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Mauro Smocovich: NON E' PER NIENTE DIVERTENTE

di Daniela Bandini

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Mauro Smocovich, Non è per niente divertente, prefazione di Carlo Lucarelli, Edizioni Il Foglio, novembre 2002, € 8,00.

No, non è per niente divertente. Però se la biografia di Equorri Gino, il fondatore della corrente dell’Equorrismo comincia così: “Equorri Gerardo, detto Gino dagli amici, maledetto dai nemici, quando dove è nato o morto mi sembra superfluo che io lo dica e che voi lo sappiate. Mi sembra superfluo anche che sappiate chi fosse suo padre e chi fosse sua madre o sua nonna o sua sorella. Fatevi i fatti vostri: non credo siano pochi…” penso che una traccia di sorriso sia permessa, senza che l’autore se ne abbia a male. Non è per niente divertente è un romanzo lugubre e ironico senza che i due generi commisti facciano a gara su quale debba primeggiare.

La copertina del romanzo è dell’autore stesso, e sono innumerevoli le poesie sparse nel libro, alcune palesemente autoreferenziali, sul mestiere dello scrittore di poesie, altre tremendamente tristi e avvilenti e, temo, sincere. Il tema della morte è quello su cui si basa l’intera intelaiatura del romanzo: la ferocia esistenziale, che non si limita alla morte spirituale per apatia o per abbrutimento, vuole finire nel sangue, nelle viscere stesse.
Negli “episodi” che si intrecciano nel romanzo i personaggi sono le storie, sono i ritratti, sono versi di poesie spietatamente senza speranza. Il fatto che l’autore sia anche disegnatore non stupisce: egli scrive come disegna. Traccia le linee di demarcazione in un foglio bianco, le abbozza, le evidenzia, a volte le interrompe, le riprende, le guarda attraverso i filtri del bianco e del nero, a volte le colora. Sempre nello stato d’animo che è tipico dell’artista: l’estremizzazione anche del banale. Che divenendo estremo non lo è più. E dell’ironia. Particolarissimo. Il serial-killer che può amare solamente la proiezione estetica del femminile nel cadavere donna: un essere alcolizzato e probabilmente malato terminale, che più che ubriacarsi per recuperare la lucidità necessaria per vivere, sembra cercare la lucidità per morire nel dolore consapevole. C’è la dolorosa morte di uno studente per aver inseguito un sogno d’amore, antico e commovente ancora, per una professoressa, e la morte (civile) di un vecchio professore coinvolto inconsapevolmente ma non innocentemente in tutto questo.
Tutte queste morti riconducono a una sorta di attrazione fatale verso la poesia di un autore, tutti i personaggi sono legati dal dolore che solo le poesie di quell’autore sembrano in qualche modo lenire o esaltare. Che trattano della morte. Il vecchio professore che alla fine verrà interrogato dai carabinieri è in realtà colpevole proprio di questo: di aver divulgato i versi di chi non lascia alcuna seconda opportunità all’esistenza.
E’ emblematico e terribilmente pedagogico il caso del ragazzo suicida, portato al gesto estremo dal rifiuto di lui come poeta. Di lui come momento di poesia. Dal fatto che si rida di versi, forse ingenui, ma sudati, scavati nel proprio cuore con infantile passione. Quando qualcuno ci mette nelle nostre mani il sunto del suo pensiero, sia esso d’amore o disperazione, dipinto, poesia, racconto, ci faccia egli sorridere o ci induca allo sbadiglio, siamo indotti a pensare che tutte le poesie e gli stati d’animo abbiano in comune la noia, e la ripetitività di momenti che non condividiamo in quell’istante. Ascoltate dunque due versi di questa poesia: “I rami lunghi e neri, prolungandosi nel vuoto, solcano di scuro il cielo pallido e remoto. Quanti passeri feriti, quante rondini sfinite sui suoi rami avean posato le loro zampe infreddolite…”
E se l’oggetto del nostro amore, della nostra devozione rispondesse: “Studiare. Studiare e ripetere. Finire l’anno e andarvene. Non voglio bocciarvi perché non vi voglio vedere tutti gli anni. Tutti gli anni le stesse facce. Devi studiare. Le poesie lasciale scrivere a chi è più intelligente di te…”? Risponderemmo con le parole di LUI, di Equorri: “Via Spanata. Pioveva, la sera che sono morto. Ho illuminato l’angolo buio di un vicolo con sprazzi di lucidi conati. Colava a macchie giallastre tra le crepe dei mattoni, e qualche piantina cercava di vivere a ciuffi, tra le pietre e i miei sputi. Un gorgoglio di tombino a rapire la mia essenza… il vuoto mi ha accompagnato a casa a braccetto e, stesomi sul letto, mi ha chiesto di aspettare domani. Ho aspettato tra le lenzuola accartocciate sudate di freddo. Gli occhi in attesa di posarsi. Le orecchie in un ronzio pulsante respiro. All’alba ho tranquillizzato i tremori con un sorso al sapor di boccamara…
Patetico? Affatto. Ma qual è il nostro stato d’animo, a quale sentimento paragoniamo la nostra disperazione o i nostri affetti, magari con gesti più monotoni e distratti, quanta e quale poesia ci trasciniamo senza darle il respiro che merita? L’estremo delle nostre emozioni si fa sempre più fluido e, come in un libro aperto controvoglia, sappiamo di trovare un inizio e una fine. Leggiamo tanto, ma non ci soffermiamo più. Questo libro è una porta aperta, al contrario. E’ la vita scritta da chi fa di ogni singolo momento un momento estremo, di arte pura. E come estremo siamo ben contenti, alfine, di chiuderlo, quel libro. Fa parte della nostra libertà. Ma rimane, in un angolo, lì, nel vicolo buio…


Pubblicato Aprile 17, 2004 01:25 AM | TrackBack

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