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KERRY vs. BUSH?

di Paolo Chiocchetti
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Così bisogna fare per tutta la vita e, quando le cose ci si presentano troppo persuasive, bisogna denudarle e osservare a fondo la loro pochezza. (Marco Aurelio)

1. Il 2 novembre si approssima, e con esso la data delle elezioni presidenziali americane. Solo su una cosa (quasi) tutto il mondo politico americano, dai fondamentalisti evangelici che votano repubblicano appellandosi alla volontà di Dio a vasta parte della intelligentsia di sinistra e radicale americana, concorda: il carattere cruciale, storico e dirompente della scelta tra Bush e Kerry e la necessità di mobilitare tutte le risorse a propria disposizione per far prevalere il candidato prescelto. Lo scenario dipinto dalle voci progressiste è quello di un'America spaccata tra due opzioni di civiltà contrapposte e irriducibili, tra l'America rurale, religiosa, neo-conservatrice e guerrafondaia di Bush e l'America urbana, liberal-democratica, cosmopolita e riformista di Kerry. Riuscirà l'erede politico di Kennedy e Clinton a salvare il mondo dall'incubo di altri quattro anni di presidenza Bush-Cheney? Oppure la rielezione di quest'ultimo proietterà uno scenario catastrofico di devastazione del welfare e dei diritti civili, di guerra permanente e di reazione culturale in senso omofobo e patriarcale?

Temo che non molti colgano a fondo il ridicolo (se non avesse tragiche conseguenze) contenuto in queste ricostruzioni, tanto potente e pervasiva è stata la campagna mediatica che le ha diffuse ed accreditate in tutto il mondo. Basti citare il dirompente "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore, che mescola sacrosante critiche alla guerra in Iraq ad una caricaturale demonizzazione di Bush jr. (per cui le cause dell'attacco all'Iraq vengono volgarizzate come un "colpo di testa" personale, dovuto alla sua proverbiale stupidità e ai legami economico-finanziari della sua famiglia con la famiglia Bin Laden e l'oligarchia saudita) e ad una subliminale beatificazione dei democratici (che, quasi mai nominati, sembrano apparire per contrasto una scelta obbligata e provvidenziale, come indica paradigmaticamente il giovane veterano di guerra che, ritornato dai combattimenti nel deserto iracheno mutilato e disilluso, diventa un'attivista democratico).
Purtroppo, la realtà è molto diversa dal wishful thinking di intellettuali, editorialisti e corrispondenti (da cui non scampa nemmeno buona parte della copertura delle elezioni americane de “Il Manifesto”).

2. La triste verità è che i giochi sono già stati fatti da tempo, e che la scelta del 2 novembre avrà effetti marginali sul futuro sia degli Stati Uniti che del mondo. Alcuni momenti cruciali negli ultimi sei mesi hanno già deciso l'esito sostanziale delle elezioni.
Il primo è stato il processo di nomination del candidato democratico che, pur alimentando entusiasmi per l'insospettata vitalità della campagna delle organizzazioni (MoveOn.org) e dei candidati più o meno di sinistra (Dean, Braun, Kucincich, Sharpton), non ha avuto altro risultato che ammantare di un'aura pacifista e progressista il vincente John Forbes Kerry, multimilionario eroe della guerra al Vietnam sponsorizzato dalla cricca che da vent'anni domina il partito e convinto sostenitore di una politica economica neo-liberista e di una politica estera di "internazionalismo muscolare". Nessuna vittoria di un candidato "pacifista", come McGovern nel 1972. Nessuna pericolosa sfida interna lanciata da una influente campagna populista di sinistra, come quelle di Eugene McCarthy nel 1968 o da Jesse Jackson nel 1984 e 1988. Con una paradossale adesione ai peggiori metodi vetero-comunisti, la post-moderna sinistra democratica ha immediatamente dato il via alla beatificazione del leader vincente, all'auto-silenziamento, all'accettazione delle posizioni e dichiarazioni più reazionarie nel nome della vittoria contro il nemico-satana, e alla demonizzazione dei settori della sinistra ostili a Kerry come "oggettivamente controrivoluzionari".
Il secondo è stato il rifiuto della convention del Green Party, “fabbricato” dalla parte della sua leadership più legata ai democratici (sfruttando le complesse pieghe dello statuto in maniera formalmente impeccabile, ma distorcente della volontà della maggioranza degli iscritti, vedi qui), di appoggiare la candidatura indipendente di Ralph Nader e di farne il polo di riferimento e aggregazione per l’intera sinistra statunitense. La nomina di David Cobb, all’insegna di una strategia dell’invisibilità (per la fama inesistente del candidato e per mancanza di fondi ma soprattutto per la scelta di una “safe states strategy” e per i velati incoraggiamenti a votare Kerry ovunque il risultato sembri incerto), ha segnato un grave scacco per Nader in termini di ammissione nelle schede elettorali e di disponibilità militante e ha determinato una spaccatura profonda e dal futuro imprevedibile all’interno dei verdi tra una parte del partito pronta a diventare un’appendice permanente dei democratici e un’ala che ha di fatto seguito Peter Camejo (popolare leader verde, ora candidato vicepresidenziale con Nader) su posizioni coerentemente di sinistra e indipendenti da entrambi i grandi partiti.
Il terzo è stata il carattere che la campagna elettorale ha assunto fin dai suoi inizi. Kerry ha giocato tutte le sue carte sul rifiuto di qualsiasi discontinuità radicale dalle politiche di Bush e sul tentativo di apparire un continuatore migliore (più credibile, moderato, intelligente e fascinoso) delle stesse. La stragrande maggioranza dell’intelligentsia liberal e perfino radicale si è lanciata in una martellante campagna che invita a votare Anybody But Bush (ABB), ritrae Kerry come il redentore (per intime convinzioni mascherate dalle necessità della conquista degli elettori di centro, o “suo malgrado”, per la composizioni sociale del suo elettorato e per la sua presunta maggiore sensibilità alle future pressioni dal basso), paventa scenari apocalittici in caso di sconfitta e dedica una quota sproporzionata delle proprie energie ad attaccare ferocemente Nader (accusato di essere un utile idiota, un megalomane o una quinta colonna dei repubblicani, e subissato di velenose calunnie stile tabloid scandalistico). Il partito democratico è infine ricorso agli escamotage legali più complessi per escludere Nader dalle schede elettorali in più stati possibile, per costringerlo a sprecare tempo e risorse in estenuanti battaglie giudiziarie, e per respingerlo anche quest’anno (assieme agli altri candidati minori) dai dibattiti presidenziali.
Il risultato di tutto ciò è stato il collasso dello spettro del dibattito politico, con la marginalizzazione di qualsiasi voce alternativa, la definizione preventiva di un angusto consensus tra i due partiti maggiori su tutti i maggiori temi politici (e l’esclusione di molti di essi dal dibattito stesso), e la riduzione delle elezioni alla scelta del personale più affidabile e dallo stile più efficace per portare avanti la medesima linea (con varianti minori).

3. Il fatto che affermazioni come queste destino incredulità e scalpore è già un sintomo della gravità delle distorsioni percettive indotte dal duopolio repubblicano-democratico. Non posso qui procedere ad un’analisi dettagliata dei programmi di Bush e Kerry, per i quali sono costretto a rimandare all’encomiabile raccolta di Alexander Cockburn e Jeffrey St.Clair “Dime’s Worth of Difference”, ripubblicata parzialmente su www.counterpunch.org . Basta però fare alcuni esempi per rendere chiaro fino a che punto il consenso sulla sostanza delle opzioni politiche sia bipartisan e la divergenza tra i due partiti sia limitata ad aspetti secondari o addirittura meramente retorici (per “tener buona” la propria base elettorale).
Kerry e il Partito Democratico hanno in questi anni votato compattamente a favore della guerra in Afghanistan, della guerra in Iraq, della legislazione liberticida del Patriot Act, del No Child Left Behind Act (che smantella un’importante settore del welfare rooseveltiano). Riguardo all’Iraq, Kerry ha fatto sapere al Washington Post che, sapendo quello che sa ora sull’assenza di armi chimiche, biologiche e nucleari in Iraq, avrebbe ugualmente votato per autorizzare la guerra, e se fosse stato presidente con tutta probabilità avrebbe lanciato un attacco militare per rovesciare Saddam (anche se avrebbe gestito le cose “molto differentemente”). In un’altra occasione ha chiarito che non pensa ad un rapido ritiro, e che è disposto addirittura ad aumentare la presenza americana. In politica estera il “muscular internationalism” democratico non appare niente affatto imbelle, come chiarito dal vigoroso invito dell’astro nascente del partito Barack Obama a colpire preventivamente l’Iran e, nel caso di un rovesciamento della dittatura di Musharraf, a compiere un attacco chirurgico contro le installazioni nucleari pakistane. In politica economica, un governo Kerry non andrebbe al di là della riedizione appannata dal rallentamento economico delle amministrazioni Clinton, che dietro le statistiche spettacolari e gli elogi del mondo economico-finanziario nascondono otto anni di lacrime e sangue per le classi subalterne, colpite dal declino del salario reale, dai tagli al welfare, dall’incremento delle ore lavorate, della flessibilità e del potere di ricatto del management, dal trionfo della globalizzazione liberista e della finanziarizzazione della produzione, e infine dalla incarcerazione di massa (attualmente 6,9 milioni di americani, il 3,2 percento della popolazione, si trovano in prigione o sottoposti a forme di libertà condizionata – essi sono in misura sproporzionata di colore e ispanici, condannati prevalentemente per reati incruenti e “dei poveri” come quelli contro la proprietà o legati alla droga). Anche in altri settori, come quello ambientale o della difesa dei diritti dei gay e delle donne, un analisi più approfondita sembra ridimensionare le differenze rispetto ai repubblicani (ad esempio Kerry si è detto pronto a nominare giudici anti-abortisti, purché non determinino il rovesciamento della storica sentenza Roe vs. Wade sulla legalizzazione dell’aborto, e si è dichiarato contrario ai matrimoni omosessuali, pur opponendosi ad un divieto costituzionale).

4. Il problema è che, in America come in Italia, vige una totale o selettiva (che scatta ogni 4 anni in tempo di elezioni) amnesia nei confronti della storia e della natura del partito democratico. Un partito che conta tra i suoi gloriosi annali ottocenteschi imprese come i massacri degli indiani sotto Andrew Jackson, la risoluta difesa della schiavitù nel Sud, la reazione post-guerra civile che porta alla formazione del Ku Klux Klan, all’affermazione di un regime di terrore contro neri e abolizionisti e all’instaurazione della segregazione razziale. Un partito che, tutt’altro che pacifista, ha guidato una (spesso riluttante) America nelle due guerre mondiali, nello sgancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, nell’inizio della Guerra Fredda, nell’escalation della crisi dei missili di Cuba (che, come afferma lo stesso segretario alla difesa dell’epoca Robert McNamara nel bel documentario “Fog of War”, non è sfociata nell’olocausto termonucleare solo grazie ad una buona dose di fortuna), nel carnaio del Vietnam, e in un decennio di bombardamenti aerei e di sanzioni genocide contro l’Iraq (che hanno presumibilmente provocato un milione di morti). Un partito a cui dobbiamo luminosi esempi di promozione dei diritti civili come i Palmer Raids del 1917, che distrussero il movimento operaio americano radicale, e l’internamento durante la Seconda Guerra Mondiale di centinaia di migliaia di giapponesi e americani di origine nipponica in campi di concentramento. Un partito che dal 1931 al 1968 è stato il veicolo favorito delle classi dominanti statunitensi (specialmente se di vedute ampie e internazionali), ed oggi continua ad essere una creatura dominata da una importante frazione delle stesse, finanziata dalle grandi corporation e diretta in funzione dei loro interessi percepiti.
L’unico dato storico reale alla base dell’illusione ottica che fa sembrare “progressista” a vasti settori il Partito Democratico è la grande svolta degli anni Trenta, quando sotto l’impulso della Grande Depressione e del radicalismo di sinistra in ascesa Roosevelt rovesciò il tradizionale liberismo dei governi statunitensi e diede vita ad un blocco sociale “keynesiano” (sindacati, neri, agricoltori, settori industriali e di classe media) a sostegno di un intervento pubblico moderatamente riformista in economia. Senza entrare in una discussione storica approfondita, ciò che importa ai nostri fini è che il consensus keynesiano si è rotto nel periodo di crisi e transizione degli anni Settanta, e negli anni Ottanta è stato strutturalmente soppiantato dal “Washington Consensus” neoliberista. Dall’epoca del governo Carter fino ad oggi entrambi i partiti concordano pienamente sugli obiettivi strategici di fondo: un rilancio del saggio di profitto a spese del monte-salari; la distruzione del potere contrattuale e delle tutele della classe lavoratrice; lo smantellamento del welfare universalistico e la sua privatizzazione; la liberalizzazione interna e internazionale; il dominio della finanza e di Wall Street; il rafforzamento dell’impero economico-militare statunitense; la rivincita dell’individualismo proprietario sulle idee egalitarie e socialiste.

5. Su tutto questo si basa la diagnosi della sinistra radicale americana, che descrive un sistema politico bloccato di duopolio repubblicano-democratico al servizio del grande capitale e monolitico nella sua emarginazione di qualsiasi tentativo di espansione degli spazi democratici e di riforma sociale. Su questo si basa la sua ricetta elettorale, quella dell’unificazione delle forze sotto le insegne di un terzo partito e di una piattaforma chiaramente alternativa (e non settaria), che qui ed ora costringa i governi a fare i conti e ad offrire concessioni ad una massa di elettori protestatari, e che in prospettiva porti alla distruzione del duopolio e all’apertura di spazi di agibilità per alternative politiche di sinistra (accesso alle schede elettorali, ai dibattiti e ai finanziamenti pubblici; forme di rappresentanza proporzionale; presenza nel dibattito politico, etc). Di qui il coraggioso rifiuto di unirsi agli ipocriti cori filo-democratici e l’indicazione di voto per Nader-Camejo, l’unico ticket con una visibilità e un seguito consistente che sostenga caparbiamente le ragioni della pace e giustizia internazionali, dei lavoratori, delle minoranze etniche o di genere, dei diritti civili e della difesa dell’ambiente.
Le elezioni da sole, si prende d’altronde atto, hanno storicamente fatto ben poco per migliorare le condizioni delle classi e dei gruppi subalterni. Tutte le maggiori conquiste sociali statunitensi sono scaturite da vasti movimenti di massa che, indipendentemente dal colore del presidente in carica, sono riusciti ad imporre la propria agenda all’ordine del giorno politico e hanno costretto i governi a correre ai ripari con concessioni parziali che evitassero una radicalizzazione ulteriore. Ciò è un fattore ben visibile nel periodo del New Deal rooseveltiano, nel movimento afro-americano per i diritti civili, nel movimento contro la guerra in Vietnam e in generale nell’ondata di radicalismo degli anni sessanta-settanta. La lotta paga (come dicevano gli wobbly degli anni dieci, “direct action gets the goods”), paga anche sotto presidenti repubblicani (esemplari sono le molteplici riforme progressiste passate sotto l’amministrazione Nixon) e soprattutto si trova immediatamente attaccata con egual ferocia da entrambi le ali dell’establishment.
Servono perciò chiarezza, determinazione e fantasia. Proprio quello che l’intelligentsia liberal, propagandando l’abietta subordinazione all’ormai putrefatto cadavere del Partito Democratico, vorrebbe cancellare permanentemente. Al governo, brandendo la minaccia delle orde barbariche repubblicane alle porte, e riuscendo con grande efficacia a comperare il silenzio della grande maggioranza delle voci di centro-sinistra (vedi l’esperienza delle, orribili, amministrazioni Clinton). All’opposizione, sventolando l’incubo di un fascismo prossimo venturo e riuscendo regolarmente a provocare lo sfaldamento degli embrionali third parties alternativi.

6. Le morali del discorso sono due, condensabili in due modesti suggerimenti.
Il primo: la logica del male minore, nel caso statunitense, porta a risultati aberranti, perché silenzia le voci critiche contro lo status quo e preclude qualsiasi possibilità di significativo cambiamento progressista.
Il secondo: le differenze tra la situazione politica americana e quella italiana sono molto consistenti, ma a ben vedere si possono notare anche non poche analogie. Non sarebbe male ricordare e fare tesoro del vecchio ammonimento marxiano: De te, lector, fabula narratur


Siti utili:
www.counterpunch.org
Superbo quotidiano on-line radical statunitense, che in questo periodo pre-elettorale ha dedicato molte delle sue colonne ad una sistematica e tagliente demistificazione delle favolette sul Partito Democratico e dell'isteria degli ABBers.
www.votenader.org
Il sito della campagna presidenziale progressista Nader-Camejo.
www.marxmail.org
Una mailing list di studiosi e militanti marxisti americani, fonte di preziose segnalazioni e spunti di analisi sulle elezioni 2004 (con archivio).
www.newleftreview.net
L'articolo di apertura del numero corrente della più prestigiosa rivista britannica di sinistra offre una chiara panoramica dell'atteggiamento verso Kerry dei gruppi progressisti statunitensi.

Pubblicato Novembre 1, 2004 12:01 AM | TrackBack

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