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SF dei primordi: LA PRINCIPESSA DELLE ROSE

di Riccardo Valla

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MOTTA Luigi Principessa delle Rose La Treves, Milano 1911 (2 migliaio 1912) in-8, 42 ill. Gennaro Amato, pp. 327.
Romanzo scritto nel 1908 sulla scia dei romanzi sulla guerra futura e sulla necessità di un riarmo europeo. Ambientato nel secolo xxi, dopo un lungo periodo in cui le nazioni europee, comprendenti anche la Turchia e la Russia, sono in pace tra loro e studiano nuove applicazione dell’elettricità (vista dall’autore come un fluido che si può raccogliere e accumulare, permette di coltivare i campi senza bisogno di manodopera e di realizzare comunicazioni a lunga distanza “sulla scia delle scoperte di Tesla”). In ritardo è però il volo (vedi cit.) Il romanzo inizia con le sommosse contro gli europei che si sono accese in vari stati orientali per cause razziali e nazionalistiche e che sono organizzate da un’organizzazione segreta: gli europei non hanno voluto prevederle, nonostante “l’avvertimento costituito dalla rivolta dei Boxer del secolo prima”. La più grave è quella di Teheran, dove dopo l’assassino dello shah governa in nome della moglie (la principessa persiana Nadjna) un reggente europeo, lo scienziato Flavio di San Giusto.

San Giusto prevede la guerra tra le razze e ha realizzato alcune armi che serviranno all’Occidente per difendersi dalla superiorità nemica:
”Egli aveva fatte molte scoperte che il mondo già conosceva, e altre ne aveva in questi ultimi mesi compiute, se non che bramava di condurre a termine il ciclo che si era proposto, prima di rivelare quei nuovi portentosi prodotti del suo ingegno, che sognava avrebbero dato, in ogni tempo, una tale forza all'Occidente da poter sostenere impavido, qualsiasi minaccia gli fosse eventualmente venuta dall'Oriente.
”Le torpedini aeree che Maxim aveva studiato nel secolo ventesimo, il raggio ultra-rosso capace di abbruciare l'ossigeno dell'aria, le macchine capaci di sprigionare la scintilla elettrica, o per meglio dire, il fulmine artificiale, e per ultimo il miraggio artificiale, erano state cose fino allora ignorate dal mondo, ma da lui studiate e condotte finalmente ad una facile concretazione.
”Sopra tutte, però, dominava un'invenzione sbalorditiva che avrebbe portato nel mondo uno sconvolgimento universale: la macchina aerea, condotta a quel punto di perfezione a cui fino allora non era ancora giunta; rapida, leggera e robusta, perfettamente equilibrata, capace di sostenere la violenza d'un uragano, e sì facile a maneggiarsi, da costituire la manovra di essa una cosa d'elementare importanza.
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”A quell'epoca, già molto evoluta, la navigazione aerea non si era ancora affermata vittoriosamente nel mondo.
”Essa aveva avuto sino allora un'applicazione sportiva ed ogni perfezione non era venuta che ad apportare maggiore velocità, maggiore forza d'elevazione, ma non già quella sicurezza e quella stabilità necessaria a un ordigno conquistatore degli spazii infiniti.
”Gli uomini non si erano dati pensiero che della eleganza, della esiguità delle forme, della rapidità dell'apparecchio, non avevano ideato che sfide di corsa e circuiti, ma non si erano mai soffermati a fare degli aeroplani delle macchine solide, capaci di lottare nell'aria come le navi in alto mare, dei mezzi di trasporto sicuri e capaci, come veramente necessitava al mondo.
”A questo scopo avevano eletto i dirigibili, moli mastodontiche e informi, che presentavano pericoli d'ogni sorta, e che in caso di una guerra aerea avrebbero indubbiamente provocato disastri immani.”

San Giusto ignora che il capo della rivolta è il suo aiutante Narita. Questi lo uccide e si impadronisce di una parte delle sue scoperte; è però interrotto dall’arrivo dell’ambasciatore francese, Roland di Saint-Jauffré, che recupera una parte delle carte di San Giusto e - mentre il palazzo crolla - salva la figlia di San Giusto: Velleda, la “Principessa delle Rose”. Sedici anni più tardi, Narita ha ripreso la sua vera identità di Rehin-Tsang ed è riuscito ad allontanare gli europei dall’India e dal resto dell’Asia e a costituire una confederazione nemica dell’Occidente. Con i piani rubati a San Giusto ha allestito una flotta di nuovi aerei e si prepara ad attaccare l’Europa. Per rafforzare la sua posizione ha però ancora bisogno dei piani in mano a Saint-Jauffré e di Velleda, che gli orientali considerano la loro regina e che ritengono prigioniera degli europei. Incaricato di recuperare a Parigi lei e piani è il fratello di Rehim, Robert, il quale è però contrario alla guerra. Non riesce a trovare i piani ma rapisce Velleda e la porta nel quartier generale di Rehim, l’Isola dei Ciclopi; poi, quando si accorge che il fratello lo considera un possibile concorrente vuole ucciderlo, si impadronisce di un aereo e raggiunge Saint-Jauffré per trovare con lui il modo di fermare la guerra.
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Al pericolo della guerra si intanto aggiunto anche quello della presenza di una meteora rovente che si avvicina alla terra e che causa tempeste e alluvioni. Mentre Robert e Saint-Jauffré fanno piani di guerra, le flotte però si stanno già scontrando al di sopra di Costantinopoli, città pienamente europea, e i nuovi aerei degli orientali distruggono i lenti dirigibili occidentali e in breve si impadroniscono delle principali città europee, da cui la gente fugge terrorizzata. Robert suggerisce a Saint-Jauffré di recarsi all’Isola dei Ciclopi, ora pressoché indifesa, per salvare Velleda e per cercare i piani a suo tempo rubati. Così fanno e riescono a realizare le due invenzioni invano cercate da Rehim: il fulmine elettrico e il “miraggio”, che con un gioco di riflessi permette a una nave di non farsi scoprire dal nemico. Saint-Jauffré affida i piani ad alcuni soldati incaricati di portarli in America, che non è ancora stata attaccata a causa degli uragani che rendono invalicabili gli oceani. In breve tempo, l’America costruisce una grande flotta aerea e si porta sulla Francia per combattere contro la forza aerea orientale, ma dopo avere ingaggiato battaglia gli aerei delle due parti perdono improvvisamente tutta la loro energia e precipitano a terra. È stata la meteora, che, avvicinatasi alla terra, ha assorbito tutto il fluido elettrico in essa contenuto. Priva di elettricità, l’umanità, decimata dalle guerre e fagli uragani, riprende lentamente a costruire una civiltà non più basata sull’energia elettrica. Tra i pochi che si sono salvati dalla caduta degli aerei sono Velleda, Robert e Saint-Jauffré; Rehim, gravemente ferito, muore dopo essersi rifiutato di ammettere davanti al fratello che la sua politica di aggressione era una follia.
Nelle traduzioni (Inghilterra 1919) è presentato come un romanzo che seppe prevedere la guerra mondiale (cfr la prefazione; nella ed. it. del 1930). Tuttavia non è una guerra tra potenze europee, ma tra due coalizioni, una occidentale e una orientale. La teoria scientifica secondo cui l’elettricità è una sorta di liquido si incontra nella letteratura dell’epoca (cfr l’avventura del “teschio di Montezuma”, nei fascicoli di Buffalo Bill), ma l’autore non approfondisce la descrizione dei suoi usi; da qualche accenno sembrerebbe che il suo impiego in agricoltura si riduca semplicemente a “versarla” nei campi; forse come nelle applicazioni di basse correnti elettriche nella elettroterapia.
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Tra i pochi particolari che compaiono c’è la precisazione che i dirigibili usano come gas più leggero dell’aria l’idrogeno. Incerta la descrizione degli aeroplani, la cui struttura sembra a ponti sovrapposti come nelle navi. Un interessante particolare riguarda il metallo impiegato (parte 2, cap. 13):
“Frattanto, con la stessa rapidità con cui nei secoli passati i popoli d'America avevano costruito le loro grandi città, le repubbliche confederate seppero costruire una flotta prodigiosa forte e veloce, armata di strani apparecchi di difesa, atta ad attraversare rapidamente le più grandi distanze. Il metallo di sughero, assai più leggiero dell'alluminio, composto di una miscela di magnesio, con piccole quantità di ferro e di alluminio e reso neutro, con un bagno chimico speciale, all'azione del calore, servì alla costruzione.”
I ripetuti riferimenti del romanzo alla debolezza militare degli stati europei lo inseriscono sia tra i primi romanzi sul “pericolo giallo” sia tra la propaganda militarista dell’epoca, dall’inglese La battaglia di Dorking ai suoi emuli italiani come il Racconto di un guardiano di spiaggia.
Le motivazioni dell’odio contro gli europei non sono approfondite: vi hanno parte sia il fanatismo religioso - con una improbabile “unione tra islamici, induisti e confuciani” – sia il nazionalismo e desiderio di appropriarsi delle ricchezze dell’Europa, come nelle pagine in cui le città europee vengono messe a sacco. Curioso l’atteggiamento filo-inglese dell’A., il quale giudica una grave perdita dell’India l’avere “cacciato via” gli inglesi che vi avevano portato la civiltà.

Pubblicato Giugno 16, 2003 02:00 AM

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