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Io, Sergio Leone e il Massimalismo: Intervista a Sergio Donati (I)

donati.jpg Esclusivo incontro con uno dei più prolifici e bravi sceneggiatori del cinema italiano, il suo rapporto con Sergio Leone, con i film di genere: aneddoti, curiosità ed invenzioni dell’autore di “C’era una Volta il West e “Giù la Testa”.

di As Chianese

Se c’è una cosa da premettere, allo sbobinamento di quelle che sono state due piacevoli ore passate a telefono con Sergio Donati (1933), è subito il fatto che lo sceneggiatore romano, di origini romagnolo-piemontesi, è di una cortesia e di una simpatia a dir poco unica, anche in barba al momento critico del settore “sceneggiatura” del nostro cinema. Poche persone scrivono come Sergio Donati, poche persone adorano il grande schermo e lavorano in esso con la sua stessa passione. L’autore di grandissimi film come “C’era una Volta il West” e “Giù la Testa” diretti da Sergio Leone, si è divertito a raccontarmi un po’ del suo lavoro, di quelli che erano gli anni in cui scriveva a braccetto col padre dello “spaghetti western” e soprattutto ha cercato fin dall’inizio di raccontarmi tanti aneddoti e divertenti episodi, di quelli che piacciono tanto a chi legge le riviste di cinema.

L’intervista che vi propongo non è, però, priva di senso critico nei confronti dell’attuale realtà cinematografica italiana, non è solo memoria, abbiamo storto il naso davanti ai miti della televisione e, soprattutto, abbiamo puntualizzato certe collaborazioni o luoghi comuni.
Il cinema è un grande circo, il cinema di Leone e di Donati è massimalismo, e lo sceneggiatore c’è lo racconta così: in pompa magna.

Chianese: Mi parli dei suoi inizi, so che lei è uno scrittore prestato al cinema, giusto?

Donati: Effettivamente io ho iniziato con la letteratura di genere, con il romanzo. Scrissi di fila tre gialli che furono pubblicati da Mondadori tra il ’55 e il ‘56: "L'Altra Faccia della Luna" , "Il Sepolcro di Carta" e "Mr.Sharkey Torna a Casa". Il primo lo avevo inviato a Garzanti, adoravo la grafica delle sue copertine rigide, ma mi risposero che pubblicavano solo autori inglesi e americani. Mondadori invece fu entusiasta e dopo poco che avevo inviato il dattiloscritto, mi spedì una lettera Alberto Tedeschi per dirmi, come in una favola, che voleva pubblicare qualcosa di mio nella collana de “il Giallo”. Dopo di che il mio passaggio al cinema è stato assolutamente naturale, già avevo venduto le opzioni per i diritti cinematografici dei miei romanzi che decisi di cambiare lavoro: emigrai a Milano, dove in circa cinque anni, partendo come copywriter e passando per la gavetta di tv producer mi ritrovai supervisore creativo di una grossa agenzia pubblicitaria.

Chianese: Poi cosa successe? Come tornò a Roma per fare il cinema?

Donati: Avevo già scritto una sceneggiatura per un thriller di Riccardo Freda che non si realizzò mai, poi successe che mi telefonò un giovane assistente regista, allora magro e abbastanza truffaldino, che lavorava a fianco di Mario Bonnard: era Sergio Leone. Mi consigliò di andare a vedere il film “Joyimbo: La Sfida del Samurai” di Akira Kurosawa, mi propose di ricavarci un plot per un western, voleva farne una sorta di remake con colt e praterie selvagge. Non mi piacque assolutamente l’idea, non considerai nemmeno l’offerta e decisi di negarmi a telefono per un po’ con Leone: fu così che non sceneggiai “Per un Pugno di Dollari”.
Il film, però, ebbe successo. Anche se Leone aveva fatto di tutto per promuoverlo, addirittura facendo opera di convincimento nei confronti di alcuni proprietari di Cinema, perché lo mettessero in seconda visione o non lo cancellassero troppo presto dalla programmazione. Non si aspettava assolutamente di avere un grande successo, di iniziare un vero e proprio genere, pensa che nemmeno aveva preso in considerazione il fatto che Kurosawa e i giapponesi potessero portarlo in tribunale per plagio. Questo accadde, ma segnò anche l’ascesa di Sergio. Lui aveva un contratto col produttore Colombo, un contratto di 10 film a budget contenuto, che ruppe immediatamente dopo il successo del primo film. Poi, mentre preparava il seguito, mi chiese di venire a Roma per scrivere, da "negro", una revisione della sceneggiatura. Infatti parecchie cose nella sceneggiatura di “Per qualche dollaro in più” sono anche mie: il finale alquanto ironico, con Eastwood che conta i morti in base ai soldi delle taglie e si accorge della mancanza di un uomo, è roba mia.

Chianese: Ma Leone partì subito dal western o amava anche altri generi? Lei che era uno scrittore di gialli non cercò di orientarlo più verso il thriller o il mistery?

Donati: A Leone non dispiaceva fare niente, purché fosse cinema… cinema a modo suo. Nel nostro primo incontro mi disse che aveva un idea: voleva girare un film dell’orrore sulla neve, mi chiese di scrivere un soggetto confessandomi però che tutto si doveva svolgere in un albergo di Sestriere perché il proprietario, un suo amico, gli metteva a disposizione tutto pur di avere qualche avventura con qualche attrice. Questa era la visione della realtà del giovane Sergio Leone. Io scrissi anche un altro thriller, “Rebus” che si doveva girare all’estero, per la sua regia, ma alla fine lo realizzò un altro regista, per problemi con la produzione.

Chianese: Quando iniziò a firmare le prime sceneggiature con Leone?

Donati: All’inizio lui voleva che io imparassi tutto del suo modo di girare. Per "Il buono, il brutto, il cattivo" mi fece passare addirittura dei mesi in moviola per imparare il suo stile di regia. Iniziai ufficialmente col firmare la sceneggiatura di “C’era una Volta il West”, poi anche “Giù la Testa”, ma oramai ero diventato, insieme a Vincenzoni, il suo scrittore di fiducia. Passai attraverso tutti i progetti di Sergio. Fosse stato anche assistere al doppiaggio dei film, modificare le battute in quella sede, ma ho sempre lavorato al suo fianco.

Chianese: Mi parli della realizzazione di “C’era una Volta il West”: vorrei iniziare proprio dal titolo, così evocativo, fiabesco…

Donati: E’ sicuramente un film che chiude un discorso: quello western, nella carriera di Leone. Il titolo infatti voleva chiarire, sin dall’inizio, che quello era il capitolo finale di un epopea. Bellissima la scelta estetica, di Sergio, di utilizzare gli spolverini come abiti del west, nessun film di quel genere li aveva mai utilizzati. Il soggetto fu scritto con la collaborazione di Dario Argento e Bernardo Bertolucci, ma poi in realtà la paternità di quel soggetto è al 90% di Leone. Mi telefonò subito dopo aver finito il soggetto, mi disse: “Questi intellettuali non funzionano!” ed insieme scrivemmo la sceneggiatura del film, credo che i credit parlino chiaro. “C’era una Volta il West” è un film a cui tengo moltissimo, quello in cui sono riuscito maggiormente a comunicare a Sergio come volevo che fossero calibrati i personaggi. Se leggi la sceneggiatura del film vedi come sembri quasi una novellization della pellicola stessa, questo accadeva perché sia Sergio che io avevamo il film già pronto, nella nostra testa, ci bastò semplicemente scriverlo su carta.

Chianese: Perché, riferendosi ad Argento e Bertolucci, Leone disse: “Questi intellettuali non funzionano”?

Donati: Io, dopo aver letto il soggetto, fui d’accordo con Leone nel dire che era troppo rigido, schematico. Fu per una totale divergenza di idee che, alla fine, né Argento né Bertolucci parteciparono alla sceneggiatura del film. Il produttore Bino Cicogna li pagò e la cosa fini lì. La paternità della sceneggiatura della pellicola e mia, senza alcuna ombra di dubbio. Bertolucci, negli anni, ha sempre puntualizzato di aver partecipato alla stesura di un soggetto, ma Dario Argento non ha perso occasione per attribuirsi il credit come sceneggiatore, è una cosa che trovo costantemente nelle edizioni straniere dei DVD del film, in alcuni libri e in maniera esagerata sul web. Cerco, ovviamente, di smentire sempre questa falsa notizia ma sembra che oramai la convinzione di questa appropriazione indebita sia radicata un po’ ovunque, nella testa di Argento in primis. Leone disse quella frase, durante la nostra telefonata, perché evidentemente aveva capito già che cinema avrebbero fatto i due, da registi, Dario Argento avrebbe fatto una serie di thriller visionari e estetizzanti, Bertolucci invece sarebbe stato definito “il regista poeta”. Sergio Leone invece voleva soprattutto che il suo western funzionasse, non tralasciava la poeticità, ma voleva innanzitutto azione.

Chianese: Poi arrivò “Giù la Testa”…

Donati: Si, ma ti debbo confessare che Sergio leone non voleva assolutamente girare quel film. Il primo giorno di riprese fece mettere dietro la MdP Giancarlo Santi, dicendo agli attori che era praticamente come avere lui sul set. Ci fu una lite con Rod Steiger che era l’asso nella manica fornito a Leone dalla major americana di turno. Steiger aveva vinto l’Oscar per “L'Uomo del Banco dei Pegni” di Sidney Lumet e pretendeva assolutamente che dietro la macchina ci fosse Sergio. Addirittura gli disse: “Se tuo metti il tuo sostituto a dirigere il film dicendo che è come se avessimo te, io domani chiamo mio cugino e gli faccio imparare le battute per sostituirmi!”. Così Leone si mise finalmente a fare sul serio. Fu un vero pugno nell’occhio, però, scoprire che all’inizio il film inizia con la citazione di Mao Tse Tung che nella mia sceneggiatura non c’era affatto, così come fu un colpo vedere come Sergio aveva sviluppato il personaggio di Quan (che interpretava Steiger) in maniera completamente diversa da come l’ avevo intesa io. Quan era un po’ l’archetipo degli eroi, dei detective, che io creavo sin dai miei primi gialli: era uno sfigato che però diventa un eroe. Juan è il tipico personaggio leoniano, lo "zozzone" dal cuore d'oro e le
palle d'acciaio. Io scrissi il suo personaggio su misura per Eli
Wallach, Tuco. Per questo ancora oggi non riesco a guardare Steiger
senza soffrire un po'. il "mio" personaggio, l'eroe sfigato, è Mallory, l'irlandese. Quanto a Mao, quello che mi irritò fu la paraculaggine di Leone, che non essendo per nulla politicizzato, sfruttava il momento. Poi alla fine naturalemnte con la reazione del pubblico risultò che aveva ragione lui.

Chianese: Perché Leone era così reticente? Cosa era successo?

Donati: Vedi, da “Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo” in poi non si divertiva più. Aveva in mente, forse, di cambiare genere e girava i film con tempi lunghissimi, a volte quasi svogliatamente. Sergio era una “bestia da cinema”, i suoi film posso essere paragonati al tendone del circo… ma era soprattutto un massimalista, una persona che puntava sempre a grandi risultati anche nella vita di tutti i giorni. Il suo più grande sogno è stato sempre quello di girare un remake o dare un seguito a “Via col Vento”, questo perché all’inizio della sua carriera lui aveva iniziato facendo il regista di seconda unità per grosse co- produzioni, era così bravo ed esperto che a volte veniva cacciato per la troppa intraprendenza, film come “Gli Ultimi Giorni di Pompei” sono stati addirittura attribuiti interamente a lui, che invece era solo il regista di seconda unità per Mario Bonnard, ma pensa che anche “Gastone”, sempre di Bonnard, con Alberto Sordi, è stato quasi interamente girato da lui. Come regista aveva, per fame di grandezza, una certa somiglianza con il David Lean di “Lawrence d'Arabia” e “Il Ponte sul Fiume Kwai”.
Con “Giù la Testa” Leone si servì della politica per non fare l’ennesimo western.

Chianese: Che avesse già in mente di girare “C’era una Volta in America”?
Donati: Si, ma era già dal 1967 che Sergio aveva in mente quel film, ricordo che andai a fare dei sopralluoghi io e poi incredibilmente vidi il progetto slittare di anno in anno. Anche se partecipai a qualche prima stesura di un soggetto, mi tirai fuori da “C’era una Volta in America” perché lo ritenevo un film che non si sarebbe concretizzato sulla lunga distanza. La sceneggiatura è scritta da parecchi noni, alcuni anche non accreditati, e questo creò un po’ di disagio specialmente al pubblico americano che si trovava davanti un film sulla propria nazione scritto da una sfilza di italiani. Per quello che ne so fu Enrico Medioli a dare un grosso apporto alla stesura finale. Tutto partiva dal romanzo “A Mano Armata” di Harry Grey ma quello era solo il pretesto, il primo tempo del film, tutta la parte finale è invece farina del sacco di Sergio, e si vede. Quando finalmente lo guardai, al cinema, uscii dalla sala convinto di aver visto un capolavoro.

(Continua)

Pubblicato Aprile 23, 2004 12:05 AM | TrackBack

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