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Evangelisti: Cicci di Scandicci

Illustrazione Cicci di Scandicci.jpg


Quando ero in vita mi hanno chiamato Cicci, Cicci di Scandicci. Ora, vorrei che provaste a guardare una mia fotografia, e poi a dirmi se potevo chiamarmi Cicci. Quello è un nome da finocchi. Io finocchio non lo sono mai stato. Mi piaceva la passera. Anche troppo, forse, ma in una maniera sana, schietta, popolare. Come si usa dalle mie parti, dove l’aria è buona e la vita è genuina. O almeno lo era, prima che arrivassero i cinghiali.
Io ero buono quanto l’aria che respiravo. Gran lavoratore, tutto il giorno sui campi, la sera in famiglia. Da noi la famiglia vuole ancora dire qualcosa. Abbiamo vissuto alla stessa maniera per secoli, nel nostro piccolo villaggio sulle colline (non era Scandicci, anche se era lì vicino). Si zappava la terra, si beveva un pochetto e si stava in armonia, con i nostri cari. E’ così che si diventa artisti. Perché noi si era tutti un po’ artisti. No, non ridete.

In città la famiglia finisce tra le mura di casa. Da noi, in campagna, tutto il paese è un po’ una famiglia. Si sa tutto di tutti. Non sempre ci si vuole bene, è vero, ma è perché ci si conosce troppo. Ci si somiglia. E allora si litiga come tra fratellini. Però poi si beve un bicchiere e si va a far merenda assieme. Non con tutti, certo. Con gli amici. Gli altri, se li frequenti troppo, ti fanno carognate. L’ideale è starsene in casa propria, con i tuoi, e uscire solo di tanto in tanto, per le merende.
E’ così che nascono gli artisti: stando tra la gente che conosci e godendoti il paesaggio da casa tua o dal tuo campo. La gente pensa che l’arte non sia per i contadini. Sono pregiudizi. Io coloravo i disegni che trovavo sui giornali. Inoltre impagliavo gli animali.
Impagliare è un’arte vera. Bisogna aprire la pancia alla bestiolina quel tanto che basta a fare uscire le budella, senza rovinare il pellame. Poi si pulisce il sangue, si infila la paglia e si ricuce. Non è mica facile.
Molti animaletti che tagliavo li rovinavo. Però i cinghiali no, quelli mi venivano bene. Sarà perché io i cinghiali li odio. Mi piaceva tagliarli. Li avrei tagliati vivi.

Mia moglie e le mie figlie non mi capivano. Si lamentavano di tutto il sangue che spargevo per la casa, quando impagliavo. Mia moglie era quella che si spazientiva di più. Era facile farla spazientire, però era una santa donna. Sana, robusta, con braccia magre ma forti. Una vera contadina, assennata e di poche parole. Adesso che ci penso, non parlava quasi mai. Quando lo faceva, era per lamentarsi del fatto che impagliavo, oppure per le nostre figlie. In quest’ultimo caso diventava violenta. Una volta mi minacciò con un badile.
«Devi stare lontano dalle tu’ figlie, porco!»
«Ma lo fanno tutti! Metti giù quell’arnese e prepara da mangiare!»
Anch’io me ne stavo zitto, e più che altro cercavo di quietarla. Non che fosse cattiva, no. Badava alla casa e non parlava con nessun vicino. Da noi c’era un gran silenzio. Si viveva bene.

Le mie figlie parlavano poco anche loro, ed erano brutte come la mamma, e sceme. Però avevano la pelle liscia come le cinghialette appena scuoiate. Faceva piacere carezzarle. Dopo ne è nata una gran storia. Lo so che non dovevo godere con loro, ma con chi avrei dovuto farlo? Un uomo è un uomo, Dio bono! A furia di guardare ci si stanca.
Avere femmine brutte per casa è una tragedia. Non si sa a chi sposarle, e allora devono rendersi utili, in qualche modo. Devo dire che le mie figlie avevano buon carattere, anche se qualche volta facevano le bizze.
«Babbo, piantala!»
«Dai, vedrai che ti piace. E poi sei ‘mi figlia, no?»
Finivano sempre con l’obbedire. Buona razza, la nostra.

Poi cominciò a cambiare tutto. Arrivarono i cinghiali. E’ il cinghiale il nemico mortale del contadino toscano, ma nei secoli abbiamo imparato a difenderci. Quelli che vennero, però, erano una tribù e camminavano ritti. Li attiravano le nostre campagne.
I primi che vedemmo venivano dalla città. Si nascondevano nei boschi a trombare in macchina. Una trombata e via. Non erano tanto pericolosi. Ma poi calarono francesi, tedeschi e inglesi. Gli inglesi erano i peggiori, e anche i meno raggiungibili: comperavano delle ville e ci si chiudevano dentro. Di notte avevano tutte le finestre illuminate: ricevevano gli amici e facevano chissà quali porcherie.
Francesi e tedeschi avevano invece l’aria di spiantati. Riempivano i prati di roulottes, vestivano di stracci, suonavano la chitarra, ficcavano il naso dappertutto.
Le loro femmine ogni tanto capitavano in paese. Camminavano scuotendo il culo dentro le brache cortissime. Avevano capelli lunghi e biondi, e camicette piene da scoppiare.
Mia moglie e le mie figlie le spiavano da dietro le imposte. Tutto il paese le spiava.
«Guarda, mamma, che svergognata! E’ vestita come una troia!»
«Meglio che il tu’ babbo non la veda. Un porco non deve annusare l’odore di cinghiala.»

Mia moglie non riusciva a perdonarmi un fatto di tanti anni prima. Era il ’51 o giù di lì. Avevo una fidanzata e un giorno la scoprii con un altro. Ammazzai lui e trombai lei di fianco al cadavere. Godette da morire, anche se era quasi paralizzata. Non disse niente ma sapevo che godeva. Ricordo che aveva una tetta coperta e l’altra no, come la Venere nascente dalla conchiglia nel quadro famoso. Gliel’avrei mangiata, quella tetta. Mi misero in prigione, e per tanti anni sognai la scena. Io che mangiavo la tetta. Diventò un’ossessione.
Mia moglie aveva le tette vizze come prugne secche. Diventò gelosa del mio ricordo, e del quadro della nascita di Venere che avevo appeso al muro. Lo trovava immorale. Forse fu allora che smise di parlarmi, non ricordo bene. Però io non posso dire male di lei, anche se l’arte non la capiva proprio. Fu con me contro l’invasione. Con me e con tutto il paese.

Finì infatti che noi uomini si iniziò, di notte, ad andare a guardare i cinghiali che trombavano. Noi del paese ci si nascondeva nei boschi, e si guardava. Degli amici c’era a chi veniva duro. A me no. Mi veniva duro solo quando tagliavo gli animaletti morti per impagliarli. O quando le mie figlie stavano anche loro come morte, aspettando che avessi finito.
Se prima eravamo in pochi, a stare a guardare, presto diventammo una folla. Noi si spiava come gli abitanti di un castello circondato spiano il nemico. Colpa di quelli: non li avevamo invitati noi dalle nostre parti. Ci invadevano, compravano le nostre terre. Blateravano di aprire bar e discoteche, tanto per sentirsi a casa. Ma era casa nostra. Cominciarono a circolare cattivi pensieri.
«E se li si impagliasse?» mi chiedeva un compare, che sapeva dei miei passatempi.
«Prima bisogna tagliarli.»
«E se li si tagliasse?»

Non era finita. Arrivarono altri cinghiali di specie diversa: poliziotti, magistrati, giornalisti. Una quantità di giornalisti. Era successo che qualcuno aveva ammazzato un po’ di forestieri che trombavano nei boschi. Non li aveva solo ammazzati: alle donne aveva anche asportato col coltello le parti vergognose. Tagliate bene, dicevano i giornali. Ma non pubblicavano le foto e non potevo giudicare.
In paese reagimmo come avevamo reagito alle altre invasioni. Spiavamo gli stranieri in cappotto o in divisa attraverso le persiane. Andavano dovunque, cercavano di parlare con tutti. Mia moglie e le mie figlie stavano sempre accucciate dietro la finestra.
Quando cominciò la cosa, verso il 1968 o giù di lì, le donne di casa mia erano in orgasmo. Mia moglie, che sapeva leggere un poco, ma piano, compitava gli articoli alle ragazze, tutte eccitate.
«Il Mostro colpisce ancora.»
Ogni tanto mi guardava:
«Di’, porco, non è mica che tu…?»
«Cosa vai a pensare, grulla! Leggi e basta!»
I commenti delle mie figlie dimostravano moralità: «Oh, le svergognate! Se l’andavano proprio a cercare! E adesso le chiamano vittime!…»
Mia moglie, che con me non parlava mai, con le ragazze parlava:
«Perché non se ne sono state a casa loro, le cinghialette? La polizia dovrebbe cercare tra gli inglesi. Sono della stessa razza porcina. Un vitello non scanna un cinghiale. Un altro cinghiale sì.»

Io avevo smesso di impagliare. Coloravo i disegni con la vernice che usavo per pitturare il motorino. Uscivo di rado anche con gli amici. Nei boschi ci andavamo solo quando eravamo sicuri di non essere visti. C’era una gran brutta atmosfera, in paese. Non eravamo più la famigliola di un tempo.
Infatti fu qualcuno del paese che mi rovinò. Un bischero qualsiasi mandò al giudice una lettera anonima. Mi ritrovai con i cinghiali alle calcagna.
Uno di quelli, uno sbirro piovuto da chissà dove, venne in casa mia a rimestare cose dimenticate.
«Risulta che lei ha fatto anni di carcere per assassinio e per violenza carnale sulle sue figlie.»
«Roba vecchia. Io mi spezzo la schiena sui campi. Perché non se ne va?»

Sulle prime le mie donne non capirono che il sospettato ero io. A dire la verità, anch’io ero incerto.
Gli esperti dicevano ai giornali che il colpevole era un uomo di “cultura anglosassone”, freddo e spietato. Freddo e spietato? Al massimo io menavo quando c’era da menare. Anglosassone, poi! Io non me ne stavo chiuso in una villa a trombare dalla mattina alla sera.
Tirarono fuori anche la storiella della setta satanica. Non ho mai creduto alle bischerate dei preti. Avrei dovuto credere al diavolo?
Però l’armonia familiare finì per incrinarsi. Un giorno che accopparono due tedeschi dai capelli lunghi, una figlia commentò: «Erano uomini. Dev’essere stato un finocchio.»
Mia moglie rispose: «Allora non è di qui. Nessuno lo piglia in culo in paese. A meno che non abbia scambiato uno dei crucchi per una donna.»
A quel punto ne ebbi abbastanza di tutte quelle chiacchiere. Le picchiai tutte e tre. Ogni tanto mi sedevo per riprendere fiato, poi ricominciavo a picchiarle.
Feci lo stesso nei giorni successivi, ogni volta che aprivano bocca. Immagino che in tutte le case intorno si facesse lo stesso. Noi ci si comporta tutti alla stessa maniera, tanto siamo abituati a vivere insieme. Figuriamoci quando si è sotto assedio.
Il postino smise di portare i giornali. Finalmente tornò il silenzio, ma non era più il silenzio sereno di una volta, quando una famiglia era una famiglia. Non si usciva più, non si andava più a merenda. Qualcosa si era rotto.

Andò a finire che mi arrestarono. Mi addossarono tutti i delitti possibili. Fui processato e condannato; in seconda istanza fui assolto. Quando tornai a casa, moglie e figlie se ne erano andate via. Anche il paese se ne era andato via. Per le strade c’erano solo cinghiali, famelici e ostili. Troppi, per poterli impagliare.
Mi chiusi in casa. Stavo tutto il giorno su una sedia, in canottiera, a guardare la tv. Morii qualche anno dopo, di attacco cardiaco, o almeno così si disse. La verità è che un uomo, senza la sua famiglia attorno, non può vivere a lungo. Avevano ucciso me e tutto un mondo, piccolo, semplice e bello.
Un frammento di bellezza, però, riuscii a portarmelo dietro. Caddi per terra proprio davanti al poster che raffigurava Venere mentre usciva da una conchiglia. L’ultima cosa che vidi fu quella tetta scoperta, rosea e gonfia. Pronta per essere mangiata. Pronta per essere tagliata.

Pubblicato Febbraio 10, 2003 01:14 AM

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