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Fucilazioni di massa, esecuzioni sommarie, rappresaglie, morti per fame e malattia nei campi di concentramento: l'occupazione italiana dell'ex-Jugoslavia nel 1941-43.

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Teatro delle Albe: SALMAGUNDI

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Viene rappresentato in questi mesi, in molti teatri italiani e stranieri, uno spettacolo teatrale originale e insolito, di grande potenza. Si tratta di Salmagundi, ultimo lavoro del Teatro delle Albe di Ravenna. Scritto da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, diretto dal primo, lo spettacolo si inserisce nell’attività di sperimentazione condotta dal Teatro delle Albe, che oltre alle rappresentazioni vere e proprie comprende la gestione del centro Ravenna Teatro e la “non-scuola” (guidata dal presupposto che “Il teatro non si insegna, e meno che mai nella non-scuola. Nella non-scuola, l’asino è l’adolescente, nella non-scuola l’asino è la guida: entrambi ragliano forte”).
Contiamo di tornare sul Teatro delle Albe; intanto pubblichiamo due recensioni a Salmagundi. La foto che correda l’articolo è di Enrico Fedrigoli.

Per chi conosce il lavoro di Marco Martinelli, il percorso è chiaro, coerente. E’ il suo modo di fare teatro politico, mescolando Brecht e Jarry, la Romagna e Karl Valentin. Si parte dai Refrattari e, passando per I Polacchi e Tingel Tangel, si approda a Salmagundi, di cui il dialoghetto Vi e Ve (visto a Santarcangelo) era una sorta di avamposto per temi e interpreti (Michele Bandini ed Emiliano Pergolari). Ma non è necessario aver visto gli “antefatti” per comprendere e apprezzare il senso di quest’ultimo spettacolo del regista emiliano.

Siamo nell’Italietta ormai de-cervellata del 2094 (ma la macchina per de-cervellare era in funzione già nei Polacchi), in cui tutte le informazioni passate dal potere costituito, vere o false che siano, diventano realtà. Basta cambiare nome alle cose e i contenuti si trasformano in sintonia con il nuovo contenitore. Così l’“Ospedale dei moribondi” solo per aver cambiato nome in “Istituto Nazionale per la prevenzione delle epidemie” ha dato vita a un trentennio in cui nessuno si ammala più. Basta crederci. L’importante è partecipare al Varietà scientifico del venerdì o essere eletti Famiglia del mese, saper ballare il tip tap e cantare l’inno nazionale delle cento pecore mentre il braccio scatta in un saluto sinistro fin troppo familiare. Questa è la felicità e fa rima con stupidità: tutti sani, senza ombre, sotto il vuoto spinto di una festa continua, in cui le luci caravaggesche di Vincente Longuemare e le musiche barocche di Haendel o Lully già lasciano intuire che quell’ossessivo tip tap è in realtà una danza di morte. Ma come in tutte le favole, anche qui c’è qualcuno che dice che il re è nudo. E’ un dottorino fresco di laurea a scoprire la vulnerabilità della sua razza felice: suo zio Gustavo ha una piccola ferita vicina al cuore, che si sta trasformando in salame cotto. Ma Martinelli non vuole dare ricette né fare la morale della favola. Sua intenzione è mostrare, costringendoci a una risata demenziale, che lascia pensieri scomodi nella testa. Il gusto per la satira fantastica, che lo porta a sottotitolare la pièce “Favola patriottica”, fa sembrare tutto molto naïf e semplicistico, nel testo come nella messinscena. Ma non è così. Al contrario: proprio per rendere questo clima “spensierato” ci vuole un notevole rigore, soprattutto nella direzione della compagnia. E i giovani che la compongono rispondono bene, eseguendo con bella professionalità, sotto lo sguardo attento dei “veterani” Luigi Dadina e Maurizio Lupinelli, la partitura recitativa (e non solo) imposta dall’autore-regista. Difficile e ingiusto fare delle graduatorie, ma meritano una piccola citazione a parte il candido zelo alla Jerry Lewis del dottorino Julius T. Merletto interpretato da Alessandro Renda, la sua stralunata e conformista mamma (Daniela Bianchi) e i tre “colleghi” medici (Michele Bandini, Emiliano Pergolari, Alessandro Cafiso) stupidissimi e pimpanti candidati al cuor di salame.

Claudia Cannella


Se l’importanza di un evento artistico si misura in modo decisivo – e così dev’essere – dalla quantità di rischio estetico ma anche civile o ancora di pensiero o finanche profetico impiegato, allora non c’è dubbio che Salmagundi di Marco Martinelli, sorta di operetta meta-patafisica messa in scena dal Teatro delle Albe, richiede grande attenzione. Sotto le mentite spoglie di una farsa comica surreale, lo spettacolo rivela un pensiero complesso.
La storia ripercorre in chiave antiromantica il plot della Maschera della morte rossa di Poe. Siamo nel 2094 e in Italia da trent’anni non esistono più malattie. L’Istituto Nazionale per la Prevenzione delle Epidemie, non avendo più malattie da curare, è diventata una pura organizzazione di potere. Il giovane neolaureato Julius T. Merletto segnala però il caso dello zio Gustavo, che presenta una ferita al cuore ormai in suppurazione, che va trasformando quel cuore in qualcos’altro: un salame cotto.
Il potere della medicina (che c’è anche quando la medicina non c’è) gli si oppone duramente. Perché introdurre questo disordine in un mondo così bello, nel quale la salute è puro spettacolo, nel quale gli ottantenni hanno vent’anni, e nel quale le prove del male – mediche, giudiziarie etc. – sono state da tempo sostituite dalle prove per gli show, unica vera attività dell’Istituto?
Le vicende altalenanti di Julius, che passa casualmente dalla disgrazia alla fama alla mediocrità, ci presentano la società-spettacolo trapassata dalla lama di una critica sociale che, dal Molière del Malato immaginario a Jarry, fino al Buñuel del Fantasma della libertà, attraversa tutta l’Europa dimostrando che col teatro il pensiero si può non solo rappresentare, ma anche fare.
Al centro di Salmagundi mi pare ci sia il tema del Tempo. Come la società-spettacolo ci ruba il tempo della vita, così Martinelli mette in scena questo furto, facendoci in un’ora e mezza la cronaca di una frazione di secondo, l’anatomia di un’esplosione – quel momento, potente come una bomba atomica, in cui dal nucleo del Senso si separano i segni, le parole, le voci, in breve la chiacchiera, e tutto questo vuoto diventa ignobilmente pieno di sé, un pieno-vuoto che l’unico elemento simbolico del testo, il salame cotto che sostituisce il cuore (sede del pensiero-emozione, del desiderio-realtà), esprime compiutamente nella sua invasione di grasso.
Uno spettacolo bello, divertente e di grande densità di pensiero.

Luca Doninelli


Pubblicato Ottobre 19, 2004 01:49 PM | TrackBack

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