e la Macchina del tempo (1)

di Riccardo Valla

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Tra tutte le opere di Wells, La macchina del tempo è quella che ha conosciuto maggiori modifiche nel corso della pubblicazione: a ogni nuova ristampa l’autore ha continuato ad apportarvi cambiamenti, dapprima assai ampi, poi sempre più limitati, e anche dopo l’edizione “definitiva” delle sue opere continuò a inserirvi piccole correzioni.
Questo è abbastanza fuori del comune, anche se all’epoca, in generale, interveniva sempre qualche piccola variazione tra la prima stesura di un romanzo – quella che in genere appariva a puntate su un periodico – e la versione definitiva. Per esempio, ci sono alcune differenze tra le due versioni di un altro noto romanzo di Wells, La guerra dei mondi, ma si tratta di singole frasi. Una tra tutte: in mezzo alla folla in fuga da Londra c’è un uomo che per salvare uno scrignetto di monete d’oro che gli è caduto si fa travolgere da un carro e muore; nella prima stesura Wells diceva che era un ebreo e aggiungeva alcuni commenti antisemiti. Nell’edizione in libro li tolse. La storia della Macchina del tempo è stata recentemente raccontata in ben due edizioni critiche e altro materiale pertinente è apparso in un volume commemorativo; inoltre è stata data una nuova valutazione del contenuto sociopolitico dell’opera. È anche interessante vedere come la genesi della Macchina del tempo getti luce su altre opere di Wells. Da tutto il lavoro svolto dall’autore sul testo si trae la convinzione che Wells attribuisse a questo romanzo una importanza particolare.

1. La tradizione e i precursori

Più o meno, tutti conoscono la storia della Macchina del tempo: il Viaggiatore (rigorosamente senza nome) invita a cena alcuni amici e presenta loro la sua invenzione. Successivamente sparisce; al ritorno racconta di essere stato nel futuro, dove l’umanità si è divisa in due razze: gli Eloi che vivono nell’ozio e i Morlock che abitano in un proprio regno sotterraneo. Questi ultimi gli rubano la macchina e la nascondono all’interno di una costruzione monumentale raffigurante la sfinge; nella sua ricerca del veicolo, il Viaggiatore scopre con raccapriccio che i Morlock rapiscono gli Eloi per divorarli. Riesce a recuperare la macchina e compie ancora una escursione nel lontano futuro, quando ormai l’uomo si è estinto, il sole non dà più calore e la terra è abitata solo da artropodi. Dopo il racconto, il Viaggiatore riparte e non fa più ritorno.
Chi conosce un po’ la storia della fantascienza dispone in genere di altre due informazioni: Eloi e Morlock simboleggiano i contemporanei vittoriani di Wells, la classe dei ricchi e quella dei lavoratori; nel corso dei secoli, la separazione di censo ha portato a isolamento riproduttivo e ha dato origine a due razze diverse. La seconda informazione generalmente nota è che il romanzo deriva da una stesura su rivista chiamata The Chronic Argonauts, gli argonauti del tempo, e ne costituisce l’ampliamento.
In realtà la prima credenza è una semplificazione e la seconda è un’esagerazione. Nelle figure di Eloi e Morlock affiorano i temi di un discorso sociale che Wells ripeterà per altri cinquant’anni e – soprattutto – nonostante quella che sembrerebbe coscienza di classe, Wells non è mai stato comunista. E tra la stesura degli Argonauti e quella della Macchina non c’è quasi nulla in comune, salvo il viaggio nel tempo!
Il romanzo di Wells sta a metà tra il vecchio modo di intendere il viaggio nel tempo e quello nuovo, quando l’attenzione si sposta dalla descrizione delle società del futuro a quella dei paradossi temporali, degli universi paralleli, delle ucronie. Wells evita accuratamente i paradossi, anche se il concetto non gli era estraneo nelle prime fasi della stesura, e narra quello che sostanzialmente è un “sogno”, per usare il termine impiegato da alcuni scrittori come il Mercier dell'Anno 2440 (“rêve s’il en fût jamais”) o il Mantegazza dell’Anno 3000: sogno, romanzi in cui il protagonista vede il futuro dell’umanità e torna tra noi a raccontarcelo. Per questo di solito si considerano suoi precursori le utopie come quella di Mercier. Del resto, presentare le bellezze del futuro per sostenere una propria idea sulla società, come faceva Mercier, non è molto diverso dal presentarne gli orrori per sostenere la propria idea politica, che si presume capace di evitarli. In questo senso, La macchina del tempo inaugura anche il filone delle antiutopie.
Tutto questo anche se c’è effettivamente una differenza tra Wells e i suoi predecessori ed è quella di avere immaginato per primo un mezzo meccanico per viaggiare avanti e indietro tra i secoli: una “bicicletta del tempo”. Anche se in seguito è stata raffigurata come una sorta di automobile (un po’ come una Smart...), è meglio immaginare la macchina del tempo come una sorta di bicicletta: il protagonista cade rovinosamente dal sellino e si salva a malapena dagli esseri del futuro che vorrebbero catturarlo. Inoltre, è più facile farla entrare nel basamento della Sfinge, quando i Morlock la rubano. Quanto al fatto se la bicicletta potesse svolgere anche nell’immaginazione del pubblico il ruolo di macchina capace di portare velocemente avanti e indietro nel tempo, e dunque risultare plausibile, si può citare un racconto di Grant Allen pubblicato qualche anno prima, La catastrofe della valle del Tamigi (1887), e varie volte ristampato da allora: nel racconto si apre improvvisamente una faglia nell’alta valle del Tamigi e ne esce una colata di lava che avanza rapidamente, distruggendo tutto quello che incontra. Inforcando la sua bici e buttandosi a precipizio sulle stradine dell’epoca, il protagonista riesce a salvarsi. Cerca anche di dare l’avvertimento, ma la velocità della sua bicicletta è la sola che possa battere quella della marea avanzante di lava. Pedoni e cavalli, assai più lenti di lui, vengono inesorabilmente travolti!

2. La prima stesura

Quando iniziò a parlare di macchina del tempo, Wells era ancora uno studente presso la Normal School of Science di Londra e aveva come insegnante Thomas Huxley, il bellicoso divulgatore dell’evoluzionismo di Darwin. A ispirare Wells fu un articolo di Charles Hinton apparso nel 1880, in cui si parlava di quarta dimensione, e il giovane indusse alcuni compagni a pubblicare un periodico della scuola The Science Schools Journal; in esso apparvero tre puntate del racconto The Chronic Argonauts (aprile-giugno 1888). In seguito pare che lo stesso Wells abbia giudicato troppo “gotica” la storia e abbia cercato le copie presso gli ex compagni e le abbia distrutte quasi tutte. Il testo che conosciamo è stato recuperato da una copia del British Museum.
La storia inizia in un villaggio gallese dall’astruso nome di Llyddwdd (che però dovrebbe semplicemente pronunciarsi Lidded, se non andiamo errati), dove la gente è ancora scossa da un misterioso delitto avvenuto poco tempo prima, in una casa lontana dall’abitato. Quale non è la sorpresa degli abitanti nell’apprendere che ora un certo professor Moses Nebogipfel è venuto ad abitarvi. Fin dall’inizio le abitudini del nuovo venuto appaiono alquanto strane agli abitanti. Allarmati dalle luci e dai rumori che giungono dalla casa (all’epoca, solo le grandi città avevano a malapena l’illuminazione a gas...), i cittadini inviano il parroco a informarsi; poi, quando il religioso non fa ritorno, si ammassano minacciosamente attorno alla casa pensando che il professore compia chissà quali riti satanici al suo interno. Improvvisamente Nebogipfel ricompare, e con lui c’è il parroco, visibilmente scosso. Nebogipfel sparisce di nuovo e quando lo rivediamo, poco più tardi, è sporco di sangue. La spiegazione viene data in parte da lui e in parte dal parroco. L’uomo è un inventore e ha costruito la macchina del tempo; ha portato con sé nel futuro il parroco venuto a chiedergli giustificazione delle sue attività e, dopo averlo riportato indietro, riparte per il futuro. Tuttavia, nel ritornare indietro la seconda volta, retrocede di qualche anno di troppo e si trova fra i precedenti abitanti della casa, padre e figlio, i quali, superstiziosissimi, lo scambiano per una creatura del demonio e lo vogliono uccidere. È costretto a eliminarli per difendersi – così dando la spiegazione degli antichi delitti – e riemerge nel presente poche ore dopo avere riportato il parroco.
La storia sembra ispirarsi a un’osservazione dell’articolo di Hinton, ossia che in passato i viaggiatori della quarta dimensione potrebbero essere stati scambiati per fantasmi. Probabilmente Wells intendeva scrivere almeno un altro capitolo finale – i tre episodi riportano le stesse vicende, osservate da diversi punti di vista – ma questa prima stesura della Macchina del tempo non venne mai completata. Il nome dell’inventore sembra essere tratto dalla bibbia, “Mosè che guarda dalla vetta del monte Nebo”, il monte da cui Mosè ammirò la terra promessa, e nel racconto il professore parla con entusiasmo dei progressi che la sua invenzione potrà far compiere all’umanità. Interessante notare che l’ambientazione ricorda quella di un successivo romanzo, L’uomo invisibile. È anche da notare che in questa prima versione l’inventore porta con sé un testimone; nella storia del viaggiatore che tornando indietro nel tempo crea quel tipo di paradosso che va sotto il nome di anello temporale chiuso (uccide coloro che, con la loro scomparsa, gli permettono di affittare la casa e trovarsi così sul luogo) abbiamo un primo esempio di paradosso temporale: è da notare come Wells elimini, nella redazione definitiva, sia questo paradosso sia alcuni elementi “sensazionalistici”, ma in fondo prevedibili: la folla che tumultua in preda all’indignazione, i delitti e, nelle ultime versioni, il viaggiatore che capita in un secolo sbagliato e viene scambiato per una creatura del demonio, o l’incontro con gli ultimi discendenti dell’uomo. Non che nella stesura definitiva manchino gli aspetti sensazionalistici – l’incendio del bosco in cui scompare Weena, il furto della macchina, la scoperta del segreto dei Morlock – ma si tratta di episodi che portano a una svolta nella storia e che agiscono drammaticamente sul personaggio, cambiandone la condizione emotiva, e non sono solo dei riempitivi a effetto.

3. Le versioni perdute

La storia rimase a questo stadio per qualche anno, finché un romanzo breve, intitolato La macchina del tempo, non apparve parzialmente – fino alla fuga dai Morlock – sulla rivista The National Observer. Nel frattempo, il solo scritto di Wells che si colleghi a essa è un articolo apparso sulla popolare Pall Mall Gazette nel 1893, L’uomo dell’anno 1.000.000, in cui prevedeva che l’uomo del futuro avrà cervello sempre più grande e muscoli sempre più piccoli; in una graduale sostituzione delle sue parti naturali con parti artificiali più efficienti, assorbirà il cibo attraverso la pelle, da bagni di sostanze nutritizie. Seguendo le teorie contemporanee, secondo cui il sole irradiava calore perché si riduceva di volume, Wells supponeva che la superficie della terra fosse ormai inabitabile, all’epoca – a un solo milione di anni da noi – e che quella umanità abitasse in grotte sotterranee.
L’articolo ebbe una piccola notorietà perché il Punch ironizzò su di esso (25 novembre 1893), con una poesiola e un disegno che mostrava gli “uomini” del futuro (una sorta di palle, che camminavano sulle mani) e diceva:

Non solcherà più la terra e il mare
Il mondo sarà appassito, gelido, morto
E man mano che il freddo dell’Eternità si allargherà, scaverà
Invece sottoterra, sempre più profondamente.

Questo articolo mostra come Wells, che allora insegnava zoologia e aveva già scritto un paio di libri di testo sull’argomento, fosse ormai pienamente entrato in una visione evoluzionistica: idee che giocheranno un ruolo molto importante nelle successive stesure della Macchina del tempo. Negli stessi anni, Wells iniziava a scrivere racconti, anch’essi ispirati alle sue conoscenze zoologiche, in cui presentava l’incontro con forme di vita strane e aberranti: Il bacillo rubato, L’isola dell’Aepyornis. Al pari di quella della macchina del tempo, anche l’idea degli uomini del futuro con il cervello ipertrofico e la muscolatura ridotta è un’immagine che venne ripresa dalla fantascienza degli anni seguenti, ma che Wells non volle più usare.
La stesura della Macchina del tempo apparsa sul National Observer è la vera prima stesura del romanzo: scompaiono il villaggio gallese, il dottor “Guarda dal Monte Nebo” e la folla inferocita, e abbiamo invece la riunione di amici e il racconto dell’inventore.

4. La de-evoluzione

La versione pubblicata sul National Observer viene però considerata la quarta stesura, perché dopo The Chronic Argonauts (stesura numero uno), il primo biografo di Wells (West, nel 1930) dice di avere letto tra il 1889 e il 1892 due altre stesure, poi distrutte dallo stesso Wells. In entrambe il Viaggiatore compie un viaggio di pochi secoli ed emerge in un futuro non molto diverso dalla sua epoca, dominato da una classe di “sacerdoti della scienza” che tengono schiava la popolazione. Entrambe le volte, l’arrivo del Viaggiatore porta la popolazione a ribellarsi e a distruggere l’intera civiltà.
Della terza versione è rimasto forse un frammento tra le carte di Wells: un breve episodio in cui il viaggiatore torna eccessivamente indietro nel passato e incontra abitanti che parlano un inglese leggermente diverso dal suo e la guardia cittadina lo prende a fucilate.
Nelle versioni successive – una quinta versione apparve su un’altra rivista, la New Review; la sesta è quella definitiva in volume – non troviamo più il dottor Nebogipfel, ma “l’inventore”, e si accenna ai suoi notevoli guadagni grazie ad alcune sue realizzazioni nel campo dell’arredamento domestico. Viene il sospetto che Wells, in qualche modo, abbia pensato a William Morris, l’utopista e, diremmo noi, “designer d’interni” che realizzò nuovi tipi di arredamento domestico – dalle stoffe alle vetrate alle sue edizioni librarie – e fu uno dei padri del Liberty. Ma le varie posizioni politiche sono meglio rappresentate dagli amici a cui il viaggiatore racconta la sua avventura.
Nelle versioni definitive (a partire dalla quarta) il ritratto del prossimo futuro è scomparso, ma evidentemente Wells non amava buttare via nulla, perché – esattamente come aveva recuperato per L’uomo invisibile il villaggio gallese – qualche anno più tardi recupererà questo episodio, trasformandolo in un romanzo. Si tratta di uno scritto non molto noto, Quando il dormiente si sveglierà, in cui un contemporaneo di Wells, colto da un sonno irresistibile, dorme per più di duecento anni e si sveglia in un mondo che è tutto... di sua proprietà. Infatti, il suo caso clinico, il suo sonno, aveva goduto di una grande notorietà e si era costituita una fondazione per studiare la sua condizione; nel corso dei decenni, molti lasciti e molte eredità si erano aggiunte al patrimonio iniziale della fondazione ed era divenuto comodo intestare al “dormiente” – che ne aveva la proprietà ma che, data la sua condizione di sonno ininterrotto, non sarebbe mai intervenuto nella gestione – ogni sorta di beni e di fondi. Scrupolosamente amministrarti da un gruppo di fiduciari, questi fondi erano diventati la base dell’economia mondiale e la figura addormentata da due secoli era ormai teoricamente il proprietario di tutto il pianeta, anche se i suoi veri padroni erano i fiduciari.
Con il suo risveglio, il Dormiente rischia di far crollare la stabilità economica del mondo. Chiede misure sociali, si oppone alla politica seguita fino ad allora e presto scoppia un movimento rivoluzionario attorno alla sua figura. Come si vede, la storia è un ampliamento delle versioni della Macchina del tempo eliminate da Wells.
Al posto di questa storia di sfruttamento e di rivoluzione, nella versione del romanzo apparsa sul National Observer abbiamo il futuro degli Eloi e dei Morlock e la definitiva scomparsa della razza umana, per lasciare, sotto un sole quasi estinto, solo una forma inferiore: una sorta di enormi insetti.
Una tappa intermedia del processo è descritta in alcune pagine della quinta versione – su New Review – e mostra la degenerazione ulteriore dell’uomo. Il capitolo è stato eliminato dalla versione in volume; in esso il viaggiatore, dopo avere lasciato i Morlock, viaggia nel futuro e si ferma in un punto indeterminato del lontano domani. Si trova su una terra spoglia e desolata, abitata solo da un animaletto che gli ricorda un po’ il coniglio e un po’ la scimmia. Prende un sasso e ne colpisce uno sulla testa (azione che oggi ci fa un po’ storcere le labbra, ma il suo antisemitismo e il suo razzismo ce li aveva tutti, il buon Wells) per poi esaminarlo e scoprire che ha cinque dita “quasi umane” e che dunque si tratta di un ultimo discendente di Eloi e Morlock. Mentre esamina l’animaletto, il viaggiatore sente avvicinarsi una creatura e scopre accanto a sé un enorme “insetto”. I conigli-scimmia sono tutti spariti. Sale sulla macchina del tempo e ritorna il giorno dopo, ma non riesce a catturare altre creature. Nell’episodio successivo sopravvivranno solo gli artropodi.
Si noti come il discorso di Wells parta dall’evoluzionismo per poi arrivare al suo contrario, la de-evoluzione. Molte volte, negli scritti di Wells, incontriamo il concetto che l’uomo, dopo essere giunto al suo punto più alto (più o meno simile ala società vittoriana!) regredisce e lascia il posto di “signore del cosmo” a esseri inferiori. Al posto delle oligarchie (più o meno) illuminate sale al potere la folla irragionevole, al posto dei mammiferi regnano gli artropodi; persino, se vogliamo, nella Guerra dei mondi, a vincere la battaglia contro gli invasori venuti dal pianeta vicino sono i microbi al posto dell’uomo. Questa non è una considerazione scientifica: è un’ideologia, una falsa coscienza allarmistica: del resto, per vedere che non è una deduzione ma una sorta di allegoria, basta osservare la logica della narrazione: se il sole si raffreddasse al punto da non permettere la vita dei mammiferi, non potrebbero sopravvivere neppure gli insetti...
D’altra parte, l’evoluzione non è un concetto “scoperto” da Charles Darwin, anche se per lui era una sorta di “bene di famiglia”, dato che già il nonno, Erasmus, aveva una sua teoria dell’evoluzione. (Una famiglia di Lord della scienza, per così dire: ancora negli anni 1940 c’era un Darwin a capo delle ricerche inglesi.) Ma perché le teorie evoluzionistiche di Lamarck e di Erasmus Darwin rimasero confinate al campo dei biologi – e anche le loro polemiche sull’interpretazione degli strati geologici del Devon furono una questione interna al campo – mentre l’evoluzionismo di Charles Darwin suscitò (e suscita ancora) una guerra di religione, con i suoi santi e i suoi eretici? La sola cosa che distingua la teoria di Ch. Darwin da quelle precedenti è il valore dato alla sopravvivenza del più adatto, che venne letta come sopravvivenza del più forte, ma questo – il cosiddetto darwinismo sociale – pare abbastanza in armonia con le idee imperialistiche dell’epoca vittoriana e non risulta che abbia destato polemiche. Evidentemente c’era qualcosa nel concetto stesso di evoluzione che colpiva i vittoriani dell’ultimo quarto di secolo e una risposta potrebbe essere la facilità con cui il concetto di evoluzione si può trasformare in quello di de-evoluzione: se una società o una classe cessa di essere la più forte, rischia di essere sostituita da quelle “inferiori”. La sconfitta degli inglesi a Khartoum, il diffondersi delle rivendicazioni sociali, il sorgere della potenza prussiana, le rivolte nelle colonie possono avere preparato il fertile terreno di coltura per questi dubbi profondi, che si espressero sotto forma della polemica pro e contro l’evoluzionismo. Come si inserisse Wells in questa polemica è l’argomento della Macchina del tempo e lo vedremo nella seconda parte di questo articolo.


Pubblicato Novembre 11, 2004 04:17 AM | TrackBack

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