di Myrtil

Questa città è un deserto
di luce chiara e ferro chiuso.
Abbiamo
preso il treno, ci siamo
tenuti
per mano, cantando
le nostre canzoni, portiamo
una voce
antica e mai sentita, e alto
è il privilegio, che oggi
esca dalle nostre gole.
Non siamo soli. Non saremo
mai forse meno soli di così.
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A notte un tabacchino, in mezzo
allo sfacelo (siamo passati di qui
solo poco fa, con
le mani alzate e il passo
esitante, per la prima
volta in vita mia, davvero
alla ricerca di un rifugio?)
sta comunque aperto: ci credo
affrontando questa cosa
dopo questi tre giorni può anche chiudere
sul serio, avrà fatto i miliardi
e anch'io, come gli altri
devo comprare sigarette
per ingannare l'attesa
per frenare la paura
per dividerle, assieme con la cena
condivisa sul selciato
di piazzale kennedy
a pochi metri dal mare
di Genova
nella notte del venti
luglio duemila e uno.
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rimbombo d'elicotteri e suono
di sirena
a freddo nella schiena per molti
mesi ancora, e saigon era disneyland
al confronto, ridendo quasi
di noi stessi dopo
quanta gente
nel mondo
ha subito ben peggio
del resto è per questo
che eravamo là.
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e qualche giorno dopo
(fiato appena ripreso
fiato consumato
nel racconto, nell'usura
del convincere gli assenti)
da un tavolo vicino
una voce d'uomo
"se ero io gli passavo
sopra un' altra volta"
fiato
mancato
abisso bruciante
di un cielo diviso
sapore ferroso
dell'odio
Erano le cinque e mezza
di venerdi pomeriggio.
Hanno
sparato. Dice che hanno
sparato. Hanno
ammazzato un ragazzo. Dobbiamo
andare.


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