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Total Hrabal
opsceltehrabal.jpgdi Alessandro Catalano [da eSamizdat, 2004 (II) 2, pp. 289-293] Bohumil Hrabal - Opere scelte - progetto editoriale e prefazione di S. Corduas, saggio introduttivo di J. Pelán, a cura di S. Corduas e A. Cosentino - Mondadori - 49 euro “Sulla forca! È quello il posto di Bohumil Hrabal e dei maniaci simili a lui, purtroppo non è il solo, e così la maggior parte dei nostri scrittori e operatori culturali. Sulla forca! La letteratura è un letamaio, un allevamento per la produzione in serie di perversi assassini bestiali, di sifilitici in età giovanissima e infantile, di delinquenti e di ubriaconi in genere? Sulla forca” (p. 692). Questo curioso brano di una lettera anonima, riutilizzato da Hrabal alla fine degli anni Sessanta in un testo-collage contenuto in Sanguinose ballate e miracolose leggende, contribuisce forse meglio di ogni altro a rendere l’idea di cosa abbia significato, a partire dal tardivo esordio del 1963, l’ingresso di Hrabal nella letteratura ceca. Ciò che l’anonimo, definendo i suoi libri “i liquami e il vomito spirituali con i quali si masturba pubblicamente la bestia bipede B. Hrabal” (p. 692), faceva finta di non vedere, era il grande interesse che essi avevano suscitato tra i lettori meno prude. La quantità di lettere ricevute avrebbe addirittura permesso allo scrittore di comporre un’intera “Ballata scritta dai lettori”, in cui l’immagine dello scrittore di culto, letto e ricercato, si alterna con regolarità a violente accuse di perversione, omosessualità, minaccia dell’ordine pubblico (pp. 685-690).
Al termine di qualche decennio di ricezione intensa ma confusa, anche il lettore italiano ha finalmente a disposizione gli strumenti necessari per comprendere più a fondo il perché di certe reazioni e la profondità delle reali novità portate dalla prosa di Hrabal nella letteratura ceca. E proprio perché non è semplice orientarsi nei complicati destini editoriali di uno dei più originali scrittori cechi del secondo Novecento, la confusione editoriale con cui le sue opere sono apparse in Italia, a partire dalla pioneristica edizione di Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare curata nel 1968 da A.M. Ripellino, non ha certo facilitato le cose. A mettere ordine in questa situazione caotica, alla fine del 2003, è finalmente arrivato nelle librerie, con un ritardo di qualche anno rispetto alla data originariamente prevista, un imponente volume dei Meridiani di Mondadori dal laconico titolo di Opere scelte (quasi 2000 pagine di soli testi). Questa sorta di codificazione in un “classico” di un autore ritenuto a lungo tutt’al più stravagante e originale è in gran parte dovuta alla grande opera di recupero dei tanti (e poco noti) dattiloscritti dello scrittore, avvenuta a Praga nel corso degli anni Novanta.
“È una cosa assolutamente incomprensibile che alcuni critici gli abbiano rimproverato di fare della realtà una trasposizione romantica... Hrabal non ha mai potuto influenzare la pubblicazione dei suoi libri in modo che uscissero al momento giusto”, scrive Hrabal stesso, ancorché nella luce deformante di una falsa terza persona, in un famoso testo autobiografico. Con queste parole semplici, ma tutto sommato precise, Hrabal descrive non solo uno dei destini editoriali più tormentati e sofferti del Novecento, ma anche la sua decennale lotta perché i suoi libri raggiungessero il lettore. Lo strano percorso sinusoidale della sua opera (Hrabal scrive quando non pubblica e quando pubblica non scrive) rappresenta di per sé un campo di studi complesso e interessante, e contribuisce non poco ad accrescere il fascino di uno degli scrittori cechi più originali del secondo Novecento. Il tutto è poi ulteriormente complicato dal fatto che Hrabal è scrittore irrequieto, “spettinato”, difficilmente riducibile tanto alla macchietta dello scrittore boheme perennemente ubriaco, quanto alla (pure spesso evocata) logora immagine dello scrittore filosofo. Fin dagli anni Sessanta, alla salda posizione di autore cult per un ampio pubblico di lettori, Hrabal ha sempre contrapposto l’immagine di vero e proprio rompicapo testuale per i critici.
Nessuno meglio di lui simboleggia il percorso esistenziale ed editoriale di tanti scrittori politicamente scomodi del Novecento ceco: dopo il lungo apprendistato di autore samizdat ante litteram, ha infatti conosciuto negli anni Sessanta un grande successo editoriale, per tornare (brevemente) nel limbo della letteratura samizdat vera e propria (proprio lui che ha sempre avuto un bisogno quasi fisico di avere dei lettori “reali”) e riaffiorare (un po’ fuori luogo) dopo una nemmeno troppo incisiva “autocritica” come scrittore simbolo della letteratura socialista della normalizzazione, per poi infine trovarsi a ricoprire, nel confuso panorama letterario degli anni Novanta, il tutt’altro che piacevole ruolo di anziano commentatore (più giornalistico che letterario) della nuova società ceca che stava nascendo sotto i suoi occhi. Come spesso accade agli scrittori particolarmente visibili, l’immagine del poeta maledetto alla Bukowski (ma più preciso sarebbe forse il paragone con Vendikt Erofeev) lo ha fatto diventare un bersaglio privilegiato di troppe pseudoanalisi letterarie spesso al limite del delirante, complicando ulteriormente il rapporto tra l’opera di Hrabal e il mito di Hrabal. Al punto che non poteva mancare un tratto di surrealtà nemmeno nel momento della sua morte, che secondo alcuni sarebbe stata causata da un’accidentale caduta dalla finestra di un ospedale mentre cercava di dare da mangiare ai piccioni.
Con queste Opere scelte si torna a parlare più che del mito dell’opera di Hrabal, ora liberata anche da quelle tante postfazioni insulse, spesso basate più su stravaganti opinioni dei curatori che sui testi, che ne hanno non poco infastidito la ricezione in Italia. Questo volume è invece accompagnato da un ricco apparato esplicativo che fronteggia il “fenomeno Hrabal” in modo accurato e allo stesso tempo intelligente. I tre approcci dei curatori, apparentemente molto diversi l’uno dall’altro, alla fine si armonizzano in modo piuttosto naturale: al Piccolo slalom hrabaliano, “vago e vagabondo, atipico e apodittico” di S. Corduas, sono accostati infatti un puntuale Tentativo di ritratto del critico ceco J. Pelán, prima analisi complessiva in italiano dell’opera di Hrabal, e l’accurata cronologia e le ricchissime note esplicative di A. Cosentino. L’immagine complessiva è quella di uno scrittore più sobrio e attento ai trend culturali europei di quanto spesso viene tramandato dalla leggenda...
In modo molto ricco nel volume è presentato (quasi sempre per la prima volta in italiano) il Hrabal piuttosto sorprendente degli anni Cinquanta. Ancora alla ricerca di una propria poetica, lo scrittore ceco svaria tra il “realismo totale” dell’epos La bella Poldi (pubblicato in una nuova traduzione finalmente leggibile), lo sperimentalismo incomprensibile del collage letterario Mortomat, la forte nota esistenzialista di Caino, strano esemplare di “straniero” camusiano centroeuropeo. L’intensa ricerca di forme espressive, che passa per la nota tagliente di tanti racconti, per i monologhi dei primi contaballe hrabaliani e per la blasfemia di diversi racconti (primo fra tutti lo splendido Vangelo schizofrenico), trova una prima organica fusione in uno dei migliori testi del primo Hrabal, il “documento” Jarmilka, crudo ritratto di una donna dai tratti felliniani, addetta alla distribuzione dei pasti in un’acciaieria. Questa creatura allo stesso tempo brutta, incinta, carnale, raggiunge una dimensione lirica del tutto inusuale ed è grazie a lei che la poetica di Hrabal acquista una nuova densità semantica, che gli permette di riprodurre in modo finalmente davvero realistico e convincente il suo credo che “la vita non finisce mai, anzi, proprio dove non la si aspetterebbe, là comincia” (p. 93).
L’enorme lavoro creativo del Hrabal degli anni Cinquanta sembra poter preludere, in corrispondenza delle varie ondate di parziale liberalizzazione culturale, a una prossima pubblicazione dei suoi testi. Dopo un tentativo fallito nel 1959, Hrabal debutta a tutti gli effetti, a quasi cinquant’anni, nel 1963. Questa fase di passaggio tra i racconti scritti con la chiara consapevolezza di non poterli pubblicare e la successiva rielaborazione per ottenere l’approvazione dei redattori delle case editrici è rappresentata da una nuova traduzione della seconda raccolta di racconti pubblicata da Hrabal, Gli stramparloni. Fin dal nome a dominare è adesso uno dei personaggi chiave di Hrabal, il pábitel, qui ingegnosamente tradotto con il neologismo “stramparlone”: questa galleria di bizzarri personaggi alle prese con stravaganti situazioni dominate da stramparloni di professione, persone cioè che danno libero spazio alla chiacchiera, al monologo senza freni, in cui la stessa cosa viene affermata, negata, contraddetta e dimenticata, dando un nuovo valore di verità alle proprie creazioni linguistiche. Decisamente la fase dell’apprendistato è finita: Hrabal ha ormai non solo trovato una nuova lingua letteraria, ma ha anche un sufficiente bagaglio di situazioni esistenziali conosciute in prima persona da cui attingere per ricostruire quei particolari milieu sociali che tanta parte hanno nella sua poetica. A questo proposito ci si potrebbe al limite chiedere perché ritradurre testi ancora in commercio (la vecchia traduzione si trova tuttora in libreria con il titolo Vuol vedere Praga d’oro?), invece di presentare al lettore la prima (e altrettanto originale) raccolta di racconti pubblicata da Hrabal, tuttora inedita in Italia, Una perlina sul fondo (da non confondere con l’omonimo racconto invece regolarmente presente).
Il grande successo di Hrabal negli anni Sessanta è strettamente legato alla rielaborazione di molti temi e testi precedenti, come dimostra emblematicamente uno dei suoi libri più noti, Treni strettamente sorvegliati. L’originale rielaborazione del già citato racconto Caino in chiave sentimental-melodrammatica sancirà, grazie soprattutto all’Oscar per il miglior film straniero assegnato all’omonimo film, il definitivo successo internazionale dello scrittore. Qui per la prima volta la nota sentimentale e melodrammatica prende il sopravvento sull’atmosfera brutale che aveva dominato gran parte dei racconti degli anni Cinquanta. Per la prima volta in Hrabal la morte e la guerra si dissolvono in una sorta di lirismo epico molto lontano dalla crudeltà di tanti testi precedenti, in cui invece l’accento veniva posto sugli aspetti “autentici” (e quindi veri) della storia. Nei racconti di Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare (presentati anch’essi, a 35 anni dalla prima edizione italiana, in una nuova traduzione) prevale invece la tendenza narrativa opposta: pur privati degli elementi più forti, i testi puntano moltissimo su un’aggressione sistematica del lettore, spesso spaesato di fronte a un’impietosa rappresentazione dell’estraneità sociale dell’individuo nella società. Non a caso spesso la raccolta viene citata come la miglior rappresentazione letteraria dello “spazio chiuso” dello stalinismo.
Quando, nel 1970, la quasi totalità dei volumi di Boccioli, antologia delle opere poetiche immature degli anni Trenta e Quaranta (giustamente non presenti nel Meridiano), e di Compiti per casa, antologia di interviste e scritti occasionali, era stata mandata al macero, il nome di Hrabal era scomparso dalle librerie e dalla vita culturale ufficiale di quegli anni grigi, ben caratterizzati dalla definizione di “normalizzazione”. Proprio allora però Hrabal, come se l’impossibilità di pubblicare facesse rinascere il bisogno “fisico” di scrivere, si rimetterà davanti alla macchina da scrivere, spostando ora la sua poetica verso il passato: sono forme e stili nuovi a permettere la nascita di una poetica del ricordo, evidente soprattutto nella struttura di due tra i testi più godibili di questa nuova fase hrabaliana, La tonsura e Ho servito il Re d’Inghilterra (presentati qui entrambi in una nuova traduzione). Il tentativo pluriennale di Hrabal di azzerare la propria voce narrante all’interno del testo porta al recupero di figure più tradizionali, ma esterne, di narratori (la madre, il patrigno). Tutte le figure che nei racconti degli anni Cinquanta “occupavano” completamente lo spazio del racconto (lo zio Pepin), diventano ora personaggi di una storia dal respiro più ampio. E se nel primo dei due libri è la voce femminile della madre di Hrabal a raccontare nostalgicamente, ma con grande ironia, la fine di un’età d’oro che sta sparendo e l’inizio della modernizzazione, in Ho servito il Re d’Inghilterra (testo chiave di Hrabal finalmente leggibile in una traduzione all’altezza dell’opera) è un semplice apprendista cameriere a raccontare la sua storia sullo sfondo di un affresco storico minuzioso ed estremamente provocatorio: “e sentii il desiderio di scrivere tutto così come era stato, affinché anche gli altri potessero non già leggerlo, bensì dipingersi davanti, attraverso quel che dico, tutte quelle immagini che si infilavano come coralli, come un rosario sul lungo filo della mia vita” (p. 936). Il tema tuttora scottante del rapporto tra cechi e tedeschi, visto attraverso l’arricchimento del protagonista basato sul “collaborazionismo” con i tedeschi, e la successiva confisca delle sue proprietà da parte dei comunisti segnano irrimediabilmente l’esistenza del protagonista, spingendolo verso una sorta di eremitaggio. La presa di coscienza della propria vita porta alla decisone di raccontare la propria storia, che si rivela una sorta di riflessione sempre più lucida sul passato, e di affrontare a brutto muso un tema fin troppo a lungo rimosso dai cechi.
Solo chi conosce la verve dei testi riservati alle baldorie degli anni Cinquanta assieme a Bondy e Boudník, può poi cogliere appieno la portata di questa fase di “poetica gentile” del ricordo: nel Tenero barbaro la vicenda dell’irruento grafico Boudník si stempera, a distanza di molti anni, in una visione affettuosa e malinconica dell’amico: “Vladimír annotava il suo rapporto quotidiano, non è che lo volesse, ma doveva scrivere, perché la scrittura faceva parte della sua psicoterapia, perché la mano che scriveva era la valvola che raffreddava la caldaia surriscaldata del suo cervello” (p. 1061). Questi anni di grande creatività culmina con il capolavoro Una solitudine troppo rumorosa, sorta di “romanzo del sottosuolo”, che è giustamente diventato il testo più famoso di Hrabal. Nato alla fine di un lungo processo di elaborazione della storia di Hanta, complessa figura di stramparlone che lavora al macero della carta straccia, racconta la storia di chi è “istruito contro la sua volontà”. Hanta si abbandona, ancora più di quanto facessero i protagonisti dei libri precedenti, a rituali che sono completamente svuotati di significato (le illustrazioni che adornano i singoli pacchi) e non sono altro che irrazionali difese contro un rumore generale che è ormai in grado di irrompere anche nella solitudine. Hanta è, al di fuori delle sue citazioni (Novalis, Kant) e dei suoi dialoghi (Gesù e Lao Tze), un individuo completamente isolato, come dimostrano in modo fin troppo chiaro i suoi rapporti con le donne: zingare di passaggio, sempre con le gonne alzate, Mancinka (uno dei personaggi più comicamente tragici della letteratura ceca), sempre alle prese con i suoi problemi di incontinenza, la piccola zinagarella che lo costringe col suo mutismo a prenderla a vivere con lui prima di essere portata via dalla Gestapo. La passione di Hrabal per la contaminazione di temi e generi trova qui la sua realizzazione più armonica: i grandi temi e i personaggi che attraversano la mente di questo outsider (che riesce però a dialogare con Gesù) sono il riflesso di un’esistenza che riesce a porsi come crocevia di incontri impossibili in un’epoca che si sta avviando velocemente alla sua conclusione: “mi resi conto che era giunta la fine delle piccole gioie che in un piccolo deposito giungevano in forma di libri e libricini ritrovati, gettati per errore nel deposito, che quella roba che stavo vedendo lì erano anche altri modi di pensare, perché forse ogni operaio avrebbe portato a casa da ogni carico un libro come prebenda, forse l’avrebbe anche letto, ma ormai era la fine per tutti i miei amici e imballatori e anche la fine mia, perché noi tutti, vecchi imballatori, eravamo istruiti contro la nostra volontà, ognuno aveva a casa contro la propria volontà una biblioteca come si deve, fatta coi libri trovati nel deposito, e ognuno leggeva quei libri nella beata speranza che un giorno avrebbe letto qualche cosa che lo avrebbe qualitativamente cambiato” (p. 1226).
Prima ancora di finire Una solitudine troppo rumorosa Hrabal aveva concesso al periodo culturale comunista Tvorba un’intervista che è passata poi alla storia come una vera e propria “autocritica”. Il movimento del samizdat, che si stava intanto consolidando, avrebbe considerato l’episodio un tradimento, al punto che alcuni noti intellettuali cechi avrebbero dato vita a un vero e proprio rogo pubblico dei suoi libri sull’isola di Kampa. E naturalmente, mentre i suoi testi (ovviamente solo quelli ideologicamente poco pericolosi) tornavano nelle librerie, Hrabal piano piano cominciava a scrivere meno. Solo negli anni Ottanta crescerà sotto le sue mani l’ambiziosa trilogia in cui la sua storia personale è ricostruita attraverso lo sguardo affettuoso, ma a tratti anche disincantato, della moglie (ovviamente, data la mole dei tre volumi, Le nozze in casa, Vita nuova e Squarci non sono compresi nelle Opere scelte, il primo di essi è comunque disponibile in italiano). A questa nuova forma di “autobiografismo manifesto” può essere affiancata anche la lunga e piacevole intervista con il boemista ungherese Szigeti (qui proposta, ad appena 8 anni dalla prima, poco felice, edizione italiana in una nuova traduzione), in cui un rilassato Hrabal dà nella conversazione libero corso al principio associativo della memoria. A partire dalla metà del 1989 lo scrittore ormai anziano si dedicherà a una serie di reportage su ciò che avviene attorno a lui, genere che lui stesso definiva “giornalismo letterario” (qui presentati in forma perfino più dettagliata di quanto obiettivamente necessario, soprattutto se a scapito di alcuni testi autobiografici e letterari che avrebbero sicuramente meritato un’attenzione maggiore). Lo scrittore ormai è alla fine della sua vita ed è ben consapevole che resti poco da dire: in certi casi sembra continuare a scrivere più per la pressione degli amici che per un reale convincimento. Qualche tempo prima di morire sarà lui stesso a rendersi conto della fine di quest’esperienza e, nonostante le insistenze, si rifiuterà di continuare.
Per la letteratura ceca in Italia si tratta dell’iniziativa editoriale di maggior portata organizzata negli ultimi decenni. Se è inutile concentrarsi su certe scelte traduttorie che pure meriterebbero una seria discussione (del resto dice giustamente Corduas nella nota all’edizione “gli è che il traduttore esiste”), c’è un aspetto della poetica di Hrabal che è però sgusciato via dalla rete senza lasciare tracce. È indubbiamente vero che non tutti i testi pubblicati negli anni Sessanta (periodo in cui Hrabal, per sua stessa ammissione, era stato costretto a tirare fuori dai cassetti tutto quello che aveva) meritavano di essere inseriti in un’antologia di queste dimensioni, ma c’è sicuramente un testo che non avrebbe dovuto mancare: Lezioni di ballo per adulti e avanzati. Il monologo ininterrotto, in cui le frasi a catena del soggetto parlante inglobano al loro interno tutto il mondo, rappresentava fin dagli anni Cinquanta una delle strade principali che Hrabal aveva battuto con maggiore intensità alla ricerca di una propria lingua narrativa. Quest’affannosa ricerca aveva trovato una prima sedimentazione nelle trascrizioni degli sproloqui ininterrotti dello zio Pepin, che avrebbero costituito poi la base di un curioso testo intitolato I dolori di un vecchio Werther (anch’esso assente nel Meridiano). Lo zio Pepin, stramparlone per antonomasia, appare qui nella versione di instancabile parlatore e le sue frasi ininterrotte non hanno alcuna struttura gerarchica, ma emanano un fascino particolare proprio per la capacità di azzerare sullo stesso livello pubblicità, citazioni letterarie, storielle da osterie e ricordi anche dolorosi: un’altra forma di quell’estetica della compresenza, che Hrabal ha sempre ricercato con insistenza. Negli anni Sessanta Hrabal avrebbe poi dato a questi “verbali” un ordine molto più preciso, ricercando in modo molto più elaborato e consapevole un equivalente scritto del ritmo mentale del narratore. Da questo punto di vista si può dire che Lezioni di ballo per adulti e avanzati rappresenti uno dei risultati più originali della ricerca narrativa di Hrabal ed è stupefacente che questo testo, pure annunciato dalla casa editrice e/o vent’anni fa, non sia ancora stato pubblicato in Italia (viene peraltro da pensare che l’assenza del testo nelle Opere scelte possa essere dovuta a una forma di tatto nei confronti di chi ha già da anni pronta la traduzione del testo). Indubbiamente si tratta di un’assenza a cui sarebbe bene che in futuro l’editoria italiana ponesse rimedio.
Alla fine del volume il lettore è ormai stordito dalla quantità di tecniche narrative e di personaggi che ha appena scoperto: Hrabal è infatti uno scritture eruttivo e, almeno nei libri migliori, poco ripetitivo (anche se varrà la pena ricordare che le sue opere complete in ceco ammontano a 19 volumi). Per la prima volta anche il lettore italiano ha la possibilità di conoscere tante sfaccettature nascoste di questa personalità letteraria complessa e multiforme. Preziosissime sono da questo punto di vista le scrupolosissime note a tutta l’edizione, primo mattone per quella futura edizione critica che oggi non esiste nemmeno in ceco. Particolarmente felice è stato l’approccio della curatrice, che ha seguito, spesso con successo, la pista di identificare tutti i dati, i personaggi e i riferimenti possibili. Ne esce alla fine l’immagine di un Hrabal molto meno “farfallone” di quanto tanti hrabalologi di professione hanno sempre voluto farci credere: molto spesso infatti anche i personaggi apparentemente più irreali si sono invece rivelati persone esistite in carne e ossa. Cosa che per altro non toglie proprio nulla alla grande capacità di Hrabal di farli sembrare inventati: “giacché nella scrittura quel che è più importante è che cosa non scrivere e come riempire le fessure, ho reso umani i pettegolezzi da ballatoio e il vituperio e l’ingiuria, ho lanciato in situazioni estreme lo splendore dei chiacchieroni e il loro sollazzarsi, che talvolta finisce alla polizia o all’ospedale. Infatti non solo sono crollati i cieli, ma sono anche spariti il mito, l’allegoria, il simbolo” (p. 695). Pubblicato Ottobre 28, 2004 11:25 PM | TrackBack

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