di Lanfranco Caminiti
Greetings, mister Blair, auguri per la sua operazione al cuore. Ha sorpreso tutti,
dopo averla vista tenace e pimpante al congresso del suo partito, sapere che dovesse
operarsi d’urgenza. L’abbiamo sentita rispondere con decisione sulla questione della
guerra in Iraq – sì, le informazioni sulle armi di distruzione di massa e il pericolo
imminente erano tutte balle, ma il mondo è migliore senza Saddam, che è il leitmotiv
di Bush – e spostare l’attenzione sulle questioni «interne» – più opportunità per
tutti, eccetera, insomma, four more years, che è anche questo un po’ il leitmotiv di
Bush. Sono contento per lei che si trattasse di una questione di routine, sebbene dopo
lo smantellamento della sanità nazionale il livello dell’assistenza medica in Gran
Bretagna sia mediamente sceso e non fossi molto tranquillo.
Vorrei parlarle di un signore inglese che si trova davvero in bocca al lupo, Kenneth
Bigley.
L’ultimo video è sconcertante: in una gabbia ridottissima, con le catene al
collo, in tuta arancione, piange e chiede di sopravvivere, e si rivolge a lei per
salvargli la vita. Con tutta evidenza, sopra di lui non c’è un glass ceiling, quel
«soffitto di vetro» che ha citato nel suo discorso sulle opportunità per tutti. Ho
ascoltato le poche parole di mister Bigley e sono rimasto colpito da quella sua frase,
My life is cheap, la mia vita vale poco. Non si rende conto del perché sia stato
sequestrato, di come possa esserci qualcuno che immagini di poter ottenere un riscatto
attraverso la sua vita. Per i terroristi, davvero la sua vita vale poco. E’
evidentemente solo uno strumento. Però, è proprio questo che mi commuove: la battaglia
disperata di un uomo incastrato in un ingranaggio di morte su cui non ha alcun
controllo e che, a dispetto di ogni evidenza, combatte per la propria vita. Per me la
sua vita non vale poco, anzi vale moltissimo, come quella di tutte le vittime di
questo mortale ingranaggio guerra-terrorismo che continua ad autoalimentarsi in moto
perpetuo. Lei ha il potere di fare qualcosa, non so esattamente cosa. Che potrebbe
avere ripercussioni straordinarie.
Vede, guardando quel video mi sono detto che davvero questi terroristi non avranno
molta durata: tutto quello che riescono a inventarsi è solo la speculare deformazione
delle mostruosità del nostro mondo. Loro le ripetono, pari pari, in modo
arraffazzonato. Ha notato quanta cura «simbolica» mettono in quella tuta arancione?
Chissà dove le comprano? Le fabbricano loro? Sembra proprio una tuta di Guantanamo,
magari – nei processi di outsourcing industriale – finirà che terroristi e carcerieri
si forniscano presso la stessa ditta, nelle Filippine, che so, in Perù, un made in China.
Però, lei, è vero, ha fatto di tutto per riportarsi a casa i suoi cittadini chiusi là,
segno che quella storia un po’ di inquietudine la provoca. Ne sono tornati cinque, ma
ne rimangono quattro. Tra questi, Moazzam Begg, un suo connazionale di 36 anni, che
sta a Guantanamo da due anni e mezzo senza processo. Per la prima volta, da poco, si è
potuta leggere una sua lettera senza censura: racconta di essere stato physically
abused, minacciato di morte, tenuto in isolamento dagli inizi dell’anno scorso. Anche
lì, nessun glass ceiling, nessun «soffitto di vetro». Il suo avvocato, Clive
Stafford-Smith, dice che il governo dovrebbe muoversi e garantirne l’immediato
rimpatrio, e portare gli Stati uniti davanti all’Onu per violazione dei diritti
internazionali.
Ho letto la lettera di mister Begg e anche qui mi ha colpito un dettaglio, di quando
racconta il suo primo periodo di detenzione a Bagram, la base aerea in Afghanistan,
dove fu stripped by force, messo a nudo con la forza, interrogato e «ripreso» da
diverse telecamere tenute da personale americano. C’abbiamo questa fissa qui, noi,
delle telecamere.
Due cittadini inglesi in tuta arancione, nello stesso momento, in due luoghi
lontanissimi e oscuri, eppure speculari. Un ingranaggio mostruoso che stritola persone
la cui vita vale poco. Una rappresentazione orribile, eppure in qualche modo sintetica
di questo momento assurdo, senza via d’uscita. Lei può fare molto. Adesso.
Auguri, allora, mister Blair. Che il suo cuore sia forte.
Roma, 2 ottobre 2004
Pubblicato Ottobre 2, 2004 06:45 PM
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