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telese.jpg"Questa recensione a firma Valerio Marchi è apparsa su Carta n.10 (13 marzo 2006). Ora fa parte di un bello speciale dedicato dalla rivista a Valerio..." [WM1]

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di Valerio Evangelisti [Le edizioni Gwynplaine, dopo un'ottima antologia di scritti di Gramsci, hanno appena ripubblicato il saggio di Emilio...

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di G. Genna
officinaitalia2mini.gifDa mercoledì 14 a venerdì 16 maggio a Milano, la seconda edizione di Officina Italia, festival letterario a cura di Antonio Scurati e Alessandro Bertante. Reading di inediti di Parrella, Avallone, Luzzatto, Vassalli, Raimo, Domanin, Bajani, Zaccuri, Mari, Siti, Di Gregorio, Postorino, Giordano, Desiati, Pariani, Veronesi. Dibattito sul caso Littell, moderato da Cortellessa.

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PULSIONE DI MORTE

di Valerio Evangelisti
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“L’intera città di Tetelmünde ardeva; fiaccola grandiosa, accesa dal furore ancestrale degli ossessi nei quali improvvisamente rinasceva, reclamando i suoi diritti, il primo istinto dell’uomo: la distruzione.”

Prima o poi bisognerà riconoscere ne I Proscritti, di Ernst von Salomon (di recente riproposto da Baldini & Castoldi in una bella edizione economica, curata da Marco Revelli), uno dei capolavori della letteratura del ‘900. Ciò al di là della sostanza raccapricciante del romanzo (la trista epopea dei Freikorps tedeschi dopo la prima guerra mondiale e la loro marcia di morte, dalle terre del Baltico fino all’omicidio di Rathenau), del suo sorvolare sui peggiori crimini di parte propria (peraltro lasciati onestamente intuire) per sottolineare quelli altrui e del fatto che sia tuttora testo di culto di un’estrema destra ancor più raccapricciante. Cupissimo, ossessivo, potente, il libro rende bene la voluptas necandidi un’armata che non ha altro referente ideale che se stessa (con valori quali l’onore astratto e il cameratismo virile), e altro scopo che l’eccidio sistematico di chi la contrasti. Un’orda barbarica, dunque, protesa alla distruzione propria e altrui; ma anche un paradigma quasi archetipico applicabile a ogni guerra priva di vero movente.

Sembrerebbe tuttavia arduo riferire le crude riflessioni di von Salomon all’aggressione armata di George W. Bush contro l’Iraq. Là una forza sconfitta in preda a un ultimo soprassalto assassino; qua la maggiore potenza mondiale che assale un nemico infinitamente più debole. Là un concetto di onore che, nella sua futilità e nella sua astrattezza, assurge alla dignità paradossale di movente; qua un tale intreccio di interessi meschini, politici o alimentari, da rendere difficile per varietà di scelte individuarne il precipuo. Là il silenzio ostinato, di fronte alla mediocrità borghese, sulle proprie ragioni; qua un dispiego demenziale e grottesco di alibi, di brandelli d’ideali, di intenzioni nobili per conquistare o neutralizzare un’opinione pubblica riluttante e ostile. Da una parte eroi abietti; dall’altra parte uomini abietti (Bush, Aznar, Blair, Berlusconi) che si divincolano come marionette per fingersi eroi.
E tuttavia, malgrado le differenze, è da von Salomon che secondo me bisogna prendere le mosse per cogliere la natura intima del conflitto che abbiamo sotto gli occhi. L’elezione controversa di George W. Bush a presidente degli Stati Uniti è stata scambiata per una semplice alternanza tra due concezioni della politica: quella democratica e quella repubblicana. Niente affatto. Era una diversa concezione del mondo, e oserei dire della vita, quella che assurgeva al trono da cui si domina il pianeta. Certo non radicalmente diversa da quella di parte democratica (chi scambiò Clinton per una sorta di socialista chiuse ipocritamente gli occhi sulle esecuzioni capitali con cui si era fatto largo nei sondaggi), ma sicuramente espressa in forme meno filtrate e più brutali.
Il fulcro di tale weltanschauung è (o sembra essere, come si vedrà) l’ “interesse americano” quale valore assoluto, cioè fatto coincidere con l’interesse universale per via di una serie di principi di portata generale che conterrebbe: democrazia politica, libertà individuale, franchigia economica capace di arricchire il singolo e, per ricaduta, il paese, la massa e il mondo intero. Su tutto si può discutere tranne che su tale centralità dell’interesse nazionale statunitense, di cui si chiede a ogni altro paese il riconoscimento, anche se non necessariamente la riproduzione in loco dei suoi contenuti. L’importante è che il vassallo dia atto al feudatario della nobiltà del suo sistema; fatto questo, può poi adeguarsi o meno. Ha da temere solo se si ribella, perché in questo caso volta le spalle non tanto a un potere, quanto a un intero assieme di concezioni più etico che politico.
Fin qui il discorso è banale. Comincia a esserlo un po’meno se ripensiamo a von Salomon:

“Partimmo per difendere i confini e conquistammo una provincia. La Germania, questo era il nostro pensiero, doveva giungere lontano come la sua forza. Eravamo decisi a tenerci la provincia, a compiere il dovere che il sangue dei nostri caduti reclamava oscuramente da noi. Il Baltico, in quanto pericoloso per i vincitori, era una possibilità tedesca. L’avremmo sfruttata.”

L’espansione sulla carta geografica degli Stati Uniti ha dell’impressionante. Stati conquistati con la forza (un’intera porzione di Messico, per esempio), altri comperati in blocco, altri annessi a furia di lusinghe e corruzioni (Portorico), altri ancora obbligati a mantenere presidi militari sottratti alla loro sovranità (la base di Guantanamo, per dirne una; ma gli esempi di questo tipo sarebbero innumerevoli). Si direbbe che anche nell’idea di generazioni di leader americani, come in von Salomon, gli Stati Uniti dovessero giungere lontano come la loro forza. Per non dire dell’espansione interna, dovunque la concezione ufficiale del mondo incontrasse resistenza: nativi sterminati, minoranze etniche perseguitate fino a ricondurle al vassallaggio, sindacalisti uccisi, scioperi piegati dall’esercito, partiti decretati fuorilegge, epurazioni massicce o emarginazione di interi settori della cultura.
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Ciò è accaduto anche altrove, è vero, sotto le bandiere della democrazia (non parlo qui delle dittature, in cui l’illegalità è fondata dal diritto stesso). Ma in nessun paese come negli Stati Uniti la conquista della “frontiera interna” è stata accompagnata da un così sistematico ricorso all’omicidio. Dal linciaggio dei dirigenti sindacali alla triste sorte dell’attrice Jean Seberg, da Joe Hill a Sacco e Vanzetti ai Rosenberg ai vari attentati a uomini politici alla decimazione delle Pantere Nere, l’assassinio è stata una risorsa a cui i detentori di potere statunitensi si sono rivolti con sconcertante disinvoltura. E non parliamo di ciò che è accaduto sulla “frontiera esterna”, si trattasse di annetterla o di sottometterla. Quasi che l’etica di fondo che agiva da movente (se si può chiamare “etica” un complesso di pensiero che non contempla quale fine ultimo la preservazione della vita umana) giustificasse il dare la morte. E, in certa misura, era proprio così. E’ così anche oggi.
Quali le ragioni? Non va dimenticato che il paese fu fondato da fondamentalisti cristiani, usi a una lettura letterale della Bibbia, inclusi i libri che accordano a un “popolo eletto” il diritto di sterminio dei nemici. Tuttavia questa motivazione, che ha il suo peso, non è di per sé sufficiente. Una simile base di pensiero favorisce infatti la demonizzazione assoluta dell’avversario, aiuta a superare le remore alla sua eliminazione, dà all’avanzata su campi insanguinati il carattere solenne e quasi sacrale di una crociata.
Non fornisce, però, spiegazione adeguata al passaggio dalla dimensione collettiva a quella individuale. Un’ipotetica volontà di Dio può muovere le folle e incitarle alla violenza; non giustifica invece il radicamento della violenza nella quotidianità, visto che anche i passi biblici più feroci condannano l’aggressione individuale. Invece una caratteristica tutta americana è che l’aggressività, soprattutto in certe fasi storiche, si trasferisce dalla macrosfera alla microsfera, dal potere alla piccola comunità ai singoli, isolati o a gruppi. Una storia del linciaggio in Italia, in Francia, in Spagna o in Germania, fuori dei momenti di guerra aperta (magari civile), si ridurrebbe a uno smilzo volumetto. Negli Stati Uniti è stata abbastanza di recente oggetto di un’imponente mostra fotografica, dotata di un catalogo voluminoso.
C’è dunque dell’altro, a parte la Bibbia, la logica politica o la vocazione coloniale (peraltro nel Nord America debolissima, a paragone con quella dell’Europa). Vediamo se von Salomon riesce ancora a farci da guida:

“La mitragliatrice mi tremava tra le ginocchia come un animale. Gli estoni, sul ponte, capitombolavano, cadevano, schizzavano, sguazzavano nell’acqua. Gruppi aggrovigliati, compatti, si aprivano, si ricomponevano, erano incalzati alle spalle. Sì, dovevano passare, dovevano passare tutti. La mia mitragliatrice sputava fuoco e l’acqua bolliva nel manicotto. Sentivo quasi attraverso il fremito metallico dell’arma il fuoco affondarsi nei caldi corpi vivi degli uomini. Satanico impulso, ma non ero forse una sola cosa con l’arma? Non ero forse una macchina, freddo metallo?”

Nessun nesso apparente, si direbbe. Eppure il soldato che in forma individuale, fuso con la mitragliatrice, riscopre l’antica ebbrezza di uccidere, pare la rappresentazione stessa di un egoismo esasperato dove il rapporto vero è con la cosa, mentre il rapporto con l’altro è affidato a impulsi ferini. Ci ricorda Martin Edendi Jack London, quando l’omonimo protagonista paragona la vita a una corsa di cavalli in cui il più veloce vince. Ci ricorda Il lupo dei maridello stesso London, allorché il comandante Lupo Larsen, volendo spiegare Nietzsche, offre un condensato di ideologia americana, o quanto meno dell’ideologia dell’autore (che per anni fu creduto e si credette egli stesso, a torto, un socialista). Le citazioni si sprecherebbero, specie se ci spingessimo nei campi dell’immaginario moderno in cui la rappresentazione dell’agire umano è meno complessa di quanto sia in letteratura, e più aderente a un sentire comune. Il cinema americano, in particolar modo, rigurgita di eroi individualisti pronti a ergersi a giustizieri e a dare la morte. Anche quello giapponese, certo, anche quello di Hong Kong e persino certo cinema italiano. Ma, in molti casi, su tratta di derivazioni.
Mettiamo dunque al centro un’ideologia profondamente egoistica, quale può essere quella propria di chi, solo o con una piccola tribù familiare, metta piede in un territorio selvaggio e ostile. Anzitutto dovrà guardarsi da ogni possibile agguato, e dunque colpire per primo. Ciò non gli permetterà di indagare sui moventi dei presumibili aggressori: ogni esitazione nell’eliminarli significherebbe esporsi al pericolo. Bisognerà piuttosto che il nostro uomo renda sicura, assolutamente sicura, una porzione di territorio. Ma quale sicurezza migliore può esistere della conquista del territorio contiguo, agitato da ombre incomprensibili e minacciose? Il proprio dominio è sicuro solo quando si espande; minacciato, per definizione, quando si contrae.
E’ qui che ciò che era puro istinto comincia a diventare ideologia. Quanto era naturale diventa giusto, quel che veniva spontaneo inizia a sembrare ispirato a una volontà divina. A questo punto compare anche la Bibbia, ma non è influente: anche chi sta dall’altra parte magari ha in mano una Bibbia, o un libro sacro di peso equivalente.
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Tuttavia, man mano che l’istintualità viene elaborata e fissata in sistema di pensiero, il numero dei nemici si moltiplica. I principali non sono più soltanto quelli che stanno nel territorio ignoto. Peggio di loro, e più insidiosi, sono quelli che appartengono alla medesima tribù del combattente, ma sono riluttanti ad accettarne l’ideologia. Propongono trattative idonee solo a far perdere tempo, cercano di instaurare solidarietà trasversali, che varcano i limiti territoriali. Non si può proseguire nell’avanzata senza sbarazzarsi di un simile peso morto. Bisogna eliminarli prima che riescano a ostacolare una missione ormai percepita come voluta da Dio. E senza pietà: meglio, molto meglio i nemici che i traditori.
Così il nostro combattente avanza nel mondo, moltiplicando a dismisura, assieme all’illusione della propria sicurezza, il numero degli antagonisti. Ha molti più alleati che all’inizio della missione, ma sono ancora insufficienti. A venirgli in soccorso sono i simboli ancestrali del ferro e del fuoco. Moltiplicherà la sua potenza distruttiva affidandosi alle armi da fuoco, alle bombe, ai missili. Diverrà tutt’uno con le sue protesi di metallo. Diverrà metallo egli stesso. A quel punto, ideali e azione saranno un’unica cosa. Con un premio per la riuscita sintesi: il potersi abbandonare senza rimorsi, e anzi con un fremito quasi sessuale, alla voluttà primordiale dell’uccidere. Perché ormai ogni altro sentimento è passato da chi preme il grilletto alla mitragliatrice. E’ l’arma che ha un’anima, e l’unica gioia che conosce è squarciare i corpi grotteschi degli estoni ammassati sul ponte, o degli iracheni acquattati nelle cantine di Baghdad.

“La guerra salì davanti a noi, uscita dalle più profonde fessure della terra, come una nebbia, come un fantasma grigio; squassò i bastioni irti d’armi, bruscamente ci afferrò col pugno ardente e mescolò assieme i reggimenti e di nuovo li divise violenta e li aizzò sui campi tuonanti. (...) La sua saliva era veleno: dove cadde crebbero fame e miseria e rinunzia. E la guerra andò avanti: fu dappertutto, buttò la sua fiaccola in tutti gli angoli del mondo, frugò nei desideri più segreti, li avvolse in mantelli brillanti, e questi tinse di rosso.”

Sembra incredibile, ma sotto gli occhi attoniti del mondo intero, menzogna dopo menzogna, ipocrisia dopo ipocrisia, i proscritti sono tornati e hanno disegnato il destino tragico di decine, e forse di centinaia di migliaia di vite. Gli eroi stanchi e sconfitti di von Salomon, nella loro disperata ferocia, almeno non mentivano. Avevano bisogno di uccidere; uccidevano e basta, al seguito di una bandiera sempre più cupa e indistinta. I proscritti di oggi cercano annaspando alibi ai loro crimini. Nulla è più osceno e patetico della maschera tesa e schizoide di un Blair, dell’apparenza da clown di un Aznar, delle rughe coperte dal cerone di un Berlusconi mentre si ammantano di cerimoniosa vigliaccheria davanti alle pupille dilatate e pazze del padrone americano, degno erede di una dinastia di serial killers. Nulla a che vedere con gli occhi caldi, umidi e umani degli iracheni innocenti che costoro si preparano ad ammazzare, tanto per sbarazzarsi di un tiranno divenuto più scomodo dei molti altri cui somiglia, ma meno servile.
La forza è tutta dalla parte di questa combriccola di assassini mediocri. Che cosa, dunque, li collega alla disperata nobiltà (nel romanzo troppo più fulgida di quanto ci dica la loro storia infame) dei proscritti di von Salomon? Un solo dato, accanto all’animalità insensata: la sconfitta. I complici di Bush non perderanno sul campo, questo no, e tuttavia si tratta di un’intera leadership mondiale destinata a un collasso ignominioso e protesa a uno sconcertante suicidio.
Avevano fatto i loro conti senza un rigetto collettivo della guerra di dimensioni grandiose, e che attraversa gli stessi Stati Uniti (l’unico paese, in fondo, in cui un movimento di massa fu capace negli anni ’60-‘70 di arrestare un conflitto, e ciò malgrado la violenza omicida praticata ai suoi danni). L’ideologia mortifera eretta a morale si sgretola tra le mani degli apparenti vincitori, un’idea solidale che pareva sepolta riappare e cancella ogni alibi. Quelli che si abbattono sull’Iraq sono eserciti in fuga dalla realtà, inseguiti dalle folle che si sono riversate nelle piazze in un numero che forse la storia del mondo non aveva mai visto. Le bandiere che i nuovi Freikorps sventolano sono drappi orlati di nero in cui le stelle si spengono una dopo l’altra e le strisce somigliano a grassi lombrichi; la loro unica speranza di salvezza sta in un’orgia di barbarie che, sotto strati di metallo, seppellisca non solo la carne ma anche il pensiero.
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Inutile. Non ci sarà tregua per chi ha ordito la carneficina. Celebrerà la vittoria da un catafalco, perché il primo istinto umano non è la distruzione, ma il suo contrario. Cadranno senza gloria, ancora stupiti dal fatto che in tanti, dopo un bombardamento a tappeto delle coscienze, siano ancora convinti di questa verità. Cercheranno invano la pistola, i voti, i sondaggi. Si abbatteranno inani in una pozza di piscio, consapevoli infine che gli storici li esecreranno, le coscienze daranno loro forme ripugnanti, i sopravvissuti li cancelleranno dalla memoria come incubi. Saranno ricordati come assassini, ladri, bugiardi, e il tutto in un’aura di meschinità che nega persino l’enormità del delitto. Adesso sono Thanatos; domani saranno una pagina imbrattata sui libri di storia.
E’ così che escono di scena gli ultimi proscritti, accompagnati dalle parole beffarde di Ernst Toller, l’antitesi stessa di von Salomon, facilmente adattabili ai Bush, ai Blair, agli Aznar, ai Berlusconi e agli altri fautori della licantropia quale concezione esistenziale:

“Lei è una morte d’oggi. Il suo contegno / è conforme alla vita che da tempo / sotto orpelli da circo giace putrida. / Morte da quattro soldi! Trionfo ipocrita / imbottito di frasario soldatesco! / I miei saluti al suo signor militarismo! / Ah ah! Ah ah! Ahahahah!”

Non sarà una risata che li seppellirà, ma un ghigno.

Pubblicato Marzo 21, 2003 01:24 PM

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