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Tarroni: Kissinger Overload

Dall'inedita raccolta di racconti Kissinger Overload di Raul "Funky" Tarroni (Lugo di Romagna, 1961):

                                                                     Per Igino Domanin
kissinger.gif“Vuoi dire qualcosa ? Ti senti di dire qualcosa ?”
“Mmmmph.... bmmmmph...”
L’altro sorride, scuote la testa sotto il fascio potente di luce. Lui ha nastro adesivo sulla bocca, ha nastro adesivo intorno ai polsi. E’ seduto su una sedia in legno leggero. Nella stanza non si vede niente. Solo una porta, bianca. E l’altro, ovviamente. Lui è stupito, non capisce, dovrebbe essere un sogno, ma non è un sogno. L’altro sorride, scuote la testa, si leva gli occhiali e pulisce le lenti.
“Questo vuoi dire ? Solo questo ? Non ti senti di dire altro ?”
“Mmmph... Mmmph...”. Niente da fare. Il nastro sulla bocca gli impedisce di parlare.

L’altro (pulendosi le lenti con un fazzoletto) : “Te lo dico io cosa vuoi dire. Tu vuoi chiedere come sei finito qui. Tu vuoi capire come sei finito in questa stanza, con la bocca chiusa dal nastro e le mani legate dietro la schiena. Tu non ti ricordi niente, ti ricordi solo che scendevi dall’aereo, che c’era la Scorta Parigina, che erano le cinque del mattino”. Ha finito di pulirsi gli occhiali. “Vero ? Non ti ricordi altro”.
Gli gira attorno, ha indosso lo stesso suo cappotto : com’è possibile ? Eppure...
“Adesso te lo racconto. Però voglio dirti una cosa. Mi senti ? Voglio dirti una cosa”.
Annuisce a fatica, lui, l’altro continua a fissarlo. “Voglio dirti che, a questo punto, non finirà bene per te. Se sei arrivato fino a qui - e adesso io ti dirò come e perché ci sei arrivato -, puoi stare sicuro che non finirà bene per te. Non qui. Preparati ad ascoltare le ultime parole che potrai ascoltare. Prepàrati, Henry Kissinger”.

Sei sceso dall’aereo nell’aria fumigosa, le cinque del mattino, a Parigi, Charles de Gaulle. C’erano luci orizzontali, rotori in movimento, tu stavi attento a non scivolare sulla copertura d’alluminio zigrinata della scaletta. A terra c’era la tua macchina, la solita limousine nera, con la tua solita scorta : gli impermeabili, eccetera, tutto il resto, come previsto, come ogni volta. Avevi il tuo programma. Ci vuole un’ora dal Charles De Gaulle a Eurodisney, vero ? Dovevi andare a inaugurare il padiglione dei Pupazzi Reali, no ? Pupazzi dedicati ai grandi personaggi di questo tempo. Inauguravi tu : c’erano Nixon, Reagan, Gorbaciov, Bush, Mao, tutti, c’erano tutti, tra i pupazzi. Tu dovevi inaugurare il nuovo padiglione. Arrivavi alle sei del mattino, ti facevano fare un giro per tutta Eurodisney, ti bevevi un caffè, alle otto aprivano, c’era già pronto il pubblico pagato per assistere all’inaugurazione. Dovevi soltanto tagliare il nastro, girare in mezzo ai bambini, guardare Mao e gli altri, coi faccioni in gommapiuma e cartapesta, salutare, prendere sulle ginocchia i bambini pagati per fare finta di essere felici, poi appartarti con il Direttore di Eurodisney. Lo sapevi, tra l’altro, che era stato uno dei tuoi Grandi Elettori ?
Però avevano annunciato qualcosa. Un attentato, un rapimento. Forse una bomba. Non si poteva sapere. La scorta era tesisissima, c’era buio ovunque, a ogni ponte della tangenziale si irrigidivano, gli agenti. E anche tu eri teso. Il capo scorta te l’aveva sussurrato all’orecchio prima che tu ti infilassi nella limousine lucida di pioggia. Avevi un bel fare a ostentare la tua solita sicurezza, come se fossi un sordo che passa in mezzo a un bombardamento, perché stavolta ti cagavi sotto, Henry Kissinger. Espressione sopra le righe ? No. Ti ca-ga-vi so-tto, Henry Kissinger. Continuavi a sbirciare dai finestrini, dentro la limousine. Ti accorgevi dell’odore del metallo dei mitra della scorta. Non ti capita spesso. Questa volta, sì.
Siete arrivati alle sei in punto ai cancelli di Eurodisney. Si sono aperti e tu sei rimasto sorpreso da quanto fosse bianco quel metallo. Chissà se ridipingevano spesso o usavano qualche antiruggine speciale. Con questa bruma, in piena campagna... Sei sceso dalla limousine. Albeggiava. Dalle campagne attorno al Parco s’irrorava la luce incerta di quando l’alba potrebbe confondersi col tramonto. Questo direttore di Eurodisney : non ha freddo ? Non si mette addosso un cappotto ? Fa un gelo umido, la nebbia che si alza pesante da terra è ancora più diaccia di quanto ti eri preparato a sopprtare. E’ pelato, questo vestito in grisaglie con sotto il golf rosso cardinale, a V, è sciatto, dopotutto. Europei. Forse è di origine italiana.
Sproloqui. Cose inutili. Cerimonie. Le solite di sempre.
A te interessano molto questi operai con la tuta bianca e la maschera antigas, e una scopa di saggina in mano, che spazzano, spazzano. “Sono i topi”, ti dice. Il fatto è che Eurodisney è stata costruita su un terreno di campagna. Una speculazione, solita storia. Solo che dal terreno escono topi, durante la notte. Tutto il circondario è passato con il derattizzante. Quelli escono e muoiono. A migliaia. Di giorno no. Se ne stanno nei cunicoli, sottoterra. O tra le pareti dei padiglioni. Ma di notte escono, ne muoiono a migliaia. Il viale principale, per esempio, è un fiume di topi morti. Assoldano gli operai, gli mettono la tuta, le maschere e li mandano a derattizzare ancora, a spazzare via i corpicini dei topi morti. Sono topi di campagna, grassi, unti, pelosi. Quando muoiono e il sangue caldo smette di circolare, per il freddo e per l’umido tra i peli si forma una brina molto bianca. E’ così bianca che ricorda il bianco della tuta degli operai. A chili ne tirano su, a quintali. C’è persino un inceneritore privato Disney. Dietro, dietro i padiglioni. Del resto, come dare torto, ai topi ? E’ la patria di Topolino, questa ? Rideva, il Direttore, era un tuo Grande Elettore, hai riso anche tu. Aveva dei denti gialli, con una pasta gialla nelle fessure tra un dente e l’altro, come la pasta che uno ha in bocca dopo una notte intera, o come se avesse mangiato dell’uovo dieci minuti prima. Dell’uovo cotto : lesso.
C’era la Grande Ruota che permetteva di vedere Parigi dall’alto. Idea vecchia che funziona sempre, assicurava il Direttore. Vengono, guardano, tornano giù, tornano su, guardano, ritornano giù, se ne vanno. “Tutto torna, vero ?”, diceva ridendo il Direttore, la mano aperta per invitarti ad andare dove diceva lui. Ognuno è padrone, a casa propria.
Ti ha offerto un caffè, una broda scura fumante e insipida. Non avete parlato dei Superiori Sconosciuti.
Alle otto hai sentito il fragore. Avevano aperto i cancelli. Da un’ora premevano come disperati. Era il pubblico pagato per essere entusiasta, per partecipare con entusiasmo all’inaugurazione.
Il padiglione dei Pupazzi Reali sembrava una stradona polverosa dei villaggi western. Quelli non seri, ma tipo Sergio Leone, quelli che qui gli europei hanno visto e anche se non li hanno visti se li ricordano. Solo che anziché le catapecchie, da una parte c’era la Casa Bianca, mentre dall’altra c’era la Casa Bianca. Cioè, da una parte c’era la Casa Bianca americana (Kennedy, Baia dei Porci, Vietnam, Clinton e tutto il resto), e dall’altra c’era la Casa Bianca russa (Eltsin, l’assedio, i carri armati, ’92 e tutto il resto). C’era la folla dietro il nastro. I ragazzini erano entusiasti, urlavano addirittura. C’era un bambino di un anno appena, piangeva e strillava, ma era per l’eccitazione. Hai tagliato il nastro. Allora sono usciti i Pupazzi.

Erano alti, colossali, con grosse teste che ciondolavano pesantemente a destra e sinistra. Erano vuote, di gommapiuma, ma evidentemente pesavano parecchio, e chi stava dentro faceva fatica a muoversi e a coordinarsi. Avanzavano a passi lenti, molto goffi, agitando orizzontalmente delle mani rosa di panno lenci, come per applaudire, ma non riuscivano a toccare una mano con l’altra. I vestiti erano molto colorati, tutti sorridevano, i ragazzini erano in delirio, andavano verso di loro, li indicavano. Non potevano nemmeno sapere chi fossero, ma forse, quando li avevano pagati, li avevano anche istruiti, perché hai sentito con le tue orecchie un ragazzino urlare a un ragazzino accanto : “E’ Mao ! Guarda ! E’ Mao Ze Dong !”.
Poi ti sei voltato, di colpo, perché il Direttore aveva battuto dietro la tua spalla sinistra. E ti sei trovato davanti Henry Kissinger. Oddio. Era Henry Kissinger trent’anni fa. I capelli brizzolati, il vestito nerogrigio, la borsa di pelle nella mano destra, l’altra mano come se fosse morta, lasciata morta al fianco. Henry Kissinger portava ancora la montatura scura e spessa degli occhiali. I capelli erano moooolto, molto imbrillantinati. Lui era chino verso di te, tu ti sporgevi verso di lui. Aveva degli occhietti di civetta sotto gli occhiali : due punti di stoffa nera, ovali. Era miope. Anche tu eri miope, cercavi di guardarlo, di metterlo a fuoco. Siete rimasti in silenzio, così, uno di fronte all’altro, per un bel po’ di secondi. Lui scuoteva la testa, come se non ti riconoscesse per Henry Kissinger. Tu eri abbastanza stupito, ti sei voltato verso il Direttore (un tuo Grande Elettore), come per dire : avrò pure io il diritto d’invecchiare ! Ma quello sorrideva, aveva tirato indentro la testa, il collo gli faceva delle rughe, sembrava una tartaruga, sorrideva soddisfatto. Ti ha abbracciato. I bambini correvano, c’era un frastuono incredibile, abbracciandoti il Direttore ti ha sussurrato all’orecchio : “Venga, Henry. Ora ho una sorpresa per Lei. Una grande sorpresa”.

“Di qui, Henry. Venga di qui”.
Hai sorpassato le transenne, sempre senza dire una parola, non ti fotteva niente di quello che il Direttore (un tuo Grande Elettore) voleva mostrarti. Avevi ancora in mente il pupazzone stupido e allibito di Henry Kissinger. Camminvai trasognato, come spesso si attraversano le cose.
“Ecco, Henry. E’ pronto già da un paio di mesi. Ma aspettiamo ancora a inaugurarlo. Non che ci siano degli effetti a lungo termine da controllare. Per carità...” e sorrideva coprendosi la bocca col palmo della mano” ... Per carità, nessun effetto collaterale. Venga, venga più avanti, Henry. Ecco... Ecco a Lei il Padiglione Mnemosyne. Le piace ?”
“Non saprei. E’ enorme. Cos’è ?”
“Eh eh... Il nostro vanto, Henry. Qualcosa destinato a mutare completamente la natura del cosiddetto divertimento”.
“Uh... Capisco... In che senso ?”
“Divertirsi, divertirsi ! Qui il verbo è divertirsi. Ma cosa c’è di più divertente, Henry... Henry ? Mi ascolta ? Sì, dicevo... Cosa c’è di più divertente di se stessi ?”
“Di... se stessi ?”
“Non capisce, vero ?”
“No. Francamente no”.
“Henry...” e sorrideva, con questa bocca a ciliegia lucida di saliva “... Henry... Adesso Le svelerò un... piccolo segreto... di cui andiamo... molto... mooolto fieri...”
“Uhm”
“Un piccolo segreto... diaciamo così... inverificabile. Capisce ? No ? Non ancora ? Guardi, guardi pure, si guardi attorno... Cosa vede ?”
“Uh... beh... Un laghetto... Un ponte... Un salvagente a forma di cavallo...”
“Ippocampo, Henry. E’ un ippocampo...”
“Sì, un cavallo marino... Un cavalluccio marino... E’ grande. Quanto misura ?”
(Gongolando) “Due metri, Henry. Per la metà dell’altezza sprofonda galleggiando nel liquido...”
“Nel liquido ? Non è acqua ? E’ trasparente...”
“Eh eh... Henry, ecco che si avvicina al nostro piccolo segreto...”
“Cioè ?”
“Cioè : quello che vede è un enorme, vasto, perfetto cervello in una scala 500:1. Capisce ? Capisce cosa voglio dire ?”
“No”.
“Glielo spiego. E’ impossibile che chi entra qui capisca. Bisognerebbe vederlo dall’alto. Ma dall’alto, quel che si vedrebbe sarebbe un padiglione circolare di duecento metri di raggio. E’ dentro, capisce ?, è dentro che si dovrebbe osservare dall’alto. Allora sì, si capirebbe. Il Padiglione in cui ci troviamo, Henry, è la perfetta riproduzione di un cervello. Perfetta. Nulla lasciato al caso. Nulla. Niente. Il caso... Capisce ?”
“Non del tutto. Perché avreste costruito un padiglione a forma di cervello ?”
“Ma per entrarci, Henry ! Per entrare nel cervello...”

Funzionava così. Bisognava mettere in testa un copricapo. All’interno del copricapo c’erano degli elettrodi. Ma non si sentono, non si avvertono. Il copricapo ha la forma di due cerchi neri, le orecchie di Topolino. Ti sei visto fugacemente riflesso in un vetro, nello stanzino in cui il Direttore (un tuo Grande Elettore) ti infilava in testa le orecchie di Topolino. Non hai pensato a niente, a niente, a niente. Ti ha fatto sedere su questo autoscontro che ha la forma della macchina di Topolino. E avete iniziato la visita.

“Non è acqua, Henry. E’ precisamente, umor vitreo. Abbiamo una coltura piuttosto folta di batteri che secernono umor vitreo. Transgenica. Un miracolo. Assolutamente un miracolo. Tocchi. Tocchi con mano”.
Hai toccato con mano.

“E il cavalluccio marino ?”
“Ippocampo, Henry. Ippocampo. E’ l’ippocampo. Si avvicini, lo tocchi. E’ la sede deputata al coagulo e allo smistamento delle emozioni. Lo tocchi, Henry”.
Lo hai toccato con mano. Stavi baciando la tua ex moglie, Nancy, mentre lo toccavi. Assistevi alla morte di tuo padre, che vomitava e mentre vomitava imprecava in tedesco, mentro lo toccavi. Richard Nixon era pallido e piagato dalle rughe ai lati della bocca verso l’attaccatura delle radici, era pallido come se gli avessero appena comunicato che aveva un cancro, e maligno, mentre lo toccavi. Toccavi l’ippocampo e avevi contemporaneamente sette anni e settantatré anni, cioè era come se lo avessi toccato l’anno a venire. Nancy ti lasciava e tu stavi nascendo. Avevi un anno e ascoltavi, distintamente, parlare tedesco, sapevi che era tedesco ma non capivi il senso di una parola che fosse una. Toccavi l’Ippocampo e ti inventavi di essere ebreo. I Superiori Sconosciuti ti consegnavano su un piatto d’argento una busta vuota.

Quando hai staccato la mano dall’Ippocampo, la mascella pendeva, un filo di bava si era andato rilasciando dal labbro al tuo cappotto, e il Direttore ti stava passando un fazzoletto sul mento. “Ipersalivazione. E’ fisiologico. Sorprendente, vero ?”
“Come... come è possibile ?”
“Meccanismi proiettivi. Gli elettrodi sotto le orecchie di Topolino che ha in testa. Interpretano i differenziali di elettricità galvanica. Li ritraducono in immagini. Corrispondono, vero ?”
“Sì. Sì : corrispondono”.

“Venga, Henry, scenda... Bisogna passare questo ponte. Ponte di Varolio. Si chiama così. Venga. Guardi qui, in questo monitor. Guardi. Mi dica cosa vede”.
Era tua madre. Stava morendo. Stava morendo ed era giovane. Era biondissima, più bionda di quanto ti ricordassi. E aveva delle lentiggini. Lentiggini chiare su una pelle chiara, luminosissima, tanto luminosa da sembrare cera, quasi livida, addirittura spenta da quanto rifletteva la luce. E ti guardava. Ti diceva qualcosa, ma non si sentiva niente. Anche le ciglia erano molto bionde, quasi sembrava non averle, più la fissavi e più ti sembrava somigliare a un feto, senza capelli, gli occhi ridotti a due grande pupille dilatate, nere da quanto erano azzurre, o incolori.
“Pia Madre. Una zona fondamentale del cervello, Henry. Ancora non si è capito a quale funzione sia preposta. Nel dubbio, siamo rimasti attaccati al nome. Nomina sunt res, Henry. Sunt res”.

“Di qui, ora. Ecco, cosa vede ?”
“Una cabina. Azzurra e luminosa”.
“Infatti. Locus Ceruleus. Si sospetta che sia l’organo deputato all’elaborazione dei contenuti spirituali. Ora tocca a Lei. Ci entri, Henry”.
“Cosa succede se ci entro ?”
“Cosa vuole che succeda ? E’ una piccola cabina, non vede ? Cosa vuole che succeda ? Sembra il cilindro per il teletrasporto di Star Trek. L’abbiamo fatto apposta così, il Locus Ceruleus. Cosa vuole che accada ? Entri. Sarà piacevole”.

“Non è piacevole per un cazzo, Henry. Sei entrato, e ora sei qui. Non te ne esci vivo da qui”.
Non riusciva proprio a parlare. Il nastro era stretto, le mani serrate dietro la schiena non avevano gioco. Henry Kissinger gli stava davanti. Era lui che lo interrogava. Era Henry Kissinger. Un perfetto Henry Kissinger, proprio com’era adesso, a settantadue anni, coi capelli bianci e gli occhiali senza montatura sulle lenti. Eppure lui era Henry Kissinger... Era lui, Henry Kissinger, quello legato. E un altro Henry Kissinger gli parlava, lo minacciava, lo interrogava. Era assurdo !
“Stai pensando che è assurdo, Henry Kissinger ? Non è assurdo, Henry Kissinger. Sei all’interno del Locu Ceruleus. Sei tu che rendi reale tutto questo. Sei tu che vuoi pagare per quello che hai fatto, per quello che stai facendo e per quello che potresti fare”.
Henry Kissinger lo guardava. Henry Kissinger, la bocca fasciata dal nastro, guardava se stesso che gli parlava.
Henry Kissinger, legato, coi polsi che gli dolevano da quanto era stretto il nastro, vide Henry Kissinger dirigersi alla porta, lo vide fermarsi, lo sentì dire : “Entra. Ora puoi entrare”.

La porta si aprì. Piano. La mano di chi apriva doveva essere incerta. Non si sentiva rumore di tacchi. L’uomo venne alla luce, accanto a Henry Kissinger. Costretto sulla sedia, Henry Kissinger vide un giovane, moro, vestito come soltanto un italiano trasandato poteva vestirsi. Gli vide ai piedi un paio di Clark. Scorse un buco verso la legatura della tomaia. Indossava pantaloni di velluto. Una maglietta bianca, con un incomprensibile stemma violaceo sul ventre un po’ prominente. Nella mano sinistra stringeva un pezzo di carne. Gocciolava liquido viscido, sanguinolento.
Henry Kissinger chiese al giovane : “Vuoi dire qualcosa ? Vuoi dire il tuo nome ?”
“Sì. Il mio nome”.
“Dillo”.
“Raul Tarroni. Mi chiamo Raul Tarroni”.
“D’accordo. Prima di premere il grilletto vuoi dire cosa hai in mano?”
“Una prostata. E’ una prostata. Con un carcinoma. E' divorata da un carcinoma: questa zona scura”.
“Bene. Adesso vieni qui”.
Il giovane si avvicinò a Henry Kissinger. Si mise al suo fianco. Henry Kissinger si frugò all’interno del cappotto. Ne estrasse una piccola pistola, nera, lucida. Henry Kissinger puntò la pistola all’incrocio degli occhi di Henry Kissinger.
“Mmmmmmmmph... Mmmmmmph...”
Henry Kissinger premette la pistola tra gli occhi di Henry Kissinger.
“Metti un dito sul grilletto” disse Kissinger al giovane. Che lo fece.

“Vuoi dire qualcos’altro ?”
“No”.
“Allora spara”.

E spararono.

Pubblicato Marzo 6, 2003 01:23 PM

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