di Luigi Bernardi

Esco dal cinema con delle immagini di America in testa, con l’idea che gli americani sono brutte persone. Non ultimo per l’aspetto fisico. Non c’era un americano bello, nel film che ho visto, i bambini poi erano davvero orrendi.
Ho anche un’altra convinzione, quando esco dal cinema. Penso che le opere di fantasia girano su se stesse, che solo le storie vere sono capaci di restituire un po’ di quello che ci sta intorno, basta svaporarle del sovrappiù, ridurle alla trama di gesto, parola.
Esco dal cinema, penso e cammino nella notte di Halloween. È diventata una cosa seria, la notte di Halloween. Da ragazzo, quando leggevo i fumetti dei Peanuts, neanche si sapeva cosa fosse. Si indovinava solo che assomigliasse alla nostra befana.
I ragazzi di adesso pare non ne possano farne a meno, della notte di Halloween. Si disegnano la faccia, reggono delle zucche, le femmine portano strani cappelli, qualcuna si tira dietro una scopa. In neanche centro metri mi ritrovo in mano una decina di volantini che mi invitano a festeggiare in questo o quel locale.
Mi viene in mente un’immagine del mio album di bambino. Ero nel sottopassaggio di via Ugo Bassi. Stavo incappottato di fianco a una befana con il fazzoletto in testa, la scopa in mano. Sorridevamo entrambi. A guardare bene la foto, si capisce che la befana era un uomo travestito. Allora non me n’ero accorto, mi aveva regalato del torrone, solo questo contava.
Sono arrivato in via Ugo Bassi, vicino alla scala del sottopassaggio. C’è la mia befana di allora che arranca su per i gradini, va incontro a due ragazze che stanno passando.
Una è piccola, tutta vestita di nero, la minigonna le scopre delle cosce appetitose, velate anch’esse dal nero delle calze. In testa ha un cappello a punta, da strega. È nuovo, comprato per la festa. Dopo che la mia befana gliel’ha sfilato, calpestato con i suoi scarponcini vecchi, è lacero, ha perso di forma.
Anche l’altra ragazza è vestita di nero, alta, le gambe coperte dai pantaloni. È lungo anche il manico della scopa che si trascina dietro. La mia befana glielo sbatte in testa, mi pare forte. La ragazza è caduta, la mia befana colpisce anche l’altra, ruzzola anche lei, libera un’altra porzione di cosce appetitose.
La scopa dalla parte del manico ora la tiene la mia befana. Spazza la faccia a entrambe le ragazze, loro strillano, piangono. Le lacrime sciolgono il trucco, la saggina ne disegna uno nuovo, a me che guardo di lontano sembra più convincente. Arriva l’autobus. Io vado a casa, la mia befana e le due ragazze non so.
da Zero in condotta


"Il lavoro estraniato, strappando all'uomo l'oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie, e muta il suo primato nel fatto che la natura gli viene sottratta".
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