La differenza fondamentale tra un eroe tragico e un pagliaccio è
che un eroe, una volta finito con il sedere a terra, non si rialza più. Allora, se si
prendono le cadute come unità di misura, si spendono meglio i propri soldi con un
pagliaccio che con un eroe; ma il conteggio delle cadute non è il modo migliore per
misurare la storia e delineare il destino di una nazione.
La capacità di alzarsi e cadere e rialzarsi ancora è tuttavia esemplare: ognuno di noi, benché ammiri leroe, lequilibrista o lacrobata, finisce per imitare il pagliaccio; sperando, però, di non rivelarsi così imbranato da coprire di ridicolo la propria temporanea sopravvivenza. E probabilmente ognuno di noi teme e detesta quel ridicolo e amorale pagliaccio che finisce per imitare, così come disprezza la propria codardia e stoltezza, così come teme la parte di sé più incivile e oscura.
Lincivile pagliaccio infatti, amorale come amorale è un bambino,
e capace di oltraggiare atrocemente ciò che viene fatto oggetto di maggiore venerazione,
è sempre un emarginato, una figura solitaria e assorta che balla spasmodica lungo i bordi
estremi della nostra visione sociale, un tipo strambo e unico. Il pagliaccio non si fida
di nessuno perché in realtà non condivide minimamente le avventure dellumanità.
Può capitare che per un certo periodo, come durante una carnevalesca festa dei folli, si
ritrovi a capo di quelle avventure, ma soltanto per tempi brevi; è sempre e soltanto ciò
che è, e in realtà a quelle avventure non partecipa mai. E se ci prova, pericolosa
aberrazione che altro non è (sinistra creatura, troppo vicina al nulla), dovrà essere
bandito.
Ma per quanto vicino al nulla quel pagliaccio la sa a volte più lunga di re o di eroi. La sua conoscenza non è frutto di apprendimento (come nel processo di "civilizzazione"), ma semplicemente un qualcosa da cui è posseduto. Là dove altri vedono un mondo razionalmente organizzato, lui vede unatroce beffa. E così quel pagliaccio, quando si ritrova altrettanto vicino al potere che al nulla, è in grado di mostrare cose che altri mai potrebbero mostrare.
Allinizio dellinverno del 1969 avevo cominciato a lavorare a un testo che sarebbe poi stato pubblicato con il titolo The Public Burning2. Nata come satira teatrale, la storia collocava le esecuzioni di Julius e Ethel Rosenberg, accusati di spionaggio durante la guerra fredda, sulla pista centrale di un grande circo storico presentato da un supereroe demoniaco di nome Zio Sam. Man mano che il testo, infarcito di svariati numeri di equilibrismo, si spostava verso la prosa, mi rendevo conto della necessità di avere un pagliaccio che di tanto in tanto entrasse in scena, si calasse le brache, facesse partire uno o due razzi3 e riportasse lo spettacolo con i piedi per terra, così da farmi vedere certi aspetti del circo che tenendo gli occhi sempre rivolti verso lalto non potevo vedere. Lanciai una buccia di banana per sondare il terreno e quello stesso inverno ecco Richard Nixon, con la sua falcata asincrona alla Buster Keaton e una giacca da Charlie Chaplin, avanzare verso il podio inaugurale per assumere la presidenza, e scivolarci sopra.
Richard Nixon, che non riusciva a smetterla di fare il buffone ("Non ho mai conosciuto nessuno che sia cambiato così poco" aveva detto in quei giorni sua madre), ma che quando lo scelsi (se pure fui io a scegliere) non aveva ancora messo bene a punto il suo numero, sarebbe poi scivolato su qualche altra buccia di banana prima che potessi finire quel libro, ostentando linequivocabile potere del pagliaccio di usare il randello come fanno le marionette: colpire e uccidere senza rimorsi, in quella farsa mortale e interminabile che conosciamo con il nome di Realpolitik. Il pessimo numero da avanspettacolo che alla fine lo fece cacciare dal palcoscenico della storia del mondo ebbe luogo circa a metà del mio, di numero, costellando così anche il mio cammino di bucce di banana ma confermando la saggezza intuitiva ("saggezza intuitiva" significa: bisogna esserlo per capirlo) grazie alla quale gli avevo assegnato il ruolo del buffone nella mia storia sulla guerra fredda.
Il fatto che, come ogni pagliaccio, Nixon fosse sempre fedele a se stesso e inconfondibile come Groucho Marx o come Bozo, ne fece in qualche modo unicona (temibile o accattivante) dei nostri tempi. I pagliacci sono sempre quello che sono e i loro numeri di routine, messinscene del potere e dellumiliazione, si rivelano semplici veicoli per mostrare la loro intrinseca stoltezza. Nella loro assoluta imprevedibilità i pagliacci sono assolutamente prevedibili, e ci forniscono unimmagine non troppo rassicurante di come si fa a restare sulla cresta dellonda. Si potrà forse essere daccordo con Eraclito quando dice che non è possibile entrare due volte nello stesso fiume, eppure si può finire allo stesso modo con il sedere a terra ogni volta che si prova a cadere. In effetti, la sfumatura patetica nel numero di un pagliaccio triste è dovuta alla sua incapacità di smettere, nonostante i tentativi, di essere un pagliaccio.
Ad attirarmi, di Nixon, erano poi altre qualità claunesche, non ultima la sua vicinanza al potere nel ruolo di vicepresidente nel giugno del 1953, quando i Rosenberg vennero giustiziati, vicinanza che paradossalmente lo tenne lontano e isolato come un buffone a corte, tollerato dal Generale ma non ammesso alla corte di Ike. Anelava a quellammissione (che non venne mai), e diventò così il modello perfetto di una diligenza inutile, comicamente concentrata su un obiettivo.
Anche il fisico si adattava alla parte, la faccia bianca come il gesso e i movimenti scoordinati, le gote paffute (fool, buffone, deriva dal latino folles, gote paffute) e il naso a goccia. Il suo sorriso ufficiale era una specie di problema meccanico mai risolto, quasi che esponesse un cartello con su scritto "SMILE", sorridi, ma essendosi rotto il meccanismo ne veniva fuori un che di artificiale, vagamente strampalato e minaccioso. Quale effettivamente era.
Più di qualsiasi altra cosa, però, ritengo che a qualificare Richard Nixon come pagliaccio fosse la sua assurda visione dellesistenza come gestione di una crisi, idea da cui presi spunto per il narratore di The Public Burning e per il tema centrale di un libro successivo, Whatever Happened to Gloomy Gus of the Chicago Bears?4. I pagliacci non fanno che mettersi in situazioni critiche, oppure ci si ritrovano dentro impotenti; i loro ridicoli sforzi per uscirne suscitano in noi il riso. Dopotutto finire con il sedere a terra non è che una crisi in due fasi: prima si tenta disperatamente di non cadere, poi si tenta di rialzarsi.
Si potrebbe sostenere che tutti i Presidenti americani sono in un certo senso icone di pagliacci, e che questa loro qualità (come Lear apprese dal suo buffone) è intrinseca al lavoro che fanno: comandanti in capo, certo, ma anche bersagli per torte. È ovvio che il nostro leader attuale, con la sua faccia bianca come il gesso, le gote paffute e il naso a goccia, sembra cosciente degli aspetti clauneschi del suo incarico, e bisogna dire che si veste perfettamente per la parte. Le battute alle feste in cui si offriva per essere preso di mira5, le comparse alla MTV, le facezie nel bel mezzo di un discorso, le barzellette dal prato della Casa Bianca e i finti spot televisivi potrebbero davvero essere, almeno fino a ora, i risultati più rilevanti del suo mandato; se non altro ci fanno sentire maggiormente a nostro agio di fronte allesercizio di un potere che incute terrore.
Il vero buffone, avverte Socrate, è colui che non sa di esserlo: Bill Clinton, che conosce la battuta, è meno pericoloso di Richard Nixon ma anche più ironico, meno iconico. E decisamente meno memorabile. La famosa frase di Richard Nixon ai giornalisti fu di per sé una specie di gag, che venne assolutamente fraintesa (come lui ben sapeva nel momento stesso in cui la pronunciò). Egli verrà bistrattato per sempre6.
(traduzione di Roberto Cagliero)
Note del traduttore
1. Il presente articolo
è comparso con il titolo The Tears of a Clown in "New York Newsday",
mercoledì 27 aprile 1994, pp. A31-32. Lultimo romanzo di Robert Coover è Johns
Wife: A Novel, Simon & Schuster, New York 1996.
ROBERT COOVER scrittore americano, è nato nel 1932. Il romanzo The Public Burning (1977)
riscostruisce in chiave postruoderna il periodo della guerra fredda, del processo ai
Rosenberg e dell'ascesa di Richard Nixon. In italiano sono comparsi Sculacciando la
cameriera (1987), Un campione in tuUe le arti (1989), e La babysitter (1992)
presso Guanda; La festa di Gerald (1988) e Una serata al cinema (1992)
presso Feltrinelli.
2. Viking Press, New York 1977 (non tradotto in italiano).
3. Coover mi ha così spiegato questa espressione: "Nei vecchi numeri circensi, un pagliaccio raggiungeva faticosamente il centro del palco, trascinando un enorme razzo di quelli che si usano per fare i fuochi artificiali. Un secondo pagliaccio gli gridava: Oh no, George! Non vorrai fare partire quel razzo qui dentro! e poi cominciava a rincorrerlo (laltro, intanto, aveva già acceso la miccia); con un paio di forbici tentava magari di tagliare la miccia, e invece tagliava le bretelle dellaltro ecc. ecc. Il numero terminava invariabilmente con uno scoppio accompagnato da rumori di scoregge".
4. Linden Press, New York 1987 (Un campione in tutte le arti, tr.it. L. Schenoni, Guanda, Parma 1989). Su questo testo e più in generale sullutilizzazione della Storia in chiave postmoderna nei testi di Coover cfr. R. Cagliero, Robert Coover e il Watergate del romanzo storico, "Paragone Letteratura" 20, 482 (aprile 1990), pp. 110-12; H. Ickstadt, History, Fiction and the Designs of Robert Coover, "Amerikastudien" 28, 3 (1983), pp. 347-60; R. Kunow, Without Telos or Subject? Coovers and Doctorows Presentation of History, in Günter Lenz (et al., ed.), Reconstructing American Literature and Historical Studies, Campus Verlag, Frankfurt a. M. 1990, pp. 372-90; R.A. Mazurek, Metafiction, the Historical Novel, and Coovers The Public Burning, "Critique" XXIII, 3 (1982), pp. 29-42; E. Viereck, The Clown Knew It All Along: The Medium Was the Message, "Delta" 28 (juin 1989), pp. 63-81.
5. I roasts sono occasioni sociali in cui un personaggio consenziente, e generalmente famoso (ad esempio un candidato politico), viene preso di mira da tutti i presenti.
6. A metà degli anni Sessanta, dopo avere perso la corsa alla Casa Bianca contro John F. Kennedy e poi quella per diventare Governatore della California, Nixon decise di "ritirarsi" dalla politica. Quasi in lacrime, sfogò il proprio risentimento contro la stampa dicendo ai giornalisti che "non avrebbero più avuto un Dick Nixon da bistrattare". La frase è poi diventata famosa.
Pubblicato Giugno 14, 2004 09:13 PM
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