di Nico Gallo
Fuori dalla finestra, un temporale si sta gettando contro i moli. Nuvole nere e basse che sembrano sfiorare le gru del porto e i tetti delle case del Centro Storico, rovesciano su Genova scrosci continui. Maurizio Maggiani scruta l’orizzonte grigio e stringe tra le mani la tazza di caffè ormai tiepido. Gli chiedo come ha iniziato a scrivere questo nuovo romanzo, È stata una vertigine (Feltrinelli, pp. 180, euro 14,00). Maggiani finisce il caffè, guarda ancora una volta la tempesta, poi inizia a raccontare.
“Ho iniziato a scrivere il primo racconto esattamente il secondo giorno dopo la dichiarazione di guerra alla Serbia, quella che poi è diventata la guerra per la conquista del Kossovo. Quel giorno avevo rotto il mio contratto con la RAI perché, durante il programma di storia contemporanea che curavo, non mi è stato permesso di leggere l’articolo 11 della Costituzione. Avevano avuto il coraggio di dirmi che l’articolo 11 della Costituzione non era chiaro e il popolo televisivo non era in grado di comprenderlo appieno. Così, mentre ero incazzato nero da fare paura, mi viene in mente la strofa di una canzone che non avevo più sentito da quando ero bambino. La canzone diceva È stata una vertigine tenerti stretta al cuor. Così ho iniziato a scrivere, fino alla fine”.
Questo è Maurizio Maggiani, uno scrittore schietto sia sulla carta sia quando parla, e il suo ultimo romanzo ne è un’ulteriore conferma. È stata una vertigine è una storia vorticosa che attraversa tutta una vita nel ricordo e alla ricerca dell’amore. È un amore sempre diverso, che cresce con il protagonista, che si posa sui genitori, sulla vita di campagna, sulle donne, sul figlio, sulla gatta, ed è un amore mai scontato, ricco di vita e di dignità, ma anche un amore che riflette su se stesso, sulla sua natura. Un amore raccontato attraverso le sensazioni, i luoghi, le passioni, la delusione e la tristezza che, in ogni episodio, lo hanno accompagnato. Quello di Maggiani è un viaggio nel tempo che per sfondo ha la storia d’Italia. I grandi fatti politici riverberano sull’amore delle persone, lo segnano, lo rendono con grazia qualcosa di intimamente legato all’epoca che lo ha cullato. Leggendo questo romanzo sembra che l’amori cambi, ma non per intensità, piuttosto per una sottile tendenza ad arricchirsi di quello che ha intorno, di abbracciare la vita quotidiana delle persone, di alternarsi allo sfondo. All’inizio sembra che il libro sia una raccolta di racconti, invece, procedendo nella lettura, si fa strada l’idea di una trama leggera che, con il capitolo “La buriana” diventa sempre più forte.
Maurizio Maggiani è nato a Castelnuovo Magra, un piccolo paese della Lunigiana fiero delle sue tradizioni politiche, della vita semplice e faticosa. Ma se si leggono i suoi romanzi, Il coraggio del pettirosso e La regina disadorna, è evidente che si sente un cittadino del mondo, ovvero una persona capace di vivere dovunque, portandosi dietro qualcosa di ogni posto in cui è vissuto o ha sognato di visitare. È stata una vertigine è capace di comunicare al lettore un senso di libertà, il desiderio di riflettere e, specialmente ne “La buriana”, l’idea che ogni aspetto della nostra vita sia lì, in attesa di ripresentarsi e di pretendere una giusta considerazione. E in questo racconto Maggiani misura i suoi ricordi e la sua fermezza con i giorni del G8 a Genova, giorni caldi e tristi, se pensiamo alla tragedia, giorni luminosi ed entusiasmanti, se pensiamo a quanta gente sia venuta nella nostra città per condividere un’idea di mondo. E il suo sguardo, come leggerete, è intenso e severo, ha quell’asprezza da apuano che, con il passare degli anni, diventa più intensa, ma ciò che racconta, proprio perché è un racconto d’amore, fa riflettere.
“Genova, dopo il G8, è cambiata in meglio”, dice lentamente guardando ancora verso la città. “Perfino piazza Alimonda è più bella. Io ci passo spesso, e la piazza è più pulita, ordinata, c’è questo altarino spontaneo che ogni giorno viene rinnovato con nuovi segni e nuovi oggetti, e, secondo me, anche la gente è migliore. Perché quella tragedia, come spesso accade, ha fatto i genovesi migliori di quello che erano.”


"Il lavoro estraniato, strappando all'uomo l'oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie, e muta il suo primato nel fatto che la natura gli viene sottratta".
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