di Sandro Moiso

kleinNaomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli 2015, pp. 740, euro 22,00

Non sono mai stato un fan dell’icona no-global Naomi Klein, ma l’autrice nord-americana nel suo ultimo libro, che confessa essere stato il suo lavoro più difficile da portare a termine, compie un ulteriore salto di qualità nella sua opera di denuncia di quello che chiama capitalismo deregolamentato. Infatti, se nelle opere precedenti (e in maniera marginale anche in questa) sussisteva la speranza di tornare a regolamentare “democraticamente” un modo di produzione selvaggiamente dedito allo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, nel testo attuale la conclusione raggiunta, ed esposta fin dalle prime pagine, è che non possa più sussistere alcuna compatibilità tra la sopravvivenza del capitalismo rinnovato dalle scelte ultraliberiste degli ultimi trent’anni e quella della specie umana e dell’ambiente che la circonda.

L’attenzione dell’autrice si sofferma in particolare sul problema del riscaldamento globale come conseguenza di attività produttive ed economiche e scelte di organizzazione sociale che hanno privilegiato, e privilegiano tuttora, la combustione degli idrocarburi come fonte primaria di produzione di energia. Ma nel fare ciò è obbligata toccare il cuore del problema, quello che Marx avrebbe chiamato il limite che il capitalismo pone da sé allo sviluppo delle forze produttive e che oggi non riguarda soltanto la caduta tendenziale del saggio di profitto, con tutte le sue catastrofiche conseguenze in termini di crisi economica e sociale, ma anche l’innalzamento tra i 2 e i 4 gradi Celsius delle temperatura globale del pianeta.

Il panorama di un mondo simile a quello descritto da James Ballard nel suo “The Drowned World”,1 non ci è certamente nuovo poiché da anni, se non da decenni, la climatologia e l’ambientalismo ci avvertono dei rischi di innalzamento del livello dei mari a seguito del surriscaldamento planetario. Ciò che colpisce nel testo della Klein è, però, la chiarezza con cui la giornalista di origine canadese traccia il parallelo tra liberalizzazione dei mercati e innalzamento delle temperature. Collegando implacabilmente tra di loro capitalismo e disastri ambientali.

Se, infatti, da un certo punto di vista l’uomo e la sua specie può essere considerato come il parassita più invasivo per il pianeta e le altre specie (vegetali ed animali) fin dai tempi della rivoluzione neolitica,2 è altrettanto vero che lo sviluppo del capitalismo fin da i tempi della prima rivoluzione industriale ha impresso una accelerazione quantitativamente devastante al peggioramento delle condizioni ambientali e di esistenza delle classi meno abbienti.3

Quello che forse Karl Marx e Friedrich Engels non avrebbero potuto prevedere nel corso della loro esistenza era, però, proprio legato a tale questione che, soprattutto in questo inizio di nuovo secolo, si è fatta invece determinante. Forse in maniera più sentita ed aggregante, dal punto di vista delle lotte sociali, di quella altrettanto importante ma più tradizionale e limitata nelle sue forme di espressione, rappresentata dalla insuperabile contraddizione tra capitale e lavoro o, se preferiamo, tra lavoro morto e lavoro vivo.

La Klein punta il riflettore, con una miriade di esempi e di testimonianze, sull’inquinamento da idrocarburi, ma è chiaro che quasi tutte le considerazioni svolte nel suo libro a tesi potrebbero essere valide per tutte le problematiche inerenti allo sfruttamento dell’ambiente e del territorio. Dai cantieri per il TAV alla Terra dei fuochi passando per la desertificazione accelerata dallo sfruttamento agricolo intensivo di vaste aree dei paesi sviluppati e non. Una speculare crescita della distruzione industriale dell’ambiente e dello sfruttamento sempre più intensivo della forza lavoro che accompagna le società capitalistiche fin dai tempi della rivoluzione agraria del seicento e che ancora non si è fermata. Dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’Europa e il continente africano fino alle più lontane aeree del globo, artiche e sub-artiche.

Un problema, quello degli idrocarburi e dell’inquinamento e riscaldamento del pianeta, che tocca tutti i piani dello ”sviluppo” deregolamentato voluto dal capitale: finanziario, politico, economico e militare. Basti pensare allo stretto collegamento che c’è sempre stato tra i più distruttivi conflitti del XX secolo e la necessità per le potenze maggiori di accaparrarsi le riserve di oro nero. E che oggi, non a caso, dal Vicino Oriente all’Africa Sub-Sahariana vede svilupparsi guerre asimmetriche di incredibile ferocia per il controllo dei territori anche solo confinanti con le riserve petrolifere superstiti.

Mentre là dove il petrolio comincia a scarseggiare, oppure non è mai stato presente in quantitativi apprezzabili, la pratica del fracking o della fratturazione idraulica pone le basi per ulteriori distruzioni di carattere sismico ed ambientale, con tutte le conseguenze socio-economiche e geologiche che già ben conosciamo a partire dalla stessa Pianura Padana. Per questi motivi la lotta ambientalista non può più essere soltanto tale. E Naomi Klein lo afferma a chiare lettere.

Prima denunciando l’inutilità dei convegni che da anni lanciano avvertimenti senza che, successivamente, siano presi seri provvedimenti per la salvaguardia dell’ambiente: “Di fatto, l’unica cosa che stia crescendo più in fretta delle nostre emissioni è il profluvio di parole che ne promettono la riduzione”, mentre “Nel frattempo, il summit annuale sul clima delle Nazioni Unite che rappresenta tuttora la maggior speranza per un progresso politico sul fronte dell’azione per il clima, ha iniziato ad assomigliare piuttosto a una sessione di terapia di gruppo molto costosa (anche in termini di emissioni carboniche), che ad un forum di negoziati seri”.

Poi, dimostrando come tale catastrofica evoluzione, o meglio involuzione, dei rapporti tra economia capitalistica ed ambiente costituisca paradossalmente uno dei piani di sviluppo delle società finanziarie: “C’è un fiorente commercio di «futures metereologici», grazie al quale le società e le banche possono scommettere sui cambiamenti climatici come se tali disastri devastanti fossero un gioco sui tavoli di Las Vegas (tra il 2005 e il 2006 il mercato dei derivati metereologici si è quasi quintuplicato, balzando da 9,7 a 42, 2 miliardi di dollari). Le compagnie di riassicurazione globali stanno realizzando profitti miliardari, in parte vendendo nuovi tipi di piani assicurativi a Paesi in via di sviluppo che, pur non avendo quasi concorso a creare la crisi climatica, hanno infrastrutture molto vulnerabili ai suoi impatti”.

Per giungere a constatare che mentre “il potere senza vincoli delle imprese costituisce una grave minaccia per l’abitabilità del pianeta, larghe parti del movimento per il clima, invece, hanno perso decenni preziosi nel tentativo di far entrare il piolo quadrato della crisi climatica nel buco rotondo del capitalismo deregolamentato, continuando a far sì che il problema venisse risolto dal mercato stesso”. Aggiungendo che ”mi ci sono voluti anni di immersione in questo progetto prima di scoprire le profonde collusioni fra i grandi inquinatori e le Big Green, le grandi organizzazioni ambientaliste”.

Oggi spaventate dal fatto che “se davvero il sistema del libero mercato ha innestato processi chimici e fisici che, lasciati fuori controllo, minacceranno l’esistenza di ampie porzioni di umanità, allora tutta la loro crociata per redimere moralmente il capitalismo è stata vana”. Mentre, come ha affermato Gary Stix, un capo redattore di “Scientific American”, e riportato dall’autrice canadese: “Se vogliamo affrontare il cambiamento climatico a un livello fondamentale, dobbiamo però concentrarci sulle soluzioni radicali che riguardano il piano sociale, al loro confronto la relativa efficienza della prossima generazione di celle solari è qualcosa di insignificante”.

Pertanto il punto centrale è costituito dal fatto che “il nostro sistema economico e il nostro sistema planetario sono oggi in conflitto. O, per esser più precisi, che la nostra economia è in conflitto con molte forme di vita sulla terra, compresa la stessa vita umana. Da un lato, ciò di cui il clima ha bisogno per evitare il collasso è una contrazione nel nostro modo di utilizzare le risorse; dall’altro, il nostro modello economico richiede, per evitare il collasso, una continua espansione senza vincoli. Solo uno di questi due insiemi di regole può essere cambiato, e non è quello delle leggi di natura […] Il problema, però, è che un processo di pianificazione e gestione economica su questa scala è totalmente al di fuori della portata dell’ideologia imperante: l’unico tipo di contrazione che l’odierno sistema sia in grado di gestire è un crollo brutale, dove sono i soggetti più vulnerabili a soffrire maggiormente”.

Peccato che la visione produttivistica espansiva sia diventata anche, grazia allo stalinismo sovietico e ad una errata e forzata interpretazione della parte più vulnerabile del pensiero marxiano, patrimonio del movimento operaio. Anche di quello presuntivamente antagonista in cui la richiesta di lavoro e di sviluppo trasforma la lotta di classe, indirizzata alla liberazione della specie, in mero lavorismo e in cui si scambia, come è successo anche qui da noi a Taranto, la salute di tutti con il lavoro di pochi e qualche voto in più per i partiti coinvolti nel governo locale.

Si rende quindi necessario un gigantesco cambio di paradigma sociale, economico e politico per far fronte ad un cambiamento climatico ormai irreversibile. Ci occorre una differente visione del futuro: “Una visione in cui ci serviamo collettivamente della crisi per saltare da qualche altra parte, per raggiungere una situazione che, in tutta franchezza, mi sembra migliore di quella in cui ci troviamo oggi”.

Un cambiamento rivoluzionario, portato avanti da un vasto movimento in grado di unire le contraddizioni fondamentali tra capitale e lavoro con quelle causate dal rischio di estinzione della specie e di altre forme di vita. Ed è proprio questa ipotesi che fa del libro della Klein il suo testo più significativo e più utile. “L’urgenza della crisi climatica potrebbe formare la base di un potente movimento di massa. In grado di tessere quelle questioni in apparenza disparate in un unico discorso coerente su come proteggere l’umanità dalle devastazioni generate tanto da un sistema economico ferocemente ingiusto quanto un sistema climatico destabilizzato. Ho scritto questo libro perché sono giunta alla conclusione che l’azione sul piano del problema climatico potrebbe costituire questo rarissimo catalizzatore “.


  1. James Ballard, Deserto d’acqua, Mondadori 1986 oppure come Il mondo sommerso, Feltrinelli 2005  

  2. Si confrontino su questi temi: Edward Hyams, Terra e civiltà, Il Saggiatore, Milano 1962 e Marshall Sahlins, L’economia dell’età della pietra, Bompiani 1980  

  3. Testimone diretto di tale peggioramento delle condizioni ambientali e di vita nelle metropoli industriali, fin dalla metà dell’ottocento, fu lo stesso Engels. Vedasi: Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra. In base ad osservazioni dirette e fonti autentiche, edita nel 1845 per l’editore Otto Wigand di Lipsia oggi in Marx-Engels, Opere Complete Vol. IV, Editori Riuniti 1972, pp. 235 – 514