di Valerio Evangelisti


Eccoci all’epilogo. E’ con un po’ di tristezza che mi congedo da Magdi Allam e dalle sue colorite fantasie, capaci di conferire alla guerra all’Iraq la stessa aura onirica e folle di cui Fellini sapeva rivestire, al cinema, la Rimini natale o la Roma antica. Abbiamo vissuto grazie ad Allam, sulle pagine de La Repubblica, un episodio bellico che poco aveva a che fare con quello autentico, ma molto più appassionante per intrighi e retroscena di fantasia, con Saddam Hussein assurto alle dimensioni di un Mangiafuoco dalle risorse infernali e dalla bocca smisurata (di qui il mio riferimento a Pinocchio; non certo inteso, come qualcuno ha maliziosamente arzigogolato, a dare a Magdi Allam del bugiardo matricolato o del vu cumprà della disinformazione a sfondo scandalistico).
Naturalmente, nel tessere le lodi di questo artista, ho dovuto semplificare. Ho quindi risparmiato al lettore molte vicissitudini dei sosia di Saddam Hussein, prima identificati come tali e, a distanza di pochi giorni, negati a favore del Saddam autentico (per esempio, in due articoli dedicati all’ultimo “bagno di folla” del dittatore); certe rivelazioni un po’ contraddittorie, ma tutte egualmente sicure, sul suo nascondiglio (individuato in tv da Magdi Allam in certe gallerie sotto Baghdad, e il giorno seguente, sul suo giornale, nella natia Tikrit, dove il tiranno sarebbe tornato spinto dalla nostalgia; salvo poi scoprire dalle cronache che non si trovava in nessuno dei due luoghi); alcune considerazioni di grande acume sulla calda accoglienza fatta dal clero sciita agli anglo-americani, purtroppo smentite dalla banalità dei fatti; la giusta individuazione, nella comparsa di alcuni esuli iracheni in divise di fantasia, del fattore che avrebbe mutato le sorti del conflitto. Nessuno osi dire che Magdi Allam avanzava ipotesi infondate e vagamente deliranti. E’ solo che gli eventi non si sono poi conformati alle sue costruzioni liriche. Spesso l’artista e il mondo seguono due verità diverse, senza che si possa dire che quella poetica abbia minore autenticità. Il suo radicamento nella psiche dell’autore è concreto e non può essere messo in discussione.
Prima di abbandonare Magdi Allam al suo destino, senza dubbio glorioso (O tempora! O mores! dicevano gli antichi), mi soffermerò su due ultimi dettagli delle cronache di guerra del nostro, nella speranza che altri capiscano il metodo e ne facciano tesoro. Il primo riguarda un rovello che ha assillato molti commentatori, nei primi giorni del conflitto. Perché mai le autorità irachene avevano fatto riempire di petrolio certe canalizzazioni attorno a Baghdad e dato loro fuoco, sollevando cortine di fumo nero e puzzolente? L’espediente, che ricordava molto il Michele Strogoff di Jules Verne, appariva obsoleto e di un’ingenuità disarmante. Come avrebbero potuto nuvoloni scuri e fetidi bloccare i missili o accecare la moderna strumentazione dei bombardieri?

Qualcuno, è vero, avanzò l’ipotesi che gli iracheni temessero, ai fini della presa della città, l’impiego più degli elicotteri che degli aerei; nel qual caso la cortina di fumo oleoso sarebbe in effetti servita. Ma ciò non poteva soddisfare l’esuberanza immaginifica di Magdi Allam che, forte delle sue fonti esclusive, il 30 marzo strappa a una di queste (un anonimo funzionario del ministero dell’informazione del Kuwait) una spiegazione molto più convincente:
“[Saddam Hussein] ha deciso di usare la sua gente come scudi umani per proteggersi dall’attacco americano. Ha fatto circondare Baghdad con una trincea colma di petrolio in fiamme e una recinzione di filo spinato elettrificato. Gli osservatori stranieri pensano che l’abbia fatto per impedire agli americani di entrare. La verità è che Saddam vuole impedire ai sei milioni di abitanti di uscire.”
La chiave interpretativa è tanto plausibile che già il giorno dopo, 31 marzo, Allam la fa direttamente propria, senza più chiamare in causa fantomatici funzionari. In un articolo allarmante in cui postula l’avvenuta fusione tra i comandi di Al Quaeda e dell’esercito iracheno, sotto una “leadership a due teste” formata da Bin Laden e Saddam Hussein (poco importa che l’unico gruppo vincolato ad Al Quaeda sia poi stato scovato nella clandestinità garantita dalla no flight zone anglo-americana, e che alcuni detenuti liberati dalle carceri irachene abbiano più tardi detto di essere stati arrestati perché accusati di connivenza con Bin Laden), Allam enuncia e rafforza le perfide finalità di Saddam:
“Ha cinto d’assedio sei milioni di abitanti di Baghdad, creando una trincea piena di petrolio che brucia e un reticolato di filo spinato elettrificato. La popolazione sarà lo scudo umano dietro il quale si proteggerà dall’attacco dell’esercito americano.”
Qui, suppongo, alcuni spettatori della tv saranno rimasti perplessi. Erano se non quotidiane, quanto meno molto frequenti, le immagini di auto che entravano e uscivano da Baghdad, indifferenti alla fumana nera. Che si trattasse di uomini di regime, in possesso di speciali lasciapassare? Ehm, no. Infatti il 7 aprile i media del mondo intero annunciano che da quel giorno, dopo la prima incursione americana, il governo iracheno ha imposto il coprifuoco: non si può lasciare Baghdad dopo le 18 del pomeriggio. Fino a quell’ora gli “scudi umani” possono transitare in entrata e in uscita.
A quel punto uno pensa che Magdi Allam, o l’anonimo funzionario che lo ispira, abbiano raccontato balle colossali e un tantino imbecilli. Ma no, ma no. In realtà Allam è sempre alla ricerca di quella che definirei una “verità psicologica”. Non è vero che Saddam Hussein abbia dato fuoco al petrolio per trattenere a forza i cittadini di Baghdad, che altrimenti sarebbero scappati tutti, però avrebbe potuto ben farlo. E magari non è vero (la mia è una pura ipotesi) che abbia ucciso un uomo a dieci anni di età, come si legge nella biografia del tiranno a firma Allam (in cui, se si fa caso alle date, l’infanzia del futuro dittatore si prolunga all’inverosimile), ma certo, alla luce del poi, ne sarebbe stato ben capace. Capito il concetto?
Ecco ciò che pone Magdi Allam sempre un po’ più avanti rispetto a ogni altro commentatore della guerra irachena, incluso quello che più gli somiglia, Carlo Panella. Allam, unico tra tutti, trae i suoi dati da un piano differente del reale, dominato dalla sfera inconscia. Da questa dimensione segreta, cui in passato attinsero grandi nomi, da Paracelso a Giuseppe Balsamo, nasce l’estrema sicurezza con cui spara dati a ritmo incalzante, vanificando con foga degna di un profeta d’altri tempi ogni possibile obiezione.
Prendiamo La Repubblica del 30 marzo. L’articolo di Allam in seconda pagina si apre già con un assioma, rivelatore di segrete conoscenze: “Da loro Saddam si attende molto”. Di chi si parla? Dei corpi speciali del suo esercito. Subito dopo Allam li passa in rassegna. Uno di essi, in particolare, colpisce per stranezza chi si sia accostato alla storia irachena recente:
“La seconda unità è inserita nell’arma dell’Aeronautica. In entrambe queste unità gli aderenti vengono addestrati all’uso delle armi sofisticate, a paracadutarsi, a resistere alle condizioni ambientali estreme. Quando vanno in missione sanno che si tratta di operazioni suicide e che non torneranno indietro. Indossano la divisa mimetizzata tipica dei parà.”
Qui uno non può fare a meno di grattarsi il cranio. Cavolo: è risaputo che da oltre un decennio l’Iraq non possiede alcuna aviazione. Quella che aveva è rimasta parcheggiata in Iran, sotto buona custodia. E’ vero che alcuni giornalisti australiani avrebbero fotografato alcuni Mig 25, ma, a parte il fatto che la notizia non ha trovato conferma, si tratta di caccia, non idonei ai lanci col paracadute. Escluso per lo stesso motivo anche qualche vecchio elicottero, da dove si sarebbero lanciati i terribili paracadutisti di Saddam? Dall’orlo della vasca da bagno? O il mondo mente, o Magdi Allam conta balle.

Posto che la seconda ipotesi non è credibile, e che la prima rende dubitativi, la verità che si fa strada è una terza: quella della realtà psicologica. Chi ha mai detto che per essere paracadutisti e per appartenere all’aeronautica serva un aereo? Basta immaginarselo. Ed ecco allora che nella nostra fantasia si stagliano i parà di Saddam, i quali, a braccia larghe, imitando con la bocca il rombo di un aereo, corrono sui prati e saltellano di tanto in tanto, per mimare un lancio d’alta quota. Immagine che ha una sua bellezza quasi infantile, e dunque si radica in quell’angolo della nostra memoria di bambini (dunque ben reale, e forse più reale del reale) in cui gli aquiloni si intrecciano a un comico Paperino paracadutista.
E’ d’obbligo essere grati a Magdi Allam di questa ondata di teneri ricordi. E a La Repubblica che, invece di ossessionarci con fredde cronache di guerra, ne ha affidato la trasfigurazione alla penna di un autentico poeta.


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