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RACHID

di Valerio Evangelisti

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Io, Rachid, nato in Palestina e vissuto in Siria, giuro che mai e poi mai rinnegherò il santo nome di Allah. Sono venuto in Afghanistan come ero stato in Cecenia, per difendere l’Islam dai nuovi crociati che cercano di distruggerlo. Mi sono battuto con onore e mi sono arreso solo quando il nostro comandante mi ha detto di farlo. Gli americani potranno cercare di umiliarmi, ma io conserverò fino all’ultimo la mia dignità.
E’ inutile che adesso, col sacchetto ridicolo che mi hanno messo in testa e con le strisce di plastica che mi feriscono i polsi, tentino di piegare la mia volontà. Un soldato di Allah non si lascia spaventare dal buio, né dall’obbligo di tenere corpo e testa piegati in avanti, né dalle percosse. Resisterò, perché così comanda il Misericordioso. Resisterò anche sull’aereo che mi sta per portare nella terra di Satana.

Sono ormai due ore che siamo decollati. Fatico molto a respirare. Ma cosa conta la mia sofferenza? Brucia ancora nella mia mente il ricordo dei fratelli sepolti vivi, a… Laggiù, dietro il carcere.
Quanti erano? Cento? Duecento? Alcuni imploravano pietà, ma la maggior parte di loro erano dignitosi. Molti perdevano sangue dalle ferite, e sapevano che comunque non sarebbero sopravvissuti a lungo. I vecchi sembravano rassegnati, però erano pochi. L’età dei più era all’incirca la mia: vent’anni. Gridavano ancora le loro maledizioni, mentre i camion coprivano con la sabbia la fossa in cui erano distesi. A tanti erano state serrate le labbra con un cerotto, ma non a tutti. Chi non poteva pregare o gridare lo faceva con gli occhi. Non credo che i soldati americani capissero parole o sguardi. Osservavano indifferenti, e lasciavano fare ai loro servi afgani.
E’ in nome di quei martiri che io, Rachid, terrò duro.

In fondo, la ridicola tuta arancione che mi hanno fatto indossare prima di salire in aereo mi torna comoda. Mi ripara dal freddo. Mi dispiace solo di non vedere i miei fratelli in Allah, a causa del cappuccio. Ce n’è uno che urla, forse per una ferita. Alcuni piangono, tuttavia sono pochi. Io li comprendo, è per via dell’età. Sono poco più che bambini.
Stare curvi, stretti dalle cinghie e con le ginocchia che urtano la bocca, fa male. Ma cosa conta, dopo tutto quello che ha sopportato la nostra gente? Il mio fratellino è stato uno dei primi a essere uccisi durante l’Intifada, Aveva solo sette anni. Ecco, è a lui, a Mohammed, che dedico il mio sacrificio. A lui e ad Allah, che sia benedetto.
Nessuno degli americani parla la nostra lingua. Imprecano nella loro, fatta di sillabe rabbiose, Intuisco che vogliono che stiamo zitti. Forse è per via della voce rauca di un adolescente. Dice che ha bisogno di orinare. Chissà se gli americani lo capiscono. Magari la scambiano per una minaccia. Mi sembra di udire il rumore di uno schiaffo.
Il mio bisogno è opposto: vorrei bere. Da quante ore siamo in volo? Direi due o tre. Non ho idea di quanto disti la terra di Satana. Allah lo sa, ed è a Lui che mi affido.

Ora tutti abbiamo bisogno di orinare. E’ passato tantissimo tempo, e il freddo è penetrato sotto la tuta. Le proteste si fanno corali, ma vengono soffocate dai colpi. Gli americani si stanno innervosendo, si direbbe. Io so che è inutile pregarli: non hanno cuore. In Afghanistan, per colpire noi, hanno fatto un’ecatombe. Inutile, non hanno coscienza. Io non li supplicherò mai, nemmeno per pisciare. Che Allah li maledica.
Le contrazioni della vescica stanno diventando dolorose. A un tratto sento che l’orina mi cola tra le gambe. Stringo ancora di più le ginocchia, per non darlo a vedere. Ciò che non mi aspettavo era di cominciare a defecare. La diarrea mi cola da dietro e mi immerge nel bagnato. Ciò che accade a me forse sta succedendo a molti, perché il fetore è orrendo. Mi vergogno tantissimo.
Gli americani imprecano e picchiano. Anch’io ricevo un colpo dietro la nuca, violentissimo. Ma il dolore conta poco: è la vergogna che mi ferisce.

Tutto mi aspettavo salvo l’improvvisa puntura sul braccio. Non ho dubbi, è una siringa. Ma cosa vogliono farmi? Tento di tenermi fermo, perché l’infermiere, se è un infermiere, fa tremare l’ago. Sento, in tanto freddo, il calore lieve di un rivolo di sangue che mi corre fino all’avambraccio, e poi si dirama tra le dita.
Attorno, i più hanno smesso di urlare. Si odono invece colpi di tosse e conati di vomito. In mezzo ai piedi avverto lo scorrere di liquami, certo l’orina e le feci dei miei fratelli. Anche il mio sedile è tutto inzuppato. Iniziata la diarrea, non sono più riuscito a controllarla. Esce ogni tanto, a piccoli fiotti. Il dolore allo stomaco è così forte che non lo avverto nemmeno più.
Un sibilo sottile riesce a sovrastare i rumori gorgoglianti che riempiono l’abitacolo. Sembra uno spray. D’improvviso capisco: ci stanno deodorando, oppure disinfettando.

La nausea è peggio della diarrea e del dolore; ormai persino della vergogna. Tento di trattenere i conati, ma poi il sacchetto che mi serra la testa mi si riempie di vomito. Adesso vorrei sollevarmi. Non ci riesco più. Non riesco a fare nulla, se non vomitare con la gola in fiamme.
Ho una percezione molto indistinta di ciò che mi circonda. I suoni mi giungono attutiti. Anche gli odori, ma è che il vomito mi ha ricoperto il naso. Per fortuna mi scivola lentamente lungo il collo, e libera piano il sacchetto.
Cerco di aggrapparmi alle immagini forti della mia vita, quelle che mi hanno dato la fede. Mio nonno che stenta a credere che gli israeliani abbiano potuto davvero sradicargli tutte le piante di ulivo. Mia madre che si dispera davanti alla nostra casa distrutta dai bulldozer, con me avvinghiato alle sue gonne. Il cadaverino di Mohammed portato a braccia dai vicini.
Evoco anche immagini di vendetta: le due torri della ricchezza abbattute a New York, e gli americani che fanno esperienza di ciò che noi subiamo ogni giorno. Ma c’è poco da fare. Sono visioni vacue, che si perdono nel nulla e non suscitano sentimenti. L’unica realtà che mi rimane è la nausea. Me la porto dietro nell’incoscienza in cui sto sprofondando.

Tante punture… credo. Non sono più lucido… Siamo arrivati, credo. Fa un caldo orribile.
Mi tolgono il sacchetto di testa per mettermi degli occhiali dalle lenti nere. Per un attimo vedo i miei fratelli. Tutti nudi come me (non sapevo di essere nudo). Tutti coperti di vomito ed escrementi. Rannicchiati su se stessi come scimmie.
Forse ci portano alla doccia…
Prima che mi mettano gli occhiali, vedo un uomo che mi sembra enorme. Con una siringa in mano.
Dopo… capisco… sempre meno.

Sono in ginocchio, in un cortile rovente. Adesso io sono lucido. Stanno per farmi un’altra puntura.

Eccomi sveglio, finalmente. Sto curvo in una gabbia. Di nuovo la diarrea. Le sbarre sono incandescenti, sotto il sole.

Io… sono… Rachid, nato in Palestina. Io sono… da una settimana mi impediscono di … dormire…

Rachid… Ho deciso di mozzarmi la lingua tra i denti e di soffocarmi da solo… Allah mi…

Punture… Punture e diarrea. Nella gabbia.

Rachid… dignità…

Rchd… dgn.


Pubblicato Aprile 11, 2003 03:00 AM

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