Onni soit qui mal y pense
Potrei facilmente immaginare quel che potrebbero dire certuni a proposito del mio "sfogo", ma non mi presto al gioco di chi ha perpetuato null'altro che quell'impero, beninteso dal punto di vista politico, fustigandone quegli aspetti marginali oggi comunissimi ed anzi accentuati nella società dacché esiste il cristianesimo, e parla di "sole incombenze spirituali"; un impero ripromosso, più pacatamente, con le diocesi anziché con i valla, un impero di stranieri, costruito su fondamenta pagane riciclate, su "padri fondatori" avvezzi alla sofistica, ex galeotti anelanti alla "parità" per loro, ed all'intolleranza per chi c'era prima... Questo è il vero volto del cristianesimo, non i missionari lasciati morire di stenti dove hanno tolto le scarpe a cristo, non quello dei giubilei o delle madri terese.
Come osate dimenticare la storia, dietro il paravento di qualche filmino, di qualche salottino, di nani e ballerine ammiccanti e impomatati, di moderatori mestatori, di politici à la carte? Sepolcri imbiancati, la parabola del trave per voi è una tangente!
Stiamo arrivando a oggi. Oggi, per esempio, è un giorno in cui si parla di un crocefisso appeso in una scuola. Ecco, non è che non se ne parlasse anche ieri, soltanto che al posto della scuola c'era una banca. Pubblico alcuni illuminanti passi da un testo straordinario, che consiglio a chiunque di comprare e leggere attentamente: si tratta di All'ombra del Papa infermo (Kaos edizioni), scritto dai Luther Blissett del Vaticano: “Discepoli di Verità” è una sigla dietro la quale si nasconde infatti un gruppo di prelati e di funzionari vaticani. L'incredibile reportage, partorito dall'interno di San Pietro, è una mappa per il futuro e un saggio analitico su quanto poco si sa dell'attuale Pontefice e delle lotte decisive che si sono svolte si stanno svolgendo alle sue malferme spalle. Malferme? Non poi così tanto. Certo meno malferme di quelle del banchiere Roberto Calvi (nella foto a sinistra). Se ieri è anche oggi, vale la pena di leggersi questa parabola non proprio evangelica...
Gli ultimi sussulti di una TV di stato oramai votata al viale del tramonto, da organo d'informazione nazionale a strumento di propaganda conto-terzi.
Mala tempora currunt!
E se il crocefisso era "solo un simbolo", avreste fatto tanto rumore per nulla? Com'è che questi due pezzi di legno, d'origine cultologica pagana millenni prima che quattro scalzacani parvenu sortissero fuori dalle nebbie dell'ignoto, diventano magicamente tutto, in determinate circostanze? Non sapete forse, voi, che le grandi problematiche nascono da fesserie? Ma il crocefisso non è una fesseria, rispondono i meno lassisti! Appunto...
Se è chiaro che, non tanto da un punto di vista di diplomazia spicciola, bensì di quadratura delle parti, personaggi come Smith, in tutta la loro "buona volontà" e pur volendo concedere il beneficio della buona fede, provocano i provocatori (mi riferisco a coloro i quali, con strumenti diretti o meno, stimolano la reazione del buonsenso utilizzando canali di diffusione di nozioni e dogmi falsi più del loro Giuda), è anche vero che dall'altra parte della barricata si tende ad arroccarsi su posizioni che, ad osservare i temi, le modalità espressive, gli atteggiamenti dei portavoce, contibuiscono vieppiù a cristallizzare l'opinione del fatto che, in sostanza, la mentalità basata su presupposti religiosi non possa far altro che sortire effetti devastanti o quantomeno risibili.
E' in libreria un testo fondamentale per chi ama l'arte contemporanea: Gerhard Richter - La pratica quotidiana della pittura, di Hans Ulrich Obrist, edito da postmedia (euro 16.60). Riprendiamo alcune citazioni da Richter e parte della prefazione al libro.
1983
Il nostro sistema libero e democratico utilizza altri modi per mostrare la propria ostilità all'arte. Invece di bandirla, i politici e lo stato la promuovono su larga scala, assicurando grandi risorse per l'arte cosiddetta istituzionale dei musei, spazi espositivi, associazioni artistiche, importanti mostre, festival, congressi e un flusso incontrollabile di pubblicazioni, per non parlare delle criminali sovvenzioni ai teatri. Con tali provvedimenti, insieme a molti altri, l'arte viene piegata, mutilata, sepolta e assassinata, sostituita da masse di denaro. Schiere di artisti vengono istruiti a lavorare in questo senso per un sistema completamente devoto alla gestione finanziaria e all'intrattenimento. È colpa loro, prima che di altri, se l'arte viene ostacolata e distrutta.
L'arte è altrove.
È stato lasciato fuori (per ora) dal salotto del Corriere della sera. Però Salvatore Ligresti è risorto, per l’ennesima volta, ed è tornato al centro della finanza italiana. Dopo gli scandali delle aree d’oro, le condanne di Tangentopoli. E dopo le inchieste sui suoi rapporti con la mafia. Questo testo racconta dell’uomo che Silvio Berlusconi voleva usare per addomesticare il Corriere della sera. Un giornale moderato ma non abbastanza, per i suoi gusti. I giornalisti di via Solferino hanno rivendicato con forza l’autonomia del quotidiano, come ai tempi dell’assalto P2. L’operazione, per questa volta, non è riuscita. Davvero?
Il presente articolo, del nostro collaboratore Riccardo Bonavita, è apparso su Alias del 25 ottobre 2003.
Credo si debba essere grati a Lucio Del Corso e Paolo Pecere per lo sforzo di critica e demistificazione consegnato al loro L’anello che non tiene. Tolkien fra letteratura e demistificazione (minimum fax, pp. 219, € 7,50 con una stimolante postfazione di Andrea Cortellessa). I due – filologo classico il primo, storico della filosofia l’altro – hanno messo notevoli risorse di lucidità critica, intelligenza (e un pizzico di ironia, che non guasta) al servizio di una causa che potrebbe parere marginale.
Perché sforzarsi di “liberare” l’universo fantastico tolkeniano dalle indebite strumentalizzazioni ideologico-esoteriche della destra? Il fatto è che la vera posta in gioco del lavoro non è, in termini gramsciani, la capitolazione di una delle “casamatte” più saldamente difese dalla cultura reazionaria di casa nostra. E nemmeno la doverosa restituzione d’uno sperimentato luna park del meraviglioso al piacere della lettura. L’esito maggiore del libro è infatti di ordine cognitivo: una piccola ma esemplare lezione di metodo ermeneutico, di portata più ampia di ciò su cui si esercita.
[Il prode Gian Paolo Serino aveva scritto spedito questo ritratto di J.M. Coetzee prima che lo scrittore sudafricano venisse insignito del Nobel. Non che Serino sia un profeta: sono io un cretino a non averlo postato. Mi scuso col prode e coi lettori tutti... gg]
A volte capita a chi legge per lavoro, oltre che per piacere, di lasciarsi sfuggire un libro o un autore che poi, a distanza di mesi, si scopre eccezionale.
A chi legge per lavoro capita, per esigenze di mestiere, di doversi sciroppare le mille e passa pagine di un Wallace qualsiasi o di sprecare giorni di vita preziosa sulle avventure di un Baudolino che “sentivi” inutile sin dalla quarta di copertina e di farsi sfuggire un capolavoro come Vergogna del sudafricano J.M. Coetzee, autore che in Italia non è nuovo all’oblio dei recensori. Prima della recente riscoperta Einaudi (che ha pubblicato anche Aspettando i barbari) e del rilancio da parte di Adelphi (editore di Vita con gli animali) diversi testi di Coetzee erano già stati pubblicati negli anni ’80 da Donzelli senza che nessuno se ne accorgesse: titoli e autore completamente persi nell’oblio di librerie supermercato e di quotidiani paludosi dove la carta sembra assorbire soltanto libri di eco.
[l'articolo risale al 2001, quando ancora Berlusconi non era presidente del Consiglio per la seconda volta; nella foto a destra, il piduista Massimo De Carolis]
La notizia la dà il telegiornale della notte: la presidenza del Consiglio dei ministri ha deciso di rendere pubblici gli elenchi della loggia massonica P2, l’associazione segreta che il Maestro venerabile Licio Gelli chiama «l’Istituzione». È il 20 maggio 1981, vent’anni fa. L’Italia è scossa: di quella loggia misteriosa si parla ormai da molto tempo, ma ora i suoi componenti prendono un nome e un volto. E gli italiani scoprono che esiste un potere sotterraneo, un governo parallelo, uno Stato nello Stato. Negli elenchi della loggia sono iscritti i nomi di quattro ministri o ex ministri, 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti, il comandante della Guardia di finanza, alti ufficiali dei Carabinieri, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti. Una settimana dopo, il governo presieduto da Arnaldo Forlani dà le dimissioni. Nasce il primo governo laico della storia d’Italia, guidato da Giovanni Spadolini. È varata una commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia di Gelli, sotto la presidenza di Tina Anselmi. È approvata una legge dello Stato che vieta le associazioni segrete e scioglie la P2. I capi dei servizi di sicurezza sono tutti licenziati. Qualche piduista ha la carriera bloccata, qualcuno subisce procedimenti disciplinari, una ventina di affiliati finisce sotto processo. I magistrati aprono indagini sulla loggia, con l’ipotesi che abbia realizzato una cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica.
Riproduciamo alcuni brani dal libro del faccendiere Francesco Pazienza (Il disubbidiente, Longanesi). Costui è tornato agli onori delle cronache nel 2003: è uno dei grandi organizzatori della bufala Telekom Serbia. Con la testimonianza (liberi voi di considerarla veritiere, menzognera, oppure metà e metà) di Pazienza, chiudiamo il capitolo P2. Accederemo quindi al post-P2 e all'attualità della P3. [gg]
Era la prima volta che mi ritrovavo a quattr'occhi con «il banchiere di Dio», come lo definiva la stampa anglosassone per le sue strette correlazioni con le finanze del Vaticano. Sarò frivolo, ma mi sembrava che da quel giorno del settembre 1978, in cui l'avevo visto per la prima volta, non si fosse ancora cambiato d'abito. Stesso vestito, quasi nero, stessa camicia di un azzurro chiarissimo, stessa cravatta di Mila Schön blu scura coi classici bordi laterali e le fantasie molto sobrie. Quando cominciai a conoscerlo a fondo, scoprii che aveva un guardaroba fornitissimo ma era completamente privo d'inventiva. Aveva decine di abiti tutti uguali e moltissime paia di scarpe, tutte identiche e tutte di colore nero. Solo d'estate si concedeva qualche correzione sul tema indossando abiti di un grigio meno funereo. La sua carnagione aveva sempre un colore bianco latte. I pochi capelli che gli incorniciavano il cranio erano di un nero innaturale. Merito della tintura che scrupolosamente applicava quasi tutti i giorni.
Tira un'aria di merda. Vorremmo aggiornarvi sugli sviluppi delle perquisizioni a casa di supposti fiancheggiatori di una supposta formazione eversiva dal nome supposto. Non possiamo, non c'è ciccia: questi spolpano ogni grammo di ciccia. Sul Corriere dei Folli di oggi, mentre il Maestro Abbado, premiato in Giappone, dice cose giuste e sensate sulla gravità della situazione italiana sotto Berlusconi, ecco che il quotidiano di via Solferino definisce le legittime esternazioni dell'artista come "nota sbagliata". Vogliono svendere i beni culturali. Dicono che l'inflazione sia scesa: Repubblica accusa trattarsi di un falso palese. Recentemente Giampaolo Pansa, quello che definì Forlani "Coniglio Mannaro", redime i lupi mannari e accusa i bonificatori. E' tutto all'incontrario, è tutto peggio. Per questo mi è venuto in mente Victor Hugo e il suo L'ultimo giorno di un condannato a morte: anche allora tirava un'aria di merda. Oggi il collo (forse) non rischia l'impiccagione o la ghigliottina: le rischia la libera coscienza, è molto peggio. Per cui compio un gesto romantico: riproduco l'introduzione di Hugo al suo j'accuse. Leggete in filigrana e chiedetevi se, oggi, non ci sia più merda nell'aria di allora.
Tra le tante idee felici che caratterizzano la produzione Fanucci, c'è anche la riproposizione di un autentico classico della narrativa fantastica contemporanea: Io sono leggenda, di Richard Matheson. Proponiamo la postfazione al volume scritta da Valerio Evangelisti, quale invito ad avvicinarsi a un autore che in Italia ha avuto finora vita troppo effimera e marginale.
Quando un autore ha costruito la propria arte e le proprie fortune sulla dimensione del raccon-to, c’è molto da temere se decide di cimentarsi col romanzo (e viceversa, ma non nella stessa misura). Ciò sembra valere, in particolare, nel caso della narrativa fantastica. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il Gordon Pym di Poe regga male il confronto con la sua novellistica; che H.P. Lovecraft, quando si azzarda a sfornare testi più lunghi del consueto, sfoci nel disastro (Le montagne della follia) o nella riuscita solo parziale (Il caso di Charles Dexter Ward, o il ciclo della “sconosciuta Kadath”, oscillante tra il sublime e il soporifero).
Gordiano Lupi, Nero Tropicale, Terzo Millennio Editore, pp.255, €11,00.
Fortunatamente per noi ci sono anche ottimi autori prolifici, come nel caso di Gordiano Lupi. Nero Tropicale è una raccolta di 5 racconti noir, cinque storie cubane, che si leggono d’un fiato e fanno rimanere senza fiato. Per la bellezza delle descrizioni, per l’amore senza retorica verso le persone che abitano l’isola e per il raccapriccio del delitto, descritto minuziosamente e senza infingimenti.
Cuba è probabilmente la definizione stessa di ultima chance, la risorse mentale alla quale ricorriamo come estrema ratio, l’ultima via di fuga, l’alternativa sempre possibile nella disperazione più cupa. Cuba è la possibilità di rifarsi una vita, Cuba rimane in un angolo della nostra mente e lì si radica, fa presa, entra a far parte di quel sogno al quale si può attingere nel caso che tutto ci diventi davvero troppo insopportabile.
Era già successo l'altro giorno a Roma e Viterbo. Sta succedendo in queste ore a Milano. Ecco il lancio di agenzia delle 22.59: "Inchieste Br-Pcc, scattate numerose perquisizioni - Numerose perquisizioni - disposte dal pm Stefano D'Ambruoso - sono state compiute nelle ultime ore dai carabinieri di Milano in ambienti di presunti fiancheggiatori o sostenitori dell'eversione di sinistra, in particolare di persone indiziate di essere vicine alle nuove Br-Pcc. Le perquisizioni sarebbero state in tutto poco meno di una trentina, la maggior parte delle quali a Milano e nel milanese. L'ipotesi di reato è quella di associazione sovversiva. Uno degli episodi di riferimento di questo troncone di indagine sarebbe, comunque, quello dell'attentato alla Cisl di Milano, che risale al 6 luglio 2000, quando vennero rinvenuti due ordigni incendiari nascosti in fioriere al piano terra della sede di via Tadino. L'attentato fu rivendicato da un Nucleo Proletario Rivoluzionario, con un documento dettagliato, corredato di stella a cinque punte, in cui si faceva riferimento fra l'altro all'omicidio D'Antona". Vi terremo aggiornati.
Facciamo finta che già non sia così (sappiamo bene che è già così). Educhiamoci, stiamo tranquilli, dormiamo: vigilano per noi...
Così il telefonino « rivela » dove sei Dalle aziende alle famiglie: un abbonamento per rintracciare al computer chi usa il cellulare
Mariti ( o mogli) infedeli: attenti. Lavoratori amanti del cappuccino ( o della spesa) in orario di ufficio: pensate bene a quello che fate. Adolescenti pronti a trasferte notturne all’insaputa dei genitori: la pacchia sta per finire.
Tra breve potrebbe diventare operativo un sistema in grado di localizzare con uno scarto di appena 50 metri la posizione di una persona. Ovunque si trovi. Satellite? No, telefonino: e non si tratta di una tecnologia da « 007 » . Tutt’altro: in Gran Bretagna, dove il servizio è attivo già da qualche tempo, a offrirlo sono diverse società Internet in collaborazione con i principali operatori telefonici come Vodafone, Orange e T- Mobile, come riferisce il londinese Sunday Times: si chiama Lsb, Location based service ( Servizio di localizzazione). Prezzo: 5 sterline al mese, ovvero circa 7,5 euro.
In seguito all'articolo su La posizione della missionaria, il libro di Hitchens che fa la controstoria dell'indecenza di Madre Teresa di Calcutta, Jari Lanzoni ci ha inviato un controintervento in forma di "credo cristiano, quasi cattolico, di certo indifferente al politically correct". Sempre scrivendo cose che non rappresentano assolutamente il parere della redazione, vorrei brevemente rispondere a Jari Lanzoni, prima di pubblicare il suo pezzo. E' vero: posso sembrare un mangiapreti, perché lo sono. Nemmeno sono stato battezzato, io. Propugno, con l'intervento a favore di Hitchens, un atteggiamento di giornalismo d'inchiesta che, in questo snodo storico, mi pare necessarissimo ed è invece in via d'estinzione. I medesimi rilievi che fa Lanzoni li si possono rivolgere a lui, rispetto a come ha letto o non letto il libro di Hitchens, che è studioso molto rigoroso. Solo che, mentre quei rilievi fanno un certo effetto se si tira in ballo la Catholica, non fanno il medesimo effetto se si tira in ballo un libro. Nel suo recente Kamikaze d'occidente, Tiziano Scarpa scrive: "La religione è la cattiva letteratura". E' questa la mia posizione. Io attacco la funebre e del tutto supposta Sposa del Cristo in nome di ciò che fu il messaggio cristico: metafisica, non religione. Io attacco la valva fossile in nome del muscolo vivo. Attacco la morte e l'immagine che veicola la morte, pur di difendere non tanto la vita, ma l'essere umano. Ed ecco il bell'intervento di Jari Lanzoni.
Dardano Sacchetti e il cinema di genere italiano (seconda parte)
di As Chianese
Le nostre erano pellicole commerciali. Nascevano da una mia idea originale ma poi, per volere del produttore, venivano aggiustate a seconda dei mercati nella speranza di poter vendere il film. In realtà, anche se non era ancora scoppiata la moda dei numero 2, 3 ecc, quei film erano idealmente dei sequel, per lo meno venivano venduti come tali.
Ho conosciuto Massimo Lavagnini una sera d'estate a casa di Fulci. Disse che voleva farmi una intervista. Mi invitò a casa sua, dove aveva uno scantinato, tipo il negozio "Profondo Rosso", dove aveva cimeli e girava filmini con la sua telecamera, mi coinvolse insieme ad altre persone presenti ad una cena in una specie di filmetto, che solo dopo ho saputo essere diventato un film vero e proprio: “Sick o Patichs”.
Ciò che sto per scrivere non esprime la posizione della direzione e della redazione di Carmilla. Hanno beatificato Madre Teresa di Calcutta: il solito show, il drappone col faccino tutto colorato e gigantesco in San Pietro, i soliti rituali interreligiosi con i parainduisti che bruciano petali di fiore mentre funebri cardinali li guardano con compatimento e indifferenza, il solito precadavere papale tutto piegato col sisma parkinsoniano. Telegiornale: il solito servizio, la fatica della strenua reincarnazione del crocifisso che non ce la fa, i soliti addobbi, le solite immaginette delle suorine in adunanza luttuosa e festosa al tempo stesso; e poi, il solito servizio di spalla, le reazioni in India, dove cattolici semicingalesi seguono il tutto su maxischermo, in diretta televisiva. Una religione morente come il suo pastore, un gregge mai prima così vasto, una morte annunciata dai sondaggi del Corriere, la Teologia della Liberazione che ci ha liberato per davvero. In questo clima vorrei riprendere, da GNUeconomy, l'intervento di UIALLALLA, che ci ricorda un libretto di Hitchens (del quale autore Carmilla si è già occupata), pubblicato qualche tempo fa da minimum fax: La posizione della missionaria...
Todd Komarnichi, Fame, Meridiano Zero, €14,50. Todd Komarnicki, commediografo e regista, è nato a Filadelfia e ora risiede a New York. Il suo primo romanzo, Free, è stato finalista del Pen/Faulkner Award, per la migliore opera prima. Fame è il suo secondo romanzo.
Ambientato in una New York multietnica a tratti disperata, questo struggente romanzo di Todd Komarnichi scavalca il confine dell’identità e del proprio vissuto per fondersi con il destino dei propri simili. Il protagonista (ma quale?) è un detective che si trova a indagare su una morte apparentemente paradossale, la cui causa sarebbe un profondo stato di denutrizione. Qualcosa di illogico nella capitale del nostro immaginario collettivo. In una New York tutto sommato normale, né di bassifondi né di ostentate ricchezze, in un ambiente di lavoro normalmente frustrante, la vita di un uomo sembra aver rifiutato il surplus consumistico che lo avvolge. Sarà un gesto di ostentata, rabbiosa e inutile ribellione o un omicidio?
[ Manuel Vázquez Montalbán è morto all'improvviso, ieri, per infarto, a Bangkok, dove era appena atterrato, pronto a lanciarsi in una serie di conferenze. Sebbene tra i suoi demeriti annoveriamo l'ispirazione a Camilleri e il prossimo boom funebre editoriale feltrinelliano, piangiamo la morte di uno dei massimi autori contemporanei di genere. In qualità di omaggio al creatore del mitologico Pepe Carvalho, abbiamo ripescato a memoria un articolo di tanto tempo fa (correva il 1992) che impressiona: Vázquez Montalbán parla di Bangkok, la città definitiva, che definisce "l'impossibile riposo del guerriero impossibile". ]
Bangkok: l'impossibile riposo del guerriero impossibile. Arriva la notizia che Bangkok vuole cambiare immagine e perdere la sua condizione di immenso centro di massaggi del Sudest asiatico, prima al servizio di soldati nordamericani combattenti in Vietnam e poi di turisti maschi da ogni parte del mondo, ma soprattutto europei e australiani. Il clima vissuto sugli aerei che trasportavano il loro carico maschile in Thailandia era una specie di zotico addio al celibato vissuto da quarantenni affabulatori gasati in parte da Salgari e in parte da Emmanuelle. Era possibile addirittura cogliere una certa lussuria nei loro sguardi aerotrasportati, come se stessero immaginando il coito-charter che Sylvia Kristel sperimenta senza che né la hostess né lo stewart s'accorgano di niente.
[Neil Postman è morto a 72 anni, il 9 ottobre scorso. La recensione di Serino rappresenta l'omaggio che tutta la redazione di Carmilla dedica a questo grande intellettuale]
Finalmente viene riproposto da marsilio, dopo anni di oblio editoriale, un testo capitale per comprendere il dramma dei nostri tempi “mediati”. In Divertirsi da morire Neil Postman - sociologo e docente di “ecologia dei media” alla New York University- partendo dall’esempio degli Stati Uniti anni ’80, dimostra come la televisione abbia provocato un declino inarrestabile della cultura basata sul confronto razionale e sulla “mentalità tipografica” a beneficio di un’informazione ormai totalmente asservita a quei diktat “spettacolari” già delineati da Guy Debord. Tesi fondamentale del libro, però, è il confronto tra due tipologie di società: la prima, più conosciuta e temuta, è quella profetizzata da George Orwell in “1984” con un Grande Fratello che vigila e controlla i nostri comportamenti sociali intervenendo sulle “devianze”; la seconda è invece quella, quasi sconosciuta, descritta da Aldous Huxley ne “Il Mondo nuovo”: una dittatura democratica che controlla i propri cittadini non attraverso le punizioni, ma attraverso i piaceri.
Su Hitler, diceva Karl
Kraus, non mi viene
in mente nulla. Un
paradosso sull'abisso
del male, ben oltre ogni
umano e razionale orizzonte di
pensiero. Un buco nero, afferma
nel suo romanzo Siegfried
lo scrittore olandese Harry Mulisch,
nato a Haarlem nel 1927
da madre ebrea tedesca e da
padre austriaco filonazista. Un
bel guaio, tanto da fargli dire:
io sono la seconda guerra mondiale.
Un'insolubile contraddizione
familiare che ha indotto
Mulisch, pensando a Hitler, a
immaginare più cose del dovuto.
Ben più di quelle che forse
troveremo nel kolossal «La disfatta
» che si sta girando in
Germania sulla fine del Terzo
Reich. Lì il canovaccio è la
biografia del Führer scritta dallo
storico liberal-conservatore
Joachim Fest. Qui invece, sulla
scia di un genere che mescola
storia e fantasia, erudizione e
bizzarrie come nel suo capolavoro
La scoperta del cielo (Rizzoli,
2002), il punto di partenza
è una sorta di realtà mentale,
un fatto improbabile, che dovrebbe
sciogliere enigmi che la
storiografia si lascia per strada.
Fiumi d'inchiostro e di sangue sono stati versati sull'affaire P2. Non è compito di Carmilla immettersi in uno dei due bacini liquidi. Tentiamo soltanto di restituire alla memoria storica quel minimo di dignità che serve per evitare obnubilamenti perniciosi, tragedie di Stato, votazioni elettorali imbecilli o ignoranti. L'opera di mascheramento che, in questi anni, maliziosamente è stata condotta sulla memoria storica dell'Italia intera ha, anzitutto, il suo perno proprio nello scandalo P2. Ci stiamo avvicinando alla stretta attualità, che ci condurrà a comprendere davvero chi è il similsignore che ci governa, quello che vicecoordina Forza Italia, quell'altro che dirige il quotidiano che quegli altri vorrebbero e già in parte hanno e ad aprile avranno del tutto. Di morti celebri è costellato il cammino di Gelli verso gli onori delle cronache. Da Calvi a Moro a Pecorelli. Non disturberemo la normale programmazione carmillica: ci limiteremo a rievocare, nel testo che qui sotto riproduciamo, che cosa fu la P2 secondo la celeberrima Commissione d'inchiesta guidata da Tina Anselmi; poi ricorderemo i principali contatti tra la loggia deviata e l'omicidio Calvi; poi rammenteremo quali legami sono emersi in relazione al rapimento e all'omicidio Moro; infine faremo un ritrattino umile e sintetico del caso Pecorelli. Cominciamo dalla P2 in sé e per sé: pubblichiamo il quartultimo capitolo della relazione di maggioranza stilata da nonna Anselmi e dai suoi compari.
Il presente editoriale non impegna tutta la redazione, ma riflette soltanto le idee dell'autore. E' stato scritto originariamente quale contributo a una pubblicazione scientifica dell'università di Grenoble, coordinata dal professor Christophe Mileschi.
Ho l’impressione che insistere troppo sugli aspetti pagliacceschi di Silvio Berlusconi, come fa gran parte della stampa internazionale, distragga dalla sostanza della sua azione di governo. Non vi è dubbio che si tratti di un personaggio dalla volgarità innata, simile per atteggiamenti e per cultura a certi commessi viaggiatori di vecchio stampo. Non vi è dubbio, altresì, che buona parte della sua attività sia volta a stravolgere le istituzioni in senso autocratico, oppure a porlo al riparo dai guai giudiziari che lo sovrastano. Tuttavia è bene mettere in chiaro alcune cose. Non è un fascista. Non è un mafioso. Non è un Pulcinella (questo ruolo lo attribuirei piuttosto a una gran parte dei collaboratori che si è scelto, capaci di lasciare increduli per la loro stupidità). E’, se vogliamo, molto peggio di tutto ciò.
Urania, la rivista che ha aiutato a sognare generazioni intere di italiani, dal gennaio dell'anno prossimo diventa mensile. Uscirà dunque un solo fascicolo al mese, mentre adesso ne escono due che restano in edicola un mese intero. E' una conferma della crisi mondiale della fantascienza scritta, che non è riuscita a resistere all'invasione di campo da parte degli altri media.
Gli Urania hanno sempre circolato in casa mia. Mio nonno e mio papà si dividevano avidamente i libri di Salgari e Dumas, gli Urania e i libri di Kolosimo.
E io bimbetta guardavo i grandi che parlavano di cose strane: astronavi e tigri della Malesia, mostri astrali e marini, eroi con la scimitarra o con le spade o con pistole laser...
A volte si scrive per essere soli. Altre volte per capire se qualcuno ti legge. Qualche tempo fa, in piena avanzata americana in Iraq, ho avanzato stravaganti ipotesi di lettura per il genere horror in un articolo ospitato su Carmilla online che s’intitolava L’horror e la guerra. Sono giunte alcune reazioni tramite il sito Horror.IT, al momento defunto. Tutte a senso unico, ovvero la guerra è terribile, noi non siamo insensibili a tutto questo, leggiamo horror proprio perché non rimaniamo indifferenti, però preferiamo non parlarne. Punto di vista che viene difeso strenuamente da persone come Raffaella di Bergamo che scrive:
“Non ne possiamo più, io non ne posso più. Non mi ritengo una persona insensibile, anzi tutto il contrario, ma proprio per questo non si può andare avanti in questo modo.
Mario Desiati, Neppure quando è notte, peQuod, pp.162, € 10,50. Mario Desiati è nato nel 1977 e vive nella Valle d’Itria dove lavora in uno studio legale. E’ uno degli autori selezionati nell’antologia I poeti di vent’anni (Stampa, 2000, a cura di Mario Santagostini). Questo è il suo primo romanzo. Assolutamente sintetica la biografia di questo giovane autore, del quale avremmo voluto sapere molto di più. Sappiamo solo che questo romanzo è un piccolo caso editoriale, nel senso che nel giro di dieci giorni è arrivato alla sua seconda edizione. E lo merita senz’altro.
Neppure quando è notte racconta la vita di Franz Maria, emigrato pugliese a Roma, deciso di vivere e sopravvivere a Roma con uno “zainetto pieno di libri, da Kafka a Hrabal, da Hasek a Jan Neruda , Musil, Holan, fino a Pasolini”. Una vita ai margini, dove il dio dell’alcool regna incondizionato nelle misere vesti di un cartone di Tavernello o un di un “mitico” Zonin bianco da due litri. Ma dove anche la più calpestata delle dignità non tollera il sapore ripugnante di un McChicken e Big Fish di un McDonald dato in pasto ai barboni, perché è nella filosofia McDonald non buttare via niente di tutto quel ben di dio.
Sono pronto a una rivelazione a dire poco sconvolgente. Maschietti dell'Italia unificata sotto il Maurizio Costanzo Show, preparatevi a provare un'ondata di disgusto. Andate subito a disinfettarvi la mano destra. Mettete i genitali in alcool. Sono pronto, lo faccio. Ecco la rivelazione: Melissa P. sono io, Giuseppe Genna. L'avevo fatto già altre volte, non mi sono saputo trattenere, l'ho fatto anche questa volta. Avendo seri problemi di identità e una feroce scrittorrea, ho dovuto farlo: ho assunto un'identità fittizia e vi ho ingannato. Così facendo, ho ottenuto alcune non trascurabili soddisfazioni: 1) molti soldi in diritti; 2) ho preso per il culo l'intera società italiana; 3) ho preso per il culo l'intera società intellettuale italiana; 4) ho preso per il culo Maurizio Costanzo; 5) ho preso per il culo l'editore e palazzinaro romano Elido Fazi; 6) sono entrato, io che non ho fidanzata, nei sogni erotici di mezza Italia, poco importa se si tratta della metà sbagliata; 7) ho confermato doti di scrittore erotico, che già a Clarence avevano avuto una notevole ribalta; 8) ho rivendicato in maniera originale le mie origini sicule; 9) ho costretto finalmente la stampa di sinistra a occuparsi di una mia produzione letteraria; 10) Giampiero Mughini mi ha messo le mani sul culo per interposta persona. Ma c'è di più...
Pubblichiamo l'introduzione di Valerio Evangelisti all'edizione spagnola del romanzo di Luca Masali La perla alla fine del mondo (ed. Abelmuth, 2003). Il romanzo era già apparso in un numero speciale di Urania Mondadori nel 1999, e mai più ristampato, come il precedente I biplani di D'Annunzio (1996). E' inevitabile chiedersi da cosa derivi la cecità dell'editore italiano, incapace di riconoscere la stoffa di un narratore di gran classe come Luca Masali - tanto da lasciare prima alla Francia, poi alla Svizzera (I biplani è stato ripubblicato nel 2002 dalle ed. Todaro di Lugano) e alla Spagna, l'onere di valorizzarne il talento.
L’apparizione di Luca Masali sulla scena della narrativa fantastica italiana è stata di quelle che restano nella memoria. Nel 1996 il suo primo romanzo, I biplani di D’Annunzio, vince il Premio Urania, a quei tempi il più importante riconoscimento riservato agli scrittori italiani di fantascienza. Il successo è travolgente: oltre 30.000 copie vendute in un mese, una quantità di recensioni positive, una quasi immediata traduzione in francese. E’ il momento d’oro della fantascienza scritta in Italia: un numero limitato ma combattivo di autori della penisola vende molto più della maggior parte degli scrittori anglosassoni, inclusi i grossi calibri.
È uscito martedì negli Stati Uniti il nuovo libro del regista e scrittore Michael Moore, Dude. Where's my Country? (Warner Books, 24,95 $) traducibile «Ehi tu, dov'è il mio paese?» (dove il «tu» è riferito a George W. Bush). Sulla copertina lo stesso Moore è impegnato a tirar giù una statua di Bush in una immagine che richiama l'abbattimento in diretta tv della statua di Saddam Hussein a Baghdad. Sullo sfondo una parata militare davanti al Campidoglio di Washington avvolto da uno striscione che dice «Leave no billionaire behind», ovvero: «non abbandoneremo nessun miliardario». Visto il successo del precedente Stupid White Man (all'inizio stampato in sole 50.000 copie, giunto ora alla 53a ristampa con 4 milioni di copie vendute nel mondo), del nuovo libro di Moore sono state tirate un milione di copie.
Un'ora fa uscivo dal cinema milanese Colosseo, dove mi sono annullato nella visione di Young Adam, il film tratto dal romanzo del leggendario Alex Trocchi, che le Edizioni Socrates hanno appena pubblicato, mentre Fandango si è data al Libro di Caino. Parlerò più avanti direttamente dei libri di Trocchi, quando li avrò letti. Trocchi, figura mitologica e anticipatrice del situazionismo, è una sagoma per me confusa, scoperta in occasione del bellissimo speciale che qualche settimana fa gli ha dedicato Alias. Faccio appello ai direttori e ai redattori di Carmilla, che hanno l'età e lo spirito per saperne un po' più e meglio di me. Però dopo la visione di questo film grigiazzurro, sorta di noir esistenzialista camusiano, mi sembra necessario che, se ancora non abbiamo qui affrontato il mito di Trocchi, almeno si lasci la parola a qualcuno in grado di farlo. Questo qualcuno è il brillantissimo Simone Barillari, che su RaiLibro ha dedicato un lungo intervento a quest'italoscozzese che Ginsberg definì "la mente più brillante che abbia mai incontrato"...
Ali le Magnifique è stato il caso letterario francese del 2001, con tutti gli ingredienti per far discutere: firmato con uno pseudonimo, Paul Smaïl, che dà adito a qualsiasi illazione [ma in seguito Jack-Alain Léger ha rivelato di essere Paul Smaïl, ndr], è ispirato alla storia del serial killer dei treni francesi Sid Ahmed Rezala, morto suicida un paio d'anni fa nel carcere di Lisbona. Il libro ha fatto discutere prima ancora di uscire: ritirato in extremis dalla casa editrice Calmann-Lévy a causa, pare, dei troppo feroci e violenti attacchi all'establishment culturale e politico non solo francesi, è stato successivamente pubblicato dalla Denoel, casa editrice storica e nota per aver pubblicato i migliori scrittori stranieri e non (da Philip K. Dick a Ray Bradbury, da Jack Kerouac a Norman Mailer sino a Arto Paasilinna).
In Italia Alì il magnifico, tradotto da Feltrinelli (pp. 538, 18,00 €), almeno sino ad oggi è passato quasi del tutto inosservato: un peccato perché nel romanzo si respira davvero “un soffio di rivolta” ed il suo autore merita di essere letto e di essere ascoltato. Anche perché Paul Smaïl – che abbiamo incontrato in un’intervista via mail - non solo ha scritto un attacco al cuore di ogni stato cosiddetto democratico, ma ha evidenziato uno dei problemi fondamentali di ogni arte contemporanea: il fatto che si dia più peso all’autore che al contenuto, che ci si interessi di più (e si valuti di più) CHI ha scritto (cantato, suonato, dipinto) rispetto a COSA è scritto, cantato, suonato, dipinto.
Proprio da questo punto è partita la nostra conversazione.
Sono trascorsi cinquant'anni da quando Moravia e Alberto Carocci presentavano il primo numero di «Nuovi Argomenti» del marzo-aprile 1953. Di questo lungo arco temporale molti ricordano soprattutto la celebre intervista a Palmiro Togliatti sul XX congresso del Pcus e sulla destalinizzazione, dove si delineavano già i motivi portanti della "via italiana al socialismo". Altri si sono appassionati alle inchieste. Indimenticabile quella di Franco Cagnetta nel 1954 su Orgosolo; quando l'allora Ministro dell'Interno Mario Scelba denunciò all'autorità giudiziaria l'autore e i direttori per "reato di vilipendio delle forze armate" e "pubblicazione di notizie atte a turbare l'ordine pubblico", ottenendo il sequestro della rivista.
Stiamo pubblicando alcuni distinguo sulla massoneria, per affrontare, nel più sereno dei modi, l'argomento che preme: preme tutti sul cranio dall'alto, da Palazzo Chigi in giù. Parliamo della P2 e del passaggio alla P3, ma anche della P1. Tranquilli: Carmilla non ospita un emulo di Pecorelli. Niente rivelazioni o scoop: già non ci siamo abituati, e poi in questo caso ci sembrerebbe di andare a combattere i mulini a vento. Piuttosto tentiamo un'opera di risveglio delle coscienze e di rinfresco della memoria. Prima di pubblicare una folgorante cronistoria di Gianni Barbacetto sull'affare P2, però, siamo colpiti da sincronicità. Oggi, accedendo a Repubblica, vediamo il faccione alla Cofferati in cazzuola dell'attuale Gran Maestro del GOI (Grande Oriente d'Italia), Aurelio Raffi (è quello qui a fianco, vestito strano). E' utile replicare qui l'intervista che ha rilasciato a Concita De Gregorio: si parla anche e soprattutto di Licio Gelli, anche se il povero muratore proprio non vorrebbe accennarne.
Da giorni sono rimbambito dalla visione on line di tutti i trailer, gli speciali, i backstage di Kill Bill, il quarto e nuovo film di Quentin Tarantino. Con costui ho ormai più familiarità che col mio giornalaio: è giorni che lo sento parlare a me, conosco l'andamento della sua basletta e mi irritano i suoi continui applausi alla fine di una scena venuta bene. Fastweb mi sta facendo malissimo. Io ho pure scritto un libro con una copertina cinese, per cui sono entusiasta del fatto che Kill Bill ha una lunghissima estanuante sequenza con la Thurman che indossa la tuta di Bruce Lee e fa fuori ottantamila samurai della yakuza che non sono sicuro che siano giapponesi, penso siano cinesi. Per cui capirete che sono rimasto a bocca aperta nello scoprire che, come state per scoprire anche voi, Kill Bill è stato in realtà girato a Empoli...
Quanto sta accadendo da mesi in Italia non è soltanto puro orrore, puro schifo, puro crimine: è peggio, è storicamente inquietante. Mi riferisco all'emersione della poltiglia umana nel fango della commissione governativa Telekom Serbia: massoni deviati, fascisti, criminali di ogni risma, faccendieri senza faccia né nome, servizi segreti paralleli, ricursioni impressionanti di nomi che speravamo di non tornare più a leggere. Nel baillamme informativo che è stato sollevato intorno a questa sordida vicenda, sono rimasto particolarmente scandalizzato da due interviste rilasciate a Concita De Gregorio di Repubblica, da Licio Gelli e Tina Anselmi. Nei prossimi giorni, su Carmilla, chiarirò i perché e i percome di una simile indignazione personale. Poiché, tuttavia, il perno dell'oscura bufala Telekom Serbia, esattamente come il perno fisiologico dell'attuale governo, è la P2, mi sembra il caso di iniziare con una premessa. Che concerne la massoneria, prima che mi accusino di fare un discorso di destra o di sinistra, il che, a proposito di Gelli e della ghenga di potere che domina il nostro Paese da cinquant'anni e passa, è assurdo. Quindi, propongo una lettura educativa: che cos'è stata la massoneria per la sinistra e per la destra fino a oggi.
C’è qualcuno in Italia che ha capito il vero pericolo che il nostro Paese sta correndo: il delinearsi non di un nuovo regime, ma di una dittatura democratica che sta trasformando la vita politica in uno spettacolo. Più che un regime è un Reame. Di questo e di molto altro tratta il libro di Francesco Amadori Mi consenta (pp. 165, € 12,50, Edizioni Scheiwiller) che, come recita il sottotitolo, indaga sulle “metafore, i messaggi e i simboli” attraverso i quali Silvio Berlusconi ha conquistato il consenso degli italiani. Amadori - direttore del Dipartimento Ricerche motivazionali dell’Istituto CIRM, presidente di EUREKA!, società specializzata in corsi di formazione alla creatività e alle tecniche di comunicazione- è tra i pochissimi saggisti capaci di comunicare con un linguaggio lontano dai contorcimenti accademici: non a caso affianca alle proprie cariche istituzionali un’ampia esperienza di autore televisivo avendo collaborato a numerose trasmissioni nazionali ed essendo stato il supercampione di “Superflash” di Mike Buongiorno nel 1985.
La lettera del Berlusca.
Preoccupato per lo sciopero generale del 24 ottobre, scosso dal plebiscito su Domenica In che lo dà al primo posto tra le cose che di cui la gente dice BASTA, provato dalla litigiosità della sua coalizione, colpito dal black out che ha visto il suo eloquente silenzio, visto vacillare il castello di merda che costituisce l’operazione Telekom Serbia, il nostro Caro Amato Presidente del Consiglio e Conducator del primo paese a socialismo reale capitalistico (televisioni bulgare, giornali bulgari, collier Bulgari…) Cavaliere Silvio Berlusconi, vuole spiegare agli italiani che tutto va bene, nonostante il caro prezzi, la disoccupazione e la precarietà sociale dilagante. Vuole farci ragionare sul fatto che il futuro dei nostri figli è senza garanzie, che saranno senza pensione o pensione da fame e via dicendo… per il bene del paese.
Se mi avessero detto che un tema lovecraftiano si sarebbe potuto tradurre in un racconto esilarante, non ci avrei creduto. Eppure il mostro è lì che incombe, mucillaginoso come si conviene: una narrativa fantastica italiana di tono umoristico. Ce ne erano stati alcuni esempi e non mi avevano persuaso. Questo Le Rane di Ko Samui, di Paolo Agaraff (ed. Pequod, numero di pp. impreciso, prezzo eccessivo) mi persuade, eccome.
Mi dà anche qualche preoccupazione. La narrativa fantastica, nel nostro paese, è stata a lungo emarginata, ma molto peggio è capitato a quella umoristica. Ci sono voluti anni e anni per sdoganare Achille Campanile, tanto che per farlo si è dovuto aspettare che fosse ben morto. A Stefano Benni è andata meglio, però spesso, nell’elencare i migliori scrittori italiani, il suo nome viene dimenticato. Dario Fo ha avuto il Nobel, ma in patria una folla di critici ancora mugugna. E nessuno ricorda Carlo Manzoni, e altri autori che ebbero il torto di far ridere chi li leggeva. Gli unici scritti comici ammessi sembrano essere solo quelli prodotti da attori di varietà, e unicamente presso il grande pubblico.
Dardano Sacchetti e il cinema di genere italiano (prima parte)
di As Chianese
Inizialmente, quasi in maniera maniacale, mi ero preoccupato di cosa chiedere e in che forma e modo bussare alla porta di Dardano Sacchetti (1944, Montenero di Bisaccia, Campobasso) uno degli sceneggiatori italiani più significativi degli anni ‘70/80 del nostro cinema di genere. Alcune voci lo volevano residente in America e incontattabile: data la lontananza e il suo carattere fumantino.
Invece l’autore de “L’Aldilà”, “Reazione a Catena”, “Dèmoni” e “Il Gatto a Nove Code” e di altre perle dell’horror e del brivido vive, dopo aver comunque lavorato negli States, nella sua Italia: in una villa in campagna che mi piace immaginare simile a quella del Dott. Freudstein in un altro classico del brivido scritto da lui e filmato da Lucio Fulci, disponibile più che mai ad accontentare chi davvero voglia sapere che cosa era il nostro cinema di genere e soprattutto perché è morto. Inviata una e-mail con alcune domande lo sceneggiatore mi ha risposto, dopo altre piacevolissime chiacchierate, con questa lettera/intervista che sotto riporto rendendo vano ogni tipo di incipit o di presentazione: da scrittore che lavora con le parole e le immagini, Sacchetti va a briglia sciolta raccontando fin nei dettagli il ventennio d’oro del nostro cinema, con considerazioni personali e tante, tantissime, chicche che delizieranno gli appassionati e quelli che credono di saperne sempre una più del diavolo.