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Kill Bill Volume 2: Ovvero Quentin, il “Genere” e la Ritrovata Umanità

thebride.JPG "The Bride's hand breaks the surface... Then like one of Fulci's Zombies, Claws, Digs, and Pulls herself from mother
earth's womb."

di As Chianese

Conviene davvero pagare i soldi del biglietto di questo tarantiniano secondo capitolo di “Kill Bill”. Conviene anche ai più irriducibili amanti dell’horror a tinte splatter, conviene a chi ama mettersi alla prova davanti al festival del citazionismo e non farsi ulteriormente rincitrullire dalla brodaglia dei nostrani reality show. Esso, dati i presupposti del primo caleidoscopico volume, è l’equivalente di un viaggio, di una full immersion, nel cinema di genere non solo asiatico ma soprattutto italiano, il cinema degli anni ’70, quello dei bei tempi.

The Bride is Back. La sposa è tornata, e la sua vendetta sul grande schermo si compie nel segno di due grandi registi massimalisti, proprio come Tarantino: Sergio Leone e Lucio Fulci. Allo stile del primo, sicuramente, appartengono tutti i primi venti minuti della pellicola, sottolineati dalle musiche di Ennio Morricone in Dolby Digital e da un bianco e nero, nel prologo, da favola. A Lucio Fulci, il maestro romano del gore, autore di must come “Zombi 2” e “L’Aldilà”, Tarantino dedica intere sequenze: col ritmo dei suoi film scandisce l’ennesimo ritorno, stavolta addirittura dalla tomba, della sposa/erinni Uma Thurman, decisa sempre più che mai nel far fuori il fantomatico e crudele Bill, anche a discapito dei suoi sentimenti, della sua umanità.
Infatti in questo capitolo l’eroina in tuta da ginnastica e katana dovrà fare i conti soprattutto con spettri come l’amore e la morte, eros e thanatos, combattendo prima contro di questi e poi contro il suo nemico in carne ed ossa, cercando di ucciderlo con una tecnica speciale capace di fermargli il cuore: organo in cui, nell’immaginario, risiedono proprio i sentimenti.
Non si può fare a meno di “Kill Bill” se si vuole chiudere in bellezza un anno in celluloide che ha segnato il ritorno del “genere” che oramai, nelle sue più impensabili commistioni, grazie ai risultati degli incassi (ri)soppianterà un certo cinema d’elite… di indagine.

Che ruolo gioca l’Italia in questo film?

La chiave di lettura di quello che a prima vista sembrerebbe un delirio a metà tra “Matrix” e un vecchio film di Bruce Lee, ci è stata sicuramente suggerita dallo stesso regista quando ha affermato che “Kill Bill” è il film che andrebbero a vedere nella realtà di tutti i giorni, di sicuro, i protagonisti dei suoi precedenti “Le Iene” e “Pulp Ficition”. Immaginatevi, quindi, la sposa imbrattata di sangue combattere sullo schermo mentre tra gli spettatori paganti intravediamo i due fratelli Vic e Vincent Vega che sgranocchiano, divertiti, del popcorn. E’ un film che in superficie ci sembra cattivo, concepito per amanti del trucido, ma nel secondo capitolo si cerca di arrivare in profondità, anche questa estetica sanguinolenta diviene sfumatura davanti al ritorno dei buoni sentimenti. Il film è anche un omaggio al Quentin spettatore, quello che aveva visto fino allo spasmo “Lo Squartatore di New York”, da parte del Quentin regista. “Kill Bill” è, infondo per non tradire gli stilemi amati in gioventù, un meccanismo che obbedisce ad una logica precisa e alquanto elementare: che sazia gli assetati di vendetta e chi, finalmente, vuole vedere un po’ di splatter senza l’ausilio del computer. Potremmo definire “Kill Bill” occidentale nell’anima ma orientale nella confezione, perché la sua protagonista non rispetta l’antico detto orientale che vuole che i nemici si aspettino, spada alla mano, sull’argine di un fiume, Anzi c’è la trasformazione in l’action movie di un film che si basa su certe regole precise, anche se non condivisibili.
Esso si incentra, invece, sulla risalita dal basso di una donna, di una madre, che ha perso tutto ed adesso vuole vendetta. Al gioco, grandguignolesco, al massacro partecipano tutti gli elementi di contorno al servizio della carneficina finale: amputazioni, zombi in stile Fulci, pupille che grondano sangue come non se ne vedevano dai bei temi di “Paura nella Città dei Morti Viventi” in poi, musiche di Bernard Hermann per sottolineare la tensione e “Sette Note in Nero” by Bixio, Frizzi e Tempera per il ritorno della sposa dal suo stato comatoso. Insomma , chi più ne ha più ne metta nel calderone dell’alchimista Quentin e se a un certo punto le immagini si tramutano in cartoon (ma sarebbe più giusto parlare di anime) non c’è da spaventarsi: il tutto è filtrato dalla consapevolezza di un cinema che picchia duro sul nervo ottico e sui timpani e che non fa lacrimare ma stupire, a discapito dei tanti film generazionali nostrani e delle commedie in stile “Pretty Woman”. Tarantino, dopo aver passato anni a recuperare e distribuire film considerati pura serie B, lavori che dietro la macchina da presa avevano i nomi di Enzo G. Castellari, Dario Argento, Umberto Lenzi, Michele Massimo Tarantini e Lucio Fulci, si è finalmente deciso a fare con questo stile dell’enciclopedismo, usando al meglio il suo genio.
Come sono lontani, almeno nelle intenzioni, i tempi di “Jackie Borwn”…

Tarantino adotta una scelta estetica che a noi, cinefili o semplici spettatori italiani, dovrebbe far discutere. Ci troviamo davanti ad una vera e propria antitesi: il nostro attuale cinema, con l’incredibile difetto di situazioni e personaggi traboccanti psicologia e drammi familiari, e il cinema, spumeggiante, di “Kill Bill”: più elementare ma anche più vivo. I drammi familiari a confronto, quelli di una famiglia italiana che si autoflagella quotidianamente causa le sue incompatibilità generazionali e quella, disgregatasi prima ancora di unirsi, di “Kill Bill”, che oseremmo dire cinematograficamente americana. Una famiglia psicotica e individualista contro una famiglia presa a fucilate. Chi avrà la meglio? L’ardua sentenza, quella del botteghino e della critica, ci rimanda irrimediabilmente oltre oceano anche se é facile argomentare, dopo che la Thurman e sua figlia si sono ricongiunte nel finale del film andando incontro ad una nuova vita, verso un’ umanità ritrovata nell’affetto tra madre e figlia dopo l’eliminazione di Bill, la decadenza del maschio americano.
La sposa sconfigge Bill… La rivincita delle pupe sui bulli, delle Angels su questo Charlie omicida e amante.
Che Tarantino fosse una persona intelligente lo si era capito, ma che questo film fosse intriso anche di drammatis personae ce ne siamo accorti solo nel secondo capitolo. Che una versione integrale ci possa mostrare qualcosa di più. Qualcosa di sublimemente nascosto tra le mille pieghe di questo vestito da sposa macchiato di sangue?
All’edizione in DVD l’ardua sentenza.

Forse, come ci faceva intuire il filosofo Hegel parlando della personalità, la forza delle immagini di “Kill Bill” e del suo autore è quella di credere che, scavando scavando, la vera profondità è in superficie. Ma non stiamo qui a parlare di filosofia davanti a zombi, katane e vendette. La critica seria non è per Tarantino e quindi neanche per i suoi film, i seriosi professionisti della memoria e del vilipendio cinematografico non garbano all’autore di un film sottovalutatissimo come “Jackie Brown”. Se “Kill Bill”, nella sua unità, dovesse malauguratamente piacere a qualche seguace di Morandini & Co, orde di illustri collegi sarebbe pronti ad affermare che di cinema, questi americani, in fondo non né capiscono un emerito cazzo. Sono questi critici gli stessi che neanche ci avevano fatto caso al continuo citazionismo di questo film che è anche, tra le tante cose, un quiz per amanti della serie B o, se preferite, del vero cinema.

Questo cinema italiano si potrebbe salvare solo ritrovando le speciali caratteristiche oramai perse nella smemorata corsa al quotidiano drammone televisivo, ne sono esempi lampanti: Orgoglio, Le Stagioni della Cuore, Carabinieri e altre bagattelle varie. Si potrebbe salvare ritrovando la genuinità, lquella dei prodotti artigianali (così come “artigianale” è “Kill Bill”) non costruiti sulla catena di montaggio del marketing.

Parafrasando il titolo di un altro nostro film generazionale, che è stata erroneamente candidato a 12 David di Donatello, senza riportare per fortuna alcuna vittoria:
Che ne sarà di noi?

PS: Fulci Requiem.
Questo articolo è dedicato a lui.

Pubblicato Aprile 29, 2004 01:59 AM | TrackBack

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