
Nemmeno Orwell aveva saputo prevedere il peggio che ammorba il nostro presente: oltre le telecamere anche la pubblicità invade il nostro quotidiano, mentre la globalizzazione appare sempre più un reale che si inghiotte pure l’ineluttabilità. Ormai omologati a loghi umani dal cervello al singolare, anche noi vittime vampirizzate da insegne luminose dal cuore al neon, ci accorgiamo di come molti autori, non solo appartenenti alla fantascienza, addirittura da secoli abbiano messo su carta gli incubi di una società “marchiata dalla bestia”. Tralasciando l’Apocalisse di Giovanni, opera unica nel predire il “branding” commerciale, e la saggistica – da Walter Benjamin ai Situazionisti, dai “persuasori occulti” di Packard all’ “Empire” di Toni Negri sino ad arrivare agli opuscoli ciclostilati delle BR (la loro lotta, pur armata, allo strapotere del SIM, l’imperialismo delle multinazionali non è forse parente stretto dell’antiglobalizzazione?)- diverse opere narrative hanno descritto lo scempio di oggi: a parte “Il mondo nuovo”, scritto da Aldous Huxley nel 1932 ed opera fondamentale per decodificare le moderne dittature democratiche, il primo ad intuire come il sistema delle multinazionali avrebbe scardinato ogni concetto di democrazia è “Il tallone di ferro” di Jack London: un libro insostituibile che, malgrado i comprensibili appesantimenti stilistici tipici della narrativa popolare ottocentesca, fornisce più di uno spunto.
“Il tallone di ferro”, recentemente riproposto in tascabile da Feltrinelli dopo anni di oblio editoriale, è esattamente questo: la globalizzazione e i movimenti di protesta raccontati un secolo fa.
Più recente, del 1953, è invece lo straordinario racconto di Fredrick Pohl “Il tunnel sotto il mondo” dove si racconta di come il nostro mondo sia in realtà solo una finzione, nient’altro che un esperimento gestito dal mondo vero, quello reale, quello “sotto il tunnel”, per testare nuove tecniche pubblicitarie e prodotti innovativi. Il simil mondo di Pohl è come il nostro.
Una metafora inquietante che non a caso Pohl riprenderà, con meno estro, anche ne “I mercanti dello spazio”, scritto a quattro mani con C.M. Kornbluth nel 1953. In questo romanzo i due autori immaginano un mondo totalmente dominato da agenzie pubblicitarie che sottomettono gli uomini a bisogni mercificati e che piegano ai propri scopi anche il potere politico.
Nelle merci, ma è solo un esempio, vengono inserite sostanze che inducono assuefazione e condizionano il consumatore ad acquistare per tutta la vita quel prodotto: un’idea che, non a caso, verrà anche riproposta, nei primi anni ’80, in “Decoder”, il geniale film diretto da Klaus Maeck e interpretato da William Burroughs.
Il racconto più profetico ed ironico è però firmato da uno scrittore italiano solitamente poco considerato dai puristi della fantascienza: Primo Levi. Levi, autore ormai marchiato nel ghetto delle sue memorie concentrazionarie, è stato invece uno scrittore dal raro talento e capace di confezionare alcune tra le più belle short stories di science fiction: basti pensare a “Disfilassi”, racconto dove vengono anticipati di trent’anni i limiti e i pericoli dell’ingegneria genetica o a “In fronte scritto”, una metafora di rara ironia sulla globalizzazione delle nostre teste.
In quest’ultimo racconto, infatti, Levi immagina un mondo talmente subordinato alle logiche del mercato da aver creato una vera e propria carenza di spazi pubblicitari: non esistono più luoghi dove le aziende possano comunicare con efficacia i propri messaggi. Un problema che Levi risolve raccontando di come le agenzie pubblicitarie si ingegnino per affittare la fronte delle persone: ai protagonisti del racconto capita così di incontrare persone con “in fronte scritto” lo spot di una bevanda, di un dentifricio, di una località balneare.
Se la metafora di Levi, inquietante perché fra poco toccherà vedere anche questo, strappa pur sempre un sorriso, fa invece morire dal ridere il romanzo che con più incisività e forza ci può far comprendere a che punto sia arrivata la follia organizzata da globalizzazione: si tratta di un pamphlet scritto a più mani e pubblicato, agli inizi degli anni ’90, dalla Fininvest. E’ un libro talmente assurdo nella sua spietata realtà che, per difesa neurologica, va assolutamente letto come un’opera di fantasia, come un romanzo. Destinato a pochi eletti (gli alti dirigenti della Fininvest), tirato in pochissime copie, “Come affrontare il cambiamento” è infatti un romanzo di fantapolitica applicata al marketing, un capolavoro firmato da autori come Francesco Alberoni o Gianni Baget Bozzo.
Il risultato è godibilissimo: a partire da titoli emblematici come “Il ritorno della morale” affiancato a “Strategia militare e strategia d’impresa” sino ad arrivare ai disegni che corredano ogni capitolo. Firmati da tale Angelo Ricci, illustratore che presupponiamo sia “sceso in campo” dopo aver raggiunto un livello così basso di arte al servizio del committente, i fumetti su “Come affrontare il cambiamento” aiutano non poco alla comprensione dei contenuti: in uno, ad esempio, si vede uno “yes-men”, che ha impiccato la vita in nodi regimental, entrare contento e soddisfatto in un’ “aula di apprendimento continuo”; in un’altra l’allegra famigliola dello yes men esprime tutta la propria felicità per aver raggiunto lo standard di vita a cui ogni essere umano globalizzato anela: fare festa con alle spalle ciminiere fumose (niente inquinamento, solo un indice di produttività continua) e palazzi ultramoderni con giardini pensili (il verde aiuta sempre…) e ripetitori televisivi.
In “Interpretazione e tendenza degli scenari politici”, invece, l’articolo di Giuliano Urbani (per caso vi ricorda qualcuno?) è corredato da ben due illustrazioni: nel primo si vede il parlamento nelle condizioni attuali (impolverato e fitto di ragnatele), mentre nel secondo “dopo il cambiamento”: lindo, asettico, con ogni scranno parlamentare fornito di computer.
La migliore illustrazione è comunque una delle ultime, la più esplicativa e correda il già citato “Strategia militare e strategia d’impresa”, uno scritto tra l’apocalittico e il profetico: “Parlare della Fininvest è sicuramente un’opportunità perché è un gruppo italiano con una caratteristica molto particolare: dal punto di vista delle relazioni umane interne è molto più simile all’organizzazione militare: un gruppo dove la personalità del leader si riflette su tutta la struttura dell’impresa”.
Nel disegno si vedono dei soldati, con tanto di elmetto marchiato Fininvest, all’assalto di nemici che avanzano.
Le armi usate, è vero, sono diverse, meno visibili: com’è finita, invece, purtroppo non è un disegno…


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