Come previsto, la Sicilia è divenuta la principale porta europea dell’immigrazione clandestina proveniente dall’Africa e da altri paesi del sud del mondo.
Paradossalmente, una regione ad economia sottosviluppata e a forte tradizione migratoria (ancora attiva) e con un tasso elevatissimo di disoccupati è costretta a fronteggiare un fenomeno epocale, a dimensione globale, che è illusorio pensare di fermare con misure d'ordine pubblico o con le cannonate proposte da Bossi, che non è un marziano, ma ministro dell’attuale governo di centro-destra che ha raccolto in Sicilia il massimo possibile di consenso elettorale.
I dirigenti dell’UDC, che hanno “votato” la Sicilia alla Madonna della Lacrime, dovrebbero spiegare ai loro stessi elettori cattolici come possono continuare a governare insieme al capo della Lega nord il quale invoca le cannonate contro i disperati e accusa i vescovi italiani e la “Caritas” di praticare l’ostruzionismo contro l’inefficace legge Bossi-Fini.
Se per l’UDC, l’agitazione leghista è motivo di un qualche imbarazzo, per Forza Italia sembra essere un’opportunità da cogliere al volo, per far svolgere ai ministri leghisti il lavoro più sporco di questo governo.
Chi meglio di un leghista, accecato dall’egoismo e dalla xenofobia, può adempiere tale compito?
Ecco, allora, l’ing. Castelli impegnato a “spezzare le reni” alla magistratura che non intende mollare i processi contro Berlusconi e soci, l’on. Maroni affannato a demolire parti importanti della legislazione sociale (art. 18, pensioni, ecc), e, infine, l’on. Bossi che vorrebbe respingere (a parole) gli immigrati, ovvero quella massa di forza-lavoro supersfruttata che fa marciare le aziende dei piccoli e medi imprenditori leghisti e non del Veneto e della Lombardia.
L’idea è davvero perfida: per autoassolversi, al Cavaliere basterà scaricare, al momento opportuno, i ministri leghisti e il gioco è fatto.
Mentre a Roma si svolge il teatrino della non politica del centro destra, la Sicilia assiste, impotente, all’evolversi tumultuoso (e luttuoso) di un dramma umano e sociale senza confini, destinato a crescere negli anni a venire.
Oltre i sentimenti, la questione centrale è il che fare; quali azioni intraprendere (e non solo a carattere umanitario) prima che la situazione sfugga di mano.
Certo, la questione è complessa e di difficile soluzione, anche perché si è lasciata incancrenire da oltre un quarto di secolo. Già nel 1980 lanciammo da Palermo (nel corso di una conferenza nazionale su “Immigrazione araba in Sicilia e in Italia”, i cui atti furono pubblicati dal ministero dell’Interno) l’allarme per le conseguenze che gli incipienti flussi clandestini stavano determinando ed al contempo proponemmo misure idonee, politiche e sociali, per legittimare e integrare le nuove presenze, sulla base di specifici accordi bilaterali di emigrazione fra l’Italia e i vari Paesi di provenienza.
A questo fine, venne presentata alla Camera una proposta di legge (n. 2990, VIII legislatura) con la quale si individuava negli accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale lo strumento per combattere il tristo e lucroso mercimonio della tratta clandestina e il fenomeno dell’evasione contributiva e del lavoro nero.
Oggi la situazione si è aggravata e, per quando riguarda gli ingressi, è concentrata praticamente sulla sola Sicilia.
Nessuno infatti capisce perché, rispetto all’ampio e lungo bacino del Mediterraneo, i flussi vengano orientati, quasi interamente, sulle isole Pelagie e in genere sulle coste della Sicilia sud-orientale.
Perché non attraverso lo Stretto di Gibilterra (largo appena 34 km) o le vie dei Balcani molto più agevoli per qualsiasi commercio clandestino?
E’ probabile che la destinazione siciliana sia dettata o imposta da una logistica predisposta da gruppi criminali che gestiscono la vergognosa tratta, magari col beneplacito di chi dovrebbe vigilare.
In attesa che queste ed altre eventuali responsabilità siano perseguite, se non si vuole continuare ad assistere a queste orribili ecatombe marine, appare urgente una forte ripresa dell’iniziativa politica e diplomatica, prendendo atto del fallimento della tanto strombazzata legge Fini-Bossi.
Oggi, alla vigilia del semestre italiano della presidenza UE e nel vivo della ripresa virulenta dei flussi clandestini, si dovrebbe rilanciare con forza l’ipotesi di un grande progetto di cooperazione sulle migrazioni, nel quadro del partenariato Euromed e partendo da una “conferenza intergovernativa euro-araba-africana”, da tenere in Sicilia, magari nella piccola isola di Lampedusa, divenuta simbolo di questo dramma universale. Il Mediterraneo non può essere una zona di libero scambio soltanto per le merci e per i capitali, ma dovrà essere luogo privilegiato di libera circolazione anche degli uomini.


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