di Luigi Bernardi


È difficile pensare che verrà un giorno in cui bisognerà ricominciare tutto daccapo, piegandoci all’evidenza che non abbiamo capito un sacrosanto niente. Eppure i segnali sono forti, chiari, solo un cieco potrebbe non vederli. Un cieco o qualcuno abbagliato da altre luci, magari inseguite con pervicacia imbecille. Conviene allora schermarsi i contorni degli occhi, puntarli nella direzione giusta, e guardare. A Milano hanno ucciso un ragazzo, a Torino hanno preso una ragazza e le hanno inciso una svastica sulla mano, a Bologna si sono resi protagonisti di una pretestuosa caciara durante un consiglio di quartiere, in una storia che ha tutta l’aria di non essere finita. Tre episodi, di rilevanza diversa, ma che rendono perfettamente l’idea di quanto sia stato idiota pensare che il fascismo, una volta confuso il proprio nome sotto sigle diverse, si fosse esso stesso liquefatto nelle fogne che l’hanno generato.
Il fascismo è più che mai vivo, in Italia e nel resto del mondo, persino nella nostra città. Vivo e forse vincente, fino a che si continuerà a tenere gli occhi chiusi, le orecchie tappate. E fino a che durante i dibattiti televisivi si continuerà a regalare un «tu» confidenziale ai suoi rappresentanti sorridenti e mascherati.
Intanto il soldato Jessica ha risolto la propria vita, come in una fiaba dai colori vivaci e l’allegoria prepotente. Biondina un po’ slavata, come una Barbie venuta male, minuscola ma americana al punto di arruolarsi in un esercito che le guerre le fa per davvero, ferita e imprigionata (peraltro in un ospedale) è stata liberata con un’azione che pareva scritta da uno sceneggiatore esperto di Hollywood, e chissà che tutta una finzione non lo sia stata per davvero. A lei, al soldato Jessica, arriveranno adesso i miliardi di diritti cinematografici, televisi, editoriali. Farà il giro del mondo, tutti l’applaudiranno, le indirizzeranno dei gridolini estasiati, molti verseranno anche lacrime copiose.

Le stesse lacrime che hanno negato, negano e negheranno per tutte le vittime innocenti di una guerra a senso unico, a cominciare da quei bambini figli accidentali di coiti fra non aventi diritto all’amore e alla vita. Il tutto per il trionfo della più luminosa tradizione della democrazia americana, quella degli assassinii dei Kennedy, di Martin Luther King, di Malcom X, quella del bombardamento di Dresda e di Nagasaki, della strage di Wako e di Oklahoma City, degli undicimila omicidi all’anno, e solo per arma da fuoco. Quella dei due milioni di detenuti, delle milizie armate fino ai denti, del Prozac ai bambini, dell’antrace fatto in casa e distribuito in tempi più che sospetti. Quella di un presidente eletto con brogli messi a tacere in nome dei supremi interessi della nazione, quella delle lacrime di coccodrillo e i missili sempre pronti sulla rampa di lancio.
Sabato scorso Bologna è stata percorsa da una grande manifestazione, molto allegra, molto colorata. Un disco faceva sentire Gianni Morandi che cantava del suo ragazzo che come lui, giovani africani battevano i tamburi a un ritmo che le donne ballavano contente, altre donne incazzate alzavano il pugno e chiedevano conto a Guazzaloca del suo silenzio. Era una manifestazione contro la guerra, per la pace. Intanto, neanche lontano in termini terrestri, la guerra c’era per davvero, con i suoi morti, il suo fumo acre, i suoi impazzimenti. Mi sono chiesto come mai una manifestazione del genere non riuscisse a ricreare l’orrore, lo sdegno, la paura, la rabbia. Mi sono chiesto perché i palloncini dovessero per forza essere colorati, e non neri come certe macerie bruciate, certe vite annichilite. Mi sono chiesto perché per risultare accettabile alla coscienza di noi uomini postmoderni un corteo debba rimanere entro i confini un po’ beceri della gioia. La risposta forse me l’ha data uno che al baracchino di Rifondazione Comunista tirato su davanti a palazzo Re Enzo vendeva o regalava del vino. Era molto contento di proporre dal suo microfono un rosso che definiva «arma chimica», o biologica non ricordo, «effettivamente testata», o qualcosa del genere. Mi sono vergognato per lui, che con i termini di questa guerra riusciva persino a divertirsi.
Da Il Domani di Bologna


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