di Luigi Bernardi

C’è una strada, qui vicino a casa mia, che è cambiata parecchio. Era la tipica strada di una periferia fine anni cinquanta, inizio sessanta. Case basse, due, tre, al massimo quattro piani, molti mattoni in pietravista, cancelli, cortili, giardini. Una strada residenziale, pochi negozi, una volta si perdeva nella campagna, ora congiunge la via Emilia con viale Lincoln. Fino a qualche anno fa, per questa strada ci passavo spesso, ora mi capita di rado. L’ultima volta, ho fatto quasi fatica a riconoscerla.
Molte palazzine sono state restaurate, abbellite, modernizzate. I cancelli rinforzati, gli intonaci irrobustiti, i mattoni laccati, i giardini (quelli visibili da fuori) ripuliti, le aiuole costrette entro geometrie volute, i tetti punteggiati dalle antenne paraboliche, un avveniristico ascensore esterno che si muove in una gabbia di vetro. Ne sono state costruite anche di nuove, di case, poche ma di formidabile impatto visivo: grandi vetrate, scaloni, videocitofoni. Poi ci sono i colori, chiari, una così bianca che sembra una dimora coloniale, o anche la villa del proprietario di una piantagione di cotone, nel sud degli Stati Uniti. Invece siamo a Bologna. Perché una strada sia cambiata così tanto, non so dire. Forse perché i nostri concittadini sono abbastanza ricchi da poterselo permettere, forse perché la possibilità di dedurre dalle tasse consistenti quote di lavori edili ha permesso a molti di rifarsi la casa a un costo più contenuto di prima. Forse perché qualcuno ha cominciato e ha dato il via agli altri, in un curioso esempio di emulazione urbanistica.
Ci sono tornato in questi giorni, in quella strada. Camminavo, mi guardavo intorno e pensavo alla guerra, laggiù in Iraq. Pensavo che noi la guerra siamo abituati a considerarla una cosa lontana, geograficamente e mentalmente. Siamo convinti che la guerra sia sbagliata e la pace sia meglio, ma più per una forma di pensiero astratto che per un’esperienza sensoriale. Io, per esempio, appartengo a una generazione che la guerra non l’ha vissuta. In compenso ne ha sentito parlare parecchio. A casa della famiglia di mia madre si era insediato un drappello di tedeschi, quando arrivarono gli alleati polacchi li ammazzarono quasi tutti, sull’aia. La famiglia di mio padre era stata più fortunata, i tedeschi si erano fermati prima, però si viveva lo stesso con l’incubo di vederseli arrivare da un momento all’altro. Racconti sentiti decine di volte, forse centinaia. Racconti che hanno originato un sogno ricorrente nel quale i nazisti si erano creati una base sotterranea sotto la ferrovia, a cento metri da casa mia. Racconti mi fanno pensare male della guerra, tutto il male possibile, pur senza sentire il bisogno di dovermi dichiarare pacifista.
Adesso sono in questa strada, non da un’altra parte, non c’è la guerra qui. Sono in questa strada e mi sento al sicuro. Ma allora perché è come se vedessi i colori chiari delle palazzine adombrarsi di una pellicola scura? Perché è come se faticassi a respirare la polvere che tutto d’un colpo si è sollevata e mi ricopre di un velo tossico? Perché è come se sentissi sibilare quella sirena che ho imparato a conoscere dai servizi televisivi? Perché è come se incominciassi a vedere tutte queste palazzine cadere una dopo l’altra, in un rotolare di pietre dal rumore sinistro pari alle grida che si alzano come altrettanti richiami di disperazione? Perché neppure volendo potrei immaginare il silenzio, dopo?
Cinquant’anni fa, questa strada non esisteva, cinquant’anni fa gli aerei americani e inglesi bombardavano Bologna, proprio come fanno ora su Badgad. Seminavano le stesso terrore che spargono adesso. Nel centro storico i vetri degli appartamenti deflagravano, nelle campagne gli animali impazzivano, ovunque le persone li seguivano in una dimensione distorta di cui non avevano la misura. Allora come adesso. Gli iracheni vittime della loro guerra, come noi lo siamo stati della nostra. Domani, potrebbe toccare di nuovo a noi, e sotto le bombe potrebbe finire proprio questa strada, che ora sembra appartenere a un mondo di ricchezza e di serenità. Saperlo, o anche solo immaginarlo, aiuta a scegliere da che parte stare.
Da Il Domani di Bologna


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