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La barba del Profeta

barba1.jpgPerché all’Islam radicale piacciono le barbe, meglio se incolte e un po’ arruffate.
di Luca Masali

Si dice che Maometto fosse un bell’uomo, che usava sottolineare il taglio degli occhi con una sapiente linea di khol nero. E naturalmente portava la barba, che gli donava un austero carisma. Lo prova, se ce ne fosse bisogno, qualche ciocca gelosamente conservata nella Sala del Mantello del museo Topkapi di Istanbul. Per quel poco che si sa, pare che la barba del Profeta fosse curatissima, ben diversa dai barboni selvatici che onorano il mento dei Talebani e degli islamici ultra ortodossi sparsi nei cinque continenti, coprente fin quasi a diventare la controparte virile del burqua o dello chador.
Pelami così scorbutici da far inorridire anche il governo iraniano, che alla morte del severo ayatollah Khomeini (che la barba la portava sì lunga, ma almeno pulita e pettinata) si vide costretto a tuonare che “Dio è bellissimo e ama il bello”, come a dire “per carità, ora andate dal barbiere”. Khomeini probabilmente si sarà rivoltato nella tomba, visto che soleva ripetere che la peggior umiliazione della sua vita la dovette sopportare quando venne imprigionato dallo Scià e gli venne tagliata la barba e confiscato il turbante.

E DIO CREÒ LA BARBA
barba2.jpgPerché dunque il barbone incolto è caro ad Allah?
Il Corano non entra nel merito della questione. Per trovare qualche accenno ai peli facciali si devono aprire gli Hadit, cioè i detti del Profeta raccolti dai suoi seguaci. Un libro sacro autorevole ma di rango inferiore al Corano, visto che quest’ultimo non è farina del sacco di Maometto bensì la fedele trascrizione delle esatte parole rivelate da Dio.
In almeno due occasioni, il Sigillo dei Profeti si sarebbe pronunciato sulla barba; secondo gli apostoli Al-Bukhari e Muslim, Maometto esortò i credenti dicendo loro “distinguetevi dai mushrikeen (idolatri), tenete la barba e regolate i baffi”. E, in un’altra occasione, fu ancora più chiaro: “Curate bene i baffi e fate crescere la barba”.
Nelle religioni rivelate, qualunque cosa i profeti dicano deve poi essere contestualizzata e inserita nel resto della dottrina, suscitando dispute anche feroci tra le diverse correnti teologiche. Anche se si tratta in fondo “solo” di barba.
Così le scuole della Sharia, la legge islamica, per tagliare la testa al toro tirano in ballo Satana in persona, che, come riporta il Corano [Surah An-Nisaa 4:119] disse:
“Li condurrò in tentazione finché essi non cambieranno la creazione di Allah”.
Quindi, visto che Allah ha certamente creato la barba, guai a chi la taglia. Proibizione che in una certa misura riguarda anche le donne, che non dovrebbero alterare il loro corpo con tatuaggi, depilazioni e pratiche simili.
Purtroppo non basta la considerazione che Dio ha creato anche la clitoride per proibire anche la ben più dolorosa e definitiva infibulazione, che l’Islam non incoraggia ma tollera meglio delle facce rasate.
Maometto in persona interpreta il versetto che abbiamo visto: “Allah maledice quegli uomini che imitano le donne, e maledice quelle donne che imitano gli uomini” (Hadith riportato dal solito Al-Bukhari).
La giurisprudenza dottrinale si spinge a sostenere che “la barba è la maggior distinzione tra uomo e donna” (e qui ci sarebbe da discutere), tagliarla significa dunque “modificare la creazione” e per soprammercato “imitare la donna”, scontentando in un sol colpo sia il Misericordioso sia il suo Profeta.

SE L’OMO È OMO
Ovvio che l’anatema divino contro l’imitazione dell’altro sesso ha anche implicazioni più personali, che riguardano maggiormente la sfera erotica e non il look. A introdurre l’argomento è l’Imam Ibn Abdul Barr, che più chiaro di così non potrebbe essere: “Tagliare la barba è proibito. Solo gli effeminati lo fanno”. Nel libro “The beard between the Salaf and Khalaf” (La barba tra i credenti e i miscredenti) lo sceicco Muhammad al-Jibaly scrive che “tutti gli Ulema (i giuristi islamici) concordano sul fatto che tagliare la barba è proibito, è una mutilazione inaccettabile. Sono soliti considerare che le persone rasate siano effeminate, e molti di loro non ne accettano la testimonianza in tribunale, né gli consentono di guidare la preghiera comune”.
Il termine usato dai giuristi islamici, “effeminato”, è appena un gradino superiore a “omosessuale”, peccato gravissimo e come tale duramente condannato dal Corano [Surah Al-A'râf, 80-84]:
E quando Lot disse al suo popolo: «Vorreste commettere una infamia che mai nessuna creatura ha mai commesso? Vi accostate con desiderio agli uomini piuttosto che alle donne. Sì, siete un popolo di trasgressori».
E in tutta risposta il suo popolo disse: «Cacciateli dalla vostra città! Sono persone che vogliono esser pure!».
E Noi salvammo lui e la sua famiglia, eccetto sua moglie, che fu tra quelli che rimasero indietro.
Facemmo piovere su di loro una pioggia di fuoco.
Guarda cosa è avvenuto ai perversi.
A tanta ira divina una volta tanto non corrisponde necessariamente una altrettanto dura punizione terrena da parte dei tribunali islamici. Anzi, alcune scuole della Sharia come gli Anafiti ritengono che non ci debba essere punizione secolare per peccatori (e peccatrici), cosa che per altro non ha impedito al regime iraniano di condannare a morte 4 mila persone dal ’79 ad oggi per tali pratiche, e almeno dieci sono state le esecuzioni pubbliche del regime dei talebani.
Per fortuna, tagliare la barba di per sé non espone a tali rischi. Ma solo in questa vita, però: un Hadit raccolto da Abdullah Ibn Umar dice:
“Coloro che imitano i miscredenti, e muoiono in tale stato, verranno giudicati con loro nel Giorno del Giudizio”.
Concludendo con le parole del giurista egiziano Kitab al Arbain Addin, “il musulmano che rade o accorcia la barba è come un ermafrodita, vive sul filo del peccato. La sua testimonianza non è valida, non può votare né essere eletto”.

SARÀ PIA, MA A ME DÀ FASTIDIO!
Visto il clima non esattamente temperato in cui si trovano molti Paesi musulmani, ci sono fedeli che ritengono il barbone canonico una fonte di irritazioni cutanee, oltre che ricettacolo di parassiti. Per lo sceicco Muhammad al-Jibaly, la scusa non regge, visto che la Sunna, cioè l’insieme delle pratiche obbligatorie per ogni buon musulmano, ha una risposta anche per questo: “Le irritazioni non derivano dall’aver abbracciato la via della fede, tutt’al più dal non aver rispettato i precetti che obbligano il fedele a pulirla (la barba) e lavarla secondo il wudu (abluzione rituale), come indicato nella Sunna”.
L’Imam non perde l’occasione per una frecciatina anche al gentil sesso: “Pur di radersi, alcuni uomini usano la strana scusa che le loro mogli li preferiscono sbarbati! Neanche se la loro missione nella vita mortale fosse quella di seguire le inclinazioni morbose delle loro donne invece che i chiari comandi di Allah e del suo Messaggero”.
Niente scuse, dunque. Tenetevi il barbone, così sarete uomini di fede. Se la signora protesta, fa lo stesso.

MI FACCIA BARBA E CAPELLI
Assodato che la barba è obbligatoria, come deve essere curato questo benedetto pelo? L’Imam Ghazzali ritiene che “la chiave è la totale sottomissione alla Sunna e l’emulazione della vita dell’Inviato in tutte le cose della vita, in tutto ciò che faceva; nel suo modo di mangiare, dormire, alzarsi e parlare”. A cui si deve aggiungere “lasciar crescere la barba”, che come abbiamo visto Maometto curava eccome.
Su questo aspetto le principali scuole della dottrina islamica non sono del tutto d’accordo. Per alcuni, come gli Anafiti, la barba può essere tagliata se cresce oltre la lunghezza di un pugno. A questo principio si rifacevano i talebani afgani: se pescavano un tizio sospettosamente glabro, gli afferravano nel pugno l’onor del mento. Se i peli erano più corti della mano dello zelota, il tapino poteva essere fustigato in pubblico. Più radicale ancora la scuola Shafi, per la quale tagliare la barba è proibito, punto e basta.
Per la scuola Al Azraiy si può tagliare, ma solo se ci sono valide ragioni mediche. Addirittura draconiana la posizione dell’imam Ahmad Bin Hanbal, secondo il quale se qualcuno “mutilasse” la barba di un musulmano sarebbe costretto a pagare per intero il “prezzo del sangue”, come se gli avesse cavato un occhio.
Tutti concordano invece sul fatto che i baffi vadano regolati. Quando alla cura quotidiana del vello, l’abluzione rituale prevede che “si debba lavare la faccia tre volte, dall’attaccatura dei capelli alla mascella al collo, e poi da orecchio a orecchio. L’uomo deve lavare i peli della barba perché sono parte della faccia. Se la barba è sottile deve lavarla davanti e dietro, mentre se è folta e copre la pelle dovrebbe lavarne solo la superficie e poi pettinarla con le dita bagnate”.
Il Profeta sostenne a suo tempo che non bisognerebbe tingere barba e capelli quando li colora l’argento dell’età (addirittura, seguire scrupolosamente questo precetto avrebbe portato a “vedere la luce nel giorno della Resurrezione”) ma l’accorato consiglio del Profeta è stato sempre snobbato: le offese del tempo si coprivano anticamente con l’henné e oggi con le tinture industriali, magari occidentali.
A proposito dei capelli, con notevole anticipo sui suoi tempi il Profeta pare non gradisse i tagli punk, per esempio quelli lunghi davanti e rasati dietro: “Tagliateli del tutto o lasciateli crescere”.

LA POLITICA È UNA BARBA
In alcuni paesi dell’Asia centrale, la barba è diventata un nodo importante della politica. L’onor del mento era obbligatorio in Afghanistan prima della tragica resa dei conti con gli Stati Uniti, mentre nel confinante Uzbekistan, terrorizzato dal burrascoso vicino, si arrestavano i barbuti in quanto ritenuti filo-talebani.
Un po’ come nel Tajikistan pre-rivoluzionario, dove la barba fluente era la divisa dei miliziani islamici. Anche l’Urss ebbe grattacapi per via della barba del poeta Foteh Abdullo, considerata un po’ troppo “islamica” dal Partito comunista della repubblica socialista sovietica del Tajikistan.
Invitato ad alcuni “colloqui di rieducazione”, il poeta si difese sostenendo di essere un ammiratore di Karl Marx, e di imitarne anche l’acconciatura. Argomentò poi che lo stesso Vladimir Lenin, per tacere del Conducator Fidel Castro portava fluente barba. Commosso da tale fervore rivoluzionario, il segretario del Partito dovette ammettere che il popolo ama le barbe. La popolarità del poeta andò alle stelle e la vicenda diventò argomento di caustiche barzellette su quanto fosse boccalone il potere moscovita.
Essendo un poeta, Abdullo era evidentemente bravo con le chiacchiere, ma forse la burocrazia sovietica era (almeno in tema di barba) meno rigida di quella statunitense. Come si accorse a sue spese l’agente del New Jersey Mikail Muhammad, buttato fuori dalla polizia nel ‘98 perché in nome della libertà di culto rifiutò di radersi. Sorte che rischiano oggi due pompieri sempre del New Jersey, attualmente sotto inchiesta per l’identica infrazione disciplinare.
Se con loro la burocrazia dovesse essere inflessibile, potranno consolarsi sapendo che la loro vicenda ha spinto il comando dei vigili del fuoco di Detroit a permettere ai pompieri musulmani di tenersi il barbone, pur avvertendoli dei rischi legati alla combustione del pio pelame. Il barbone e il turbante sono stati banditi dall’Università di Istanbul nel marzo del 1998, insieme al velo per le studentesse, in quanto considerati simboli d’appartenenza ai movimenti integralisti. Naturalmente la decisione non è stata indolore, ma seguita da violenti scontri di piazza. L’Islam militante è la spina nel fianco del governo turco fin dal 1928, quando Mustafa Kemal detto Ataturk cacciò via il Sultano e fondò la repubblica. Per sicurezza, il “padre dei turchi” volle inserire nella Costituzione il principio secondo cui l’esercito è garante della laicità dello Stato.
Più o meno come dire “meglio un militare golpista, ma rasato secondo regolamento, al potere oggi che un barbuto Imam al governo domani”.

IL PROFETA AVEVA LA BARBA. E ALLORA?
Tirando le somme, abbiamo visto che il Corano tace sulla barba e l’Islam radicale la prescrive soprattutto perché la portava il Profeta. Ma l’Islam naturalmente non è fatto solo da intransigenti guardiani dell’ortodossia.
Lo scrittore e giornalista Ziauddin Sardar in un articolo pubblicato sulla rivista inglese New Internationalist lancia accuse pesantissime: “I detti di Maometto vengono invocati per giustificare i comportamenti più estremi. Addirittura l’aspetto stesso del Profeta, la sua barba e il suo modo di vestire, sono diventati oggetto di culto feticista: così oggi non solo è obbligatorio per un ‘buon musulmano’ portare la barba, ma addirittura la sua forma e lunghezza devono essere conformi a certi canoni! Il Profeta è ridotto a un mero simbolo, così lo spirito del suo agire, la statura etica e morale delle sue azioni, la sua umiltà, la sua compassione, i principi universali a cui si richiamava sono mortificati da una visione assurdamente riduttiva”. Una vera randellata, nel contesto di una religione che ha fondamento nel più intransigente monoteismo e nella lotta all’idolatria. Più o meno dello stesso avviso il teologo Humayun Gauhar, che in un intervento ospitato sulle pagine Internet del portale ufficiale della Repubblica Islamica del Pakistan (www.pak.gov.pk/) traccia un impietoso ritratto del tipico mullah (il dottore della legge, la cosa più vicina a un prete in una religione come l’Islam, che non ha un vero e proprio clero): “…[Il mullah] afferma di seguire la Sunna, la via della fede, emulando lo stile del Profeta, che portava la barba. Inoltre, gli piacevano i dolci e detestava i cattivi odori. Così il mullah si fa crescere la barba ma si taglia i baffi, altrimenti il cibo si appiccica ai peli.
Si rimpinza di dolcetti, anche se è diabetico, e si profuma. Fa anche di più: indossa il shalwar con l’orlo a sei centimetri dalle caviglie, in modo che non si sporchi e possa così pregare nella moschea. Tutto ciò diventa una specie di uniforme: barba-niente-baffi, shalvar a sei pollici dalle caviglie, testa coperta. Di fatto, la divisa di un prete. Il vero spirito del Profeta, il più grande tra gli esseri umani, che condusse in umiltà la propria esistenza, nella maggior parte dei mullah è sostituito dalla mera apparenza. La luce interiore viene offuscata; sarebbe come se io mi vestissi come un giocatore di cricket sperando che ciò basti a far di me un campione”. Anche attraverso la barba, l’Islam manifesta il difficile momento storico che sta attraversando, lacerato com’è tra le spinte alla modernizzazione e le tentazioni medievali. O meglio, per usare le parole di Shahid Athar nel pamphlet “The process of learning Islam”, la religione del Profeta si trova tra due fuochi: da una parte i tradizionalisti a oltranza, “ossessionati dalla lunghezza della propria barba” e dall’altra i “Supermarket Muslim”, di norma glabri, che “tengono in maggior conto i messaggi del Time o della Cnn che non i versetti del Corano, la Sunna o le parole di qualsiasi Imam”.

LA BARBA DI OSAMA
osama.jpgIl barbone sfoggiato da Osama Bin Laden è tra i più famosi del mondo, forse più di quello di Karl Marx e poco meno di quello di Babbo Natale. A questa augusta barba il poeta americano Kim Frank ha dedicato un sonetto, in cui si legge tra l’altro :
Osama’s beard has grown through - the dark hole of world government and humanity.
(La barba di Osama è cresciuta attraverso / il buco nero del governo del mondo e dell’umanità).
Così, dopo l’11 settembre, Osama e la sua barba sono diventati un tutt’uno, nell’immaginario della superpotenza offesa.
A farne immediatamente le spese è stato l’incolpevole signor Balbir Singh Sodhi, cittadino di Phoenix in Arizona, di origine sikh (dunque induista e non musulmano) che secondo il costume della sua gente portava barbone e turbante. Abbastanza da incarnare l’immagine del principe del male e prendersi al posto suo cinque proiettili sparati da un sedicente “vendicatore”.
Anche la Pravda, il quotidiano moscovita, si è interessata alla barba di Osama. Intervistando un personaggio di indiscutibile competenza: il signor Nazirullah, di professione barbiere, come suo padre e suo nonno, in quel di Peshawar, Pakistan.
Nazirullah sostiene che nella sua cultura, la barba la dice lunga sulla personalità di chi la porta. Così il bosco sul mento qualificherebbe Osama come “un leader e un combattente, che non ha bisogno di comfort e lusso. Che può vivere a lungo in condizioni estreme, senza problemi”. Osama “non si preoccupa della sua barba, come invece farebbe un giovanotto. La lascia crescere robusta e folta. In più è brizzolata, il che gli dona un aria particolarmente saggia”. All’acuta analisi del barbiere di Peshawar non sfugge nemmeno il mullah Omar, senza farsi scoraggiare del fatto che nessuno l’ha mai più visto dopo la caduta di Kabul: “La fa crescere anche al di sopra del naso. Normalmente, i religiosi la tagliano al di sotto del naso”. Purtroppo per l’occidente, la Pravda non ha insistito per conoscere quali fossero le fonti d’informazione del barbiere Nazirullah, che pare ancora più edotto della Cia sull’attuale aspetto della primula rossa talebana.


Pubblicato Giugno 30, 2003 08:26 AM

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