
Come potete constatare dall'articolo sotto questo, oggi Carmilla si dedica amorevolmente a Luigi Bernardi, archivio vivente e sguardo panottico dell'intera tradizione noir europea, oltre che scrittore in proprio della storia criminale da cui traiamo l'estratto che segue. Vittima facile (editrice Zona, 11 euro) è un noir tesissimo, algido e coinvolgente, che trascina in Italia la potenza del noir zen di Jean-Patrick Manchette. La storia del rapimento della figlia di un ricco produttore di liquori da parte di Vincenzino e della sua banda, giovanissimi in cerca del colpo della vita e dell'inserimento nella grande criminalità organizzata, restituisce l'immagine di un meridione e un'Italia egualmente devastati. Per una recensione approfondita al libro di Bernardi, basta cliccare qui. Prima di tutto, però, leggetevi quest'estratto e godetevelo fino in fondo. [g.g.]
da VITTIMA FACILE
di Luigi Bernardi
Tutte le volte che ripensa a quei giorni, a Vincenzino viene in mente l’istante preciso in cui ha cominciato a immaginare il rapimento di Francesca.
Ricorda molto bene il groviglio di pensieri che gli affannavano il respiro durante le lunghe giornate trascorse a rigirarsi sul letto e urlare maledizioni contro quelli dell’organizzazione. Quei fetenti che non si accorgevano, oppure fingevano di non accorgersi, della sua esistenza e delle sue grandi capacità criminali.
Di Francesca aveva sentito parlare in uno dei bar che frequentava, per bere birra e dare un’occhiata ai giornali alla ricerca di idee per i futuri colpi. Lei era passata davanti alla vetrina, sul marciapiede, camminava leggera con una minigonna che aveva strappato fischi di ammirazione a più di uno dei presenti. Qualcun altro aveva detto di lasciare perdere perché quella era la figlia di uno degli uomini più ricchi della città, uno da cui era sano stare alla larga. Senza ascoltare altro, Vincenzino aveva abbandonato a metà il boccale di birra e si era fiondato in strada. L’aveva vista che era ormai un centinaio di metri più avanti, aveva allungato il passo fino a portarsi alle sue spalle, tanto vicino che ne sentiva il profumo.
Da quel momento non l’aveva lasciata più. Si metteva in un punto dove poteva controllare il cancello di casa, aspettava che uscisse, la pedinava fino al rientro. A volte restava giorni interi in attesa che lei si facesse vedere, inutilmente. Nonostante avesse almeno un paio di amiche e un ragazzo con il quale si incontrava di tanto in tanto, Francesca si muoveva spesso da sola. Vincenzino aveva pensato a lungo a quel particolare, un’idea aveva cominciato a germogliargli in testa. Dopo un paio di settimane, il progetto di rapirla aveva cominciato a rigargli i pensieri. Si era studiato innumerevoli possibilità, decine di varianti, eventuali contromosse, sembravano funzionare tutte. Ne aveva parlato con Pino e Nicola. Sulle prime i due parevano perplessi, ma era stato solo per farsi desiderare. Quando si erano finalmente decisi ad accettare, avevano gli occhi che brillavano, come se si sentissero già in tasca i soldi del riscatto. A Chiara lo aveva comunicato ancora più tardi. Il piano era già entrato in fase esecutiva e il parere della ragazza non contava niente. Lei lo aveva guardato sorpresa, aveva fatto un largo sorriso, caricato un denso sospiro. Dopo, aveva blaterato qualcosa a proposito del fatto che quella sì che era una storia eccitante. Nello stesso istante, lo aveva abbracciato, stretto più forte di quanto avesse mai fatto. Lui si era limitato ad appoggiarle un braccio sulla spalla, con la mano molle, senza energia, neanche per scostarsela di dosso.
Ai suoi tre complici, Vincenzino aveva taciuto che il rapimento di Francesca non era un fine, era il mezzo perché si compisse finalmente il suo destino, quello di entrare a far parte dell’organizzazione criminale che controllava la città. Nelle sue intenzioni, il rapimento di Francesca avrebbe richiamato l’interesse dei reclutatori dell’organizzazione. Lo avrebbero cercato, trovato, arruolato.
Vincenzino sapeva che in quella città non avrebbe potuto continuare a fare il suo gioco per molto tempo ancora. Non c’era spazio per l’iniziativa privata, o l’organizzazione lo chiamava fra i suoi ranghi, o l’avrebbe fatto sparire, togliendolo di mezzo come se non fosse mai esistito. Sulle prime, gli era sembrata una cosa facile farsi notare ed essere reclutato, invece quelli parevano incontentabili. Non erano bastati i furti, le rapine alle banche e agli uffici postali, non erano bastati anni di piccole ruberie senza mai farsi prendere. Gli sembrava di essere invisibile, un fantasma dispettoso della cui esistenza si accorgevano soltanto le vittime dei suoi capricci. Per questo aveva deciso di puntare in alto, molto più in alto. Ci avrebbe pensato lui a conquistare una volta per tutte il rispetto dell’organizzazione, ci sarebbe riuscito con un fendente del quale non avrebbero potuto non accorgersi, perché ne avrebbe parlato tutta la città.
Vincenzino apre l’ennesima lattina di birra, si spazza il sudore dalla fronte, guarda l’orologio. È trascorso abbastanza tempo, è venuta l’ora di chiedere il riscatto alla famiglia della rapita. Si alza, va verso l’apparecchio, tira su la cornetta, compone il numero, si mette a contare gli squilli. Riattacca di botto, tiene a lungo le mani premute sul telefono, come per neutralizzarlo. Si dà più volte dello stronzo, anche se si è accorto in tempo della sciocchezza che stava per fare.


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