di Girolamo De Micheleconcordia.plastico.jpg

1. Una cosa divertente che non dovremmo fare mai più?

Il sinistro della Concordia, la nave Costa Crociere naufragata davanti all’Isola del Giglio, e la conseguente strage è just in time diventato un evento sul quale tutti hanno detto che…
Leoni da tastiera e da telecomando, ma anche raffinati commentatori mainstream — da Gramellini a Merlo, giù giù in décalage fino agli epigoni – subito divisi in schiere nel derby De Falco-Schettino, la cui posta in palio è la personificazione dell’identità italiana; starlette di cui si era persa la memoria — posto che fosse stata mai acquisita — disposte a testimoniare sull’intervento miracoloso in quella notte di tragenda di un Padre Pio che non risulta nell’elenco degli imbarcati, peraltro non esaustivo (un santo clandestino, dunque?); moralisti de noantri sempre disposti a trasformare la facoltà di ragionare in tribunale della ragione, per poi genuflettersi davanti all’autorità con la divisa, i gradi e quella sana capacità di aggiungere un «cazzo!» al diritto di urlare ordini — il comando è mio, dunque comando! — che la dice lunga sulla nostalgia per l’uomo forte, nella variante del decisionista, del Grande Altro o dell’uomo «che imponga con decisiva volontà il basta! a questa pazza corsa al suicidio […]. Un uomo che sappia guardare in faccia la realtà che non soffre di mezze misure» [1]. Come se…

Come se l’evento di cui tutti hanno detto che… fosse un film, o una rappresentazione fantasmatica. Come se i personaggi che occupano le caselle giuste nei discorsi ben fatti fossero entità disincarnate, trascendentali della Ragione o universali dello Spirito: vedi il rimbalzare da pagina a sito del dialogo tra i due comandanti, quello “codardo” e quello “cazzo!-loquente”, secondo percorsi che dalla pura astrazione giungono a teorizzazioni universali (che sono anch’esse delle pure astrazioni).
Poche, pochissime le eccezioni che provano a complicare il discorso, calandosi nella materialità della condizioni effettuali invece che semplificarlo verso le astrazioni generalizzanti: un abbozzo di analisi delle condizioni generali in cui viene creato il circuito mediatico e comunicativo di quel divertimentificio per tutti che sono ormai le grandi crociere da parte di Sergio Bologna [qui]; e un’analisi puntualissima, che coglie l’essenziale in modo esemplare, di Valentina Longo [qui], nella quale riecheggia, non importa se in modo consapevole o meno, lo straordinario reportage sulle crociere che seppe scrivere David Foster Wallace. Entrambi i testi, et pour cause, hanno alle spalle letture critiche delle condizioni materiali in cui si svolge il lavoro sui mari, la cui conoscenza dovrebbe essere il punto di partenza per una seria discussione: non foss’altro che per non confondere mari, navi, viaggiatori e marinai odierni con quelli di un Melville o Conrad o Stevenson [2].

Jeffrey Eugenides ha inserito Una cosa divertente che non farò mai più nella tradizione del comico anglosassone – da Sterne a Pynchon attraverso Swift -, e con pari legittimità Fernanda Pivano lo ha definto «un ritratto agghiacciante dell’Americano in vacanza».vespa.concordia.jpg A distanza di 15 anni dalla sua pubblicazione, il reportage davidfosterwallaceano è ancora un ritratto agghiacciante non solo dell’americano medio, ma della condizione standard dell’esponente di quella condizione socialmente allucinatoria che è il “ceto medio”, al quale buona parte degli abitanti della parte agiata del mondo continuano a credere di appartenere: e dunque un’impietosa lettura della condizione umana nell’epoca della finanziarizzazione, del capitalismo cognitivo e della cartolarizzazione dell’esistenza — roba pesa, dunque. Di cui [SPOILER] da qui in poi si tratterà: potete continuare a leggere o mollare la pezza (o trovare spunti di maggiore interesse cliccando sulla foto in alto).
In ogni caso, come con lo slogan Costa Crociere “se hai provato una crociera Costa è difficile tornare alla vita di tutti i giorni” [qui], non dite che non eravate avvertiti.

2. Perché non è possibile non farla mai più

«In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste», scrive DFW [3]: quando il divertimento organizzato cessava, «io mi sentivo disperato. Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una combinazione — uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. […] È come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave». DFW fa riferimento al suicidio di un sedicenne avvenuto su una nave da crociera, in apparenza per «pene d’amore adolescenziali», ma aggiunge: «secondo me c’era qualcos’altro sotto, qualcosa che nessun servizio del telegiornale sarà mai in grado di raccontare» [4].

Il qualcos’altro di cui scrive DFW emerge, in prima battuta, nella comunicazione pubblicitaria con cui viene enunciata, con effetti performativi, la sostituzione della capacità d’azione del lettore con l’elenco delle attività, ciascuna delle quali imperdibile, e con la loro programmazione che satura ogni istante della vita — di una vita tradotta in unità temporali discrete e continue, che si susseguono in sequenza come tante caselle in un gioco dell’oca, per consentire a queste attività di occupare ciascuna una casella, in modo che ne rimangano in avanzo (ars longa, vita brevis) a futura memoria [5]. La differenza tra una comune pubblicità e una pubblicità di grande forza performativa è che «nelle solite pubblicità, in cui la vostra capacità d’azione e la vostra libertà dis celta devono essere manipolate, l’acquisto è presupposto del sogno; è il sogno che viene venduto, e non una vera e propria proiezione nel mondo della pubblicità. Non si ha mai la sensazione che ti stiano facendo una vera promessa. È questo che rende la solita pubblicità fondamentalmente fiacca». Al contrario, nella brochure della crociera 7NC [=”Sette Notti ai Caraibi”, la crociera con la nave Nadir narrata da DFW] «voi siete esonerati dalla fatica di costruire il sogno. Lo fa la pubblicità al posto vostro. La pubblicità, insomma, non manipola la vostra capacità d’azione, né la ignora: semplicemente la sostituisce». In altri termini, la promessa pubblicitaria «non consiste nel fatto che avrete la possibilità di godervi la vacanza, ma che ve la godrete di sicuro» [p. 31]. La brochure «Costa Crociere 2012 — gennaio-dicembre 2012» è, su questo piano linguistico, esemplare: basta enumerare alcuni enunciati, senza bisogno di commentarli.

Cominciate a sognare. Prenotare subito è già un po’ partire, perché con il pensiero sarete già a bordo [p. 3].
Pionieri e lungimiranti. Dal 1948 non ci siamo più fermati. Da allora, anno dopo anno, abbiamo celebrato il varo di navi lussuore, sempre più imponenti e all’avanguardia, dotate di ambienti confortevoli ed eleganti, con un servizio impeccabile per la completa soddisfazione dei passeggeri. E siamo arrivati fino ad oggi con lo stesso entusiasmo e lo stesso obiettivo: anticipare sempre ogni vostro più piccolo desiderio [p. 6].
Salire a bordo di una delle nostre navi è come entrare in un mondo straordinario. Fin dalla prima occhiata, rimarrete stregati. […] Ma coraggio, salite. Non vogliamo rovinarvi la sorpresa [p. 14].
Ci piace immaginare il vostro sorriso, mentre fantasticate sulla vostra prossima vacanza. Per questo ci teniamo ad essere i primi a uscire in Agenzia di Viaggi con il catalogo Annuale [p. 28].
Fin dall’inizio della vostra vacanza siete nostri Ospiti. Questo fa la differenza. Possiamo occuparci di organizzare il trasferimento in aereo o in pullman dalla vostra città al porto di partenza dove troverete un sistema di imbarco semplice e veloce. Voi non preoccupatevi di nulla. Pensate solo a rilassarvi e divertirvi con noi [p. 42].
In cabina, meglio che a casa. Salite a bordo ed entrate in cabina, o nella vostra Suite. Benvenuti in un’altra dimensione. Lasciatevi alle spalle stress e preoccupazioni. Qualunque soluzione avrete scelto, state certi che avrete il massimo del confort, del piacere, dell’attenzione [p. 46].
Salite al bordo del divertimento. Divertirvi è la nostra passione, La vita a bordo delle nostre navi non è come sulla terraferma. È un incantesimo, che inizia di giorno con i colori del mare e finisce a notte fonda con le luci della festa. Annoiarsi è un verbo che, davvero, non conosciamo [p. 48].

publicosta.jpgLa vita è una cosa complicata, e anche poco razionale: quante volte i risultati ottenuti corrispondono alle aspettative e alle intenzioni? Quante volte riusciamo davvero a costruire la nostra esistenza secondo un ordine e uno scopo realmente nostri? La vita, diciamolo, è un disegno altrui nel quale ci scopriamo irretiti. Questo ci costringe a continue scelte, ciascuna delle quali riduce le possibilità che ciascuna scelta ci preclude. E, passo dopo passo, sentiamo sempre più prossimo il momento in cui l’insieme delle scelte, e ciò che da esse, quale che fosse la nostra intenzione, ne è conseguito ci immobilizzeranno in una dimensione immodificabile. E tuttavia vivere significa, per l’appunto, fare alcune scelte piuttosto che altre, e avere a che fare con le conseguenze delle nostre azioni tanto quanto con il rimpianto per le scelte non fatte e le ragioni per cui non le abbiamo fatte.
Tutto questo è elementare: non richiede una particolare conoscenza delle ragioni e dell’identità del disegnatore, del perché la nostra vita deve per forza procedere attraverso una progressiva riduzione delle possibilità, eccetera.
La Crociera Costa ci dice, invece, che possiamo sfuggire a tutto questo: possiamo mantenere aperte tutte le possibilità, perché non siamo noi a scegliere. Possiamo realizzare il sogno di un piacere, di un divertimento, di un godimento senza fine, in una bolla spazio-temporale che si muove sul mare mentre, all’esterno della nave, il mondo prosegue la sua folle corsa: ciò che accade all’interno della nave è del tutto slegato da ciò che accade nel mondo esterno, e possiamo godere di questa condizione di isolamento. Ad esempio, possiamo essere del tutto ignari delle condizioni materiali di lavoro, di sfruttamento, delle politiche di dumping con cui le compagnie di crociera si contendono fette di mercato abbassando i prezzi, ma anche la qualità dei servizi. Al più noteremo che il personale di bordo è in massima parte proveniente da paesi del terzo mondo, ma non saremo disturbati dalla loro estraneità o alterità: «Anche lo Staff ha la “C” di Costa. Selezioniamo le persone che più ci assomigliano, cordiali e con la nostra stessa passione per la perfezione», recita la brochure a p. 43. Solo in caso di naufragio (del quale la brochure non parla) ci accorgiamo che gli ufficiali di bordo sono adeguati non al sogno sognato per noi, ma al ribasso delle tariffe che consentono al cittadino medio di accedere a una finzione di vita da ricchi: il capitano Bligh non è compreso nel prezzo.
C’è una sola condizione: che il nostro sogno sia il sogno della Crociera Costa: lasciamo che loro sognino per noi, e accettiamo di buon grado il loro sogno. Anche sognare comporta fatica, e non sempre i sogno sono piacevoli!

Ma c’è un ma.
C’è che quei piccoli indizi che possiamo osservare all’interno (come ci mostra il reportage Valentina Longo) segnalano che le leggi dell’economia, e dunque del lavoro, che agiscono all’interno della nave regolando l’esistenza dei lavoratori globali a salario variabile [6] sono le stesse che agiscono all’esterno (come sanno bene tanto Schettino quanto De Falco): sfruttamento della manodopera, precarizzazione, riduzione del capitale variabile (ossia dei salari), costruzione di navi sempre più grandi per abbattere i costi (come segnala Bologna). E la bolla nella quale crediamo di viaggiare, all’interno del sogno che la compagnia di crociere sogna per noi, è tutt’altro che una bolla: perché anche là fuori, nel mondo esterno, le nostre scelte vengono effettuate da altri. Ma soprattutto: perché il nucleo duro della forza performativa delle campagne pubblicitarie delle crociere è l’inclusione, all’interno del circuito della produzione di valore, dei nostri desideri e dei nostri affetti. L’affettività e il desiderio sono messi a valore, ossia trasformati in profitto, in mille diversi modi: solo per rimanere al caso dei lavoratori del mare (ma anche dei trasporti su gomma), dalla «solitudine maschile resa forza produttiva», [7] cui viene contrapposta la forza produttiva della capacità relazionale femminile; e ancora, pescando a caso, dalla vita affettiva che viene regalata a Facebook (che ne estrae plusvalore), al circuito delle badanti che si fanno carico del deficit di affettività, attenzione, relazione nei confronti delle e degli anzian@; dalla messa a valore dell’erotismo in scala popular, con la quotidiana offerta di tette e culi sporgentisi dal teleschermo (come ha mostrato Lorella Zanardo con Il corpo delle donne) o con una proliferazione del porno in quantità inversamente proporzionali alla qualità filmica o estetica – cioè con la banalizzazione del corpo in un assemblaggio di parti ridotte a funzioni e messe a valore nello stesso modo in cui il corpo dell’operaio veniva, e tutt’ora viene messo a valore nel rapporto con la macchina tayloristica.
sonondella ragione.jpgQuando il sogno finisce, il turista si ritrova solo con se stesso, e rischia di scoprire che la crociera gli è familiare (anche nella possibilità di accedervi con una conveniente ratealizzazione di una cifra cha appare tutto sommato accettabile) proprio perché la crociera è la replica di quella veglia dalla quale credeva di sfuggire attraverso il sogno. Ecco perché non possiamo non farla, quella cosa divertente: possiamo sfuggire alla sua replica fittizia su nave, non al suo sostrato materiale, che è la vita quotidiana assoggettata ai dispositivi del capitalismo globale.

3. Perché non è una cosa divertente

Negli anni Settanta Félix Guattari creò, assieme a Gilles Deleuze, un concetto oggi poco praticato anche negli ambienti del cosiddetto post-strutturalismo (o, peggio ancora: della French-Theory): quello di macchina desiderante. L’intera macchina de L’anti-Edipo [8] è stata creata a partire da questo concetto, il cui scopo teorico era quello di far saltare la macchina lacaniana. Per Guattari e Deleuze, il desiderio è primo rispetto al suo oggetto: nel senso che non ne è vincolato né orientato; il desiderio non è sottomesso al bisogno, cioè a una mancanza che dev’essere colmata; non è reattivo (non risponde a una lacuna, o un’assenza o una carenza), ma produttivo. È (mi rendo conto di star banalizzando, com’è giusto fare in certi casi) la potenza produttiva del reale: nel senso che il mondo è prodotto, non è qualcosa che è già dato e quindi immodificabile, (ontologicamente) primo rispetto a noi, inattingibile, inconoscibile. Col loro linguaggio esoterico, Guattari e Deleuze installavano la macchina desiderante nella “casella vuota” della struttura lacaniana per farla saltare, e non per sostituirne un oggetto con un altro. Traduco: contro una teoria del desiderio che individuava un’identità fittizia (l’oggetto-a) sempre in relazione con gli oggetti del desiderio (a’), finendo per fare di questa relazione una sorta di schermo oscuro che preclude al soggetto il reale, la macchina desiderante aveva lo scopo dimostrare il carattere fittizio (ancorché “reale”) di questo schematismo. Di mostrare, insomma, che il Grande Altro (il Padre, la Legge, il Potere, fate voi) è anch’esso una costruzione. Che rispetto all’alienazione cui siamo condannati dalla falsa credenza in un primato di questo Grande Altro che determina e orienta il nostro desiderio orientandolo su questo o quell’oggetto designati come degni di essere desiderati, c’è ben più che una semplice strategia di presa d’atto di questo stato di cose: il mondo, insomma, può non essere solo conosciuto, ma anche rovesciato [9]. In altri termini, Lacan è un po’ il David Ricardo dell’inconscio: fondamentale per capire la differenza tra rendita, profitto e salario, ma poi deve arrivare un Marx a spiegare che non dal lavoro, ma dal pluslavoro si origina il (plus)valore. E questo vale, a maggior ragione, oggi che il desiderio stesso è irretito nella macchina della produzione di valore attraverso la messa a valore dell’intera esistenza: la cartolarizzazione dell’esistenza attraverso la sua precarizzazione, l’estrazione di valore non solo dalla capacità produttiva “fisica”, ma anche dalla capacità cognitiva, comunicativa, intellettuale.

Ecco perché il sinistro della Concordia è sinistro [10]: perché corre il rischio di mostrare la nudità dell’imperatore. Di svelare non solo il carattere fantasmatico e autoritario – «simil-genitoriale», con le parole di DFW – dell’imperativo a godere che irretisce il desiderio per estrarne valore, ma anche la sua precarietà, proprio nel momento in cui la macchina della precarizzazione — il capitalismo finanziario — si prepara a produrre Grandi Altri fittizi ma rassicuranti, paterni, un po’ autoritari, che ci facciano desiderare di essere comandati nel giusto modo da persone che sanno stare al loro posto e fare il loro lavoro, se necessario con un po’ di nerbo (cazzo!).
La questione diventa allora come agire per non fare mai più cose che sembrano divertenti senza esserlo: confliggere con i dispositivi di potere del capitale finanziario, ad esempio.

Note al testo

[1] Queste parole sono citate da un redazionale del giornale fascista “Gazzetta ferrarese”, 20 ottobre 1920.
[2] Valter Zanin, I forzati del mare. Lavoro marittimo nazionale, internazionale, multinazionale. Problemi metodologici e linee di ricerca, Carocci, 2007; Devi Sacchetto, Fabbriche galleggianti. Solitudine e sfruttamento dei nuovi marinai, Jaca Book, 2009; Sergio Bologna, Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale, EGEA 2010. Tra gli interventi, volendo essere generosi, si può riconoscere che anche Adriano Sofri ha quantomeno ricordato la condizione del migrante in perpetuo stato di naufragio: «Fra la premura che dedichiamo ai migranti e quella riservata alla Concordia c’ è una sproporzione più grande che fa i loro miserabili barconi e la nave colossale del Giglio. E questo ha molte spiegazioni comprensibili, ma nessuna cancella del tutto una differenza che ha a che fare col valore di mercato delle vite, che è un sinonimo leggero del razzismo» [qui].
[3]David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, ed. or. 1997, Minimum Fax, 2010, p. 21.
[4] Sull’argomento del suicidio segnalo questo recente intervento di Serge Quadruppani: «Dans la classe ouvrière, la dépression s’aggrave: ici, c’est un ancien de Continental, là, une employée de chez Tati qui se sont tués, vaincus par une société où la force de travail devient chaque jour un peu plus quantité négligeable. Après les grandes espérances de l’année 2011, le piège à con des élection s’étant refermé sur les insurrections arabes, la terrorisation par la crise pétrifiant pour l’instant les esprits et les coeurs, on marque le pas, c’est sûr», qui.
[5] L’importanza delle campagne di informazione pubblicitarie risalta dall’evidenza con cui la Costa Crociere comunica i diversi premi ottenuti nel campo comunicativo nell’ultimo devennio. Eccone un elenco, tratto dal sito della compagnia:
China ROI Media Award, 2009. Il 22 settembre 2009 Costa Crociere ha ricevuto in Cina il Golden Prize del “China ROI Media Award”, premio istituito da Asia International Creative Communication Group per premiare le iniziative di marketing e pubblicità che hanno generato i migliori ritorni sull’investimento. La Compagnia italiana è stata premiata per il product placement realizzato con il film “If you are the one” del regista cinese Feng Xiaogang, girato in parte a bordo di Costa Allegra, in testa ai box office nel periodo di Natale 2008 e visto da oltre 10 milioni di persone al cinema. Il film è stato sostenuto da una campagna di marketing integrato ad opera di Costa Crociere.
Golden Magellan Award di Travel Weekly, 2009. Nel settembre 2009 Travel Weekly, una delle principali riviste trade di turismo degli Stati Uniti ha premiato Costa Crociere con il Gold Magellan Award per la miglior campagna di direct mail.
The Best Marketing Promotion Award, 2007. Costa Crociere è stata premiata dalla rivista Traveler, la più importante rivista di turismo e viaggi della Cina, con il “The Best Marketing Promotion Award”, il premio dedicato alla migliore campagna di marketing della Cina, assegnato in occasione del “Gold List Travel Award 2007”, l’evento annuale a cui partecipano i principali operatori nell’industria del turismo cinese.
Consumer Superbrands Award, 2005-2006. In occasione del Tribute Event Topbrands, che si è svolto a Torino il 25 ottobre 2005, il marchio Costa Crociere è stato insignito del Consumer Superbrands Award 2005-2006 per la categoria “Identificazione”.
“Stella d’argento” 2004 di Assocomunicazione. La campagna promozionale di Costa Crociere “Apri una parentesi” è stata premiata con la “Stella d’argento” da Assocomunicazione, associazione delle più importanti imprese di comunicazione italiane. La campagna, uscita nel marzo 2004, è stata sviluppata su stampa periodica e con il supporto di espositori posizionati nelle agenzie di viaggio, nei grandi magazzini e in 100 palestre italiane. La creatività “Apri una parentesi” era incentrata sul concetto rigenerante delle crociere di primavera.
Interline Award, 2004. L’Interline International Group ha assegnato a Costa Crociere l’Interline Award per la “Migliore Campagna Pubblicitaria 2003″, grazie al successo riscosso presso la giuria dalla campagna televisiva “La vacanza che ti manca”.
Premio “POPAI Europe Awards 2004″. Costa Crociere è stata premiata con il Popai d’Argento per l’allestimento delle sue vetrine nel 2003 in occasione del “POPAI Europe Awards 2004″, prestigioso concorso francese aperto a tutti gli operatori della Pubblicità sul Punto Vendita.
Premio Ediforum Tns-Abacus, 2002. Gli spot della campagna televisiva “La vacanza che ti manca” di Costa Crociere [qui] hanno vinto il premio Ediforum Tns-Abacus relativamente alla categoria Turismo e tempo libero. Il premio, istituito dal Gruppo editoriale Ediforum in collaborazione con Tns Abacus, ha l’obiettivo di testare l’efficacia ed il ricordo della comunicazione pubblicitaria su carta stampata, affissione e televisione.
Key Award, 2002. Costa Crociere ha vinto con lo spot “colazione” della campagna televisiva “La vacanza che ti manca” il prestigioso premio Key Award, assegnato per la categoria “tempo libero, sport, turismo e viaggi”. Lo spot è stato apprezzato in virtù del suo linguaggio innovativo e della suo tono ironico. Obiettivo del premio Key Award è quello di migliorare l’efficacia comunicazionale ed estetica degli spot italiani.
Interactive Key Award, 2002. Costa Crociere ha vinto l’Interactive Key Award 2002 nella categoria “Oltre il Banner”, riconoscimento che premia la creatività e l’innovazione tecnologica nella comunicazione online. E’ risultata vincente la campagna pubblicitaria digitale – “Prenditi mezz’ora di vacanza e organizza la tua crociera con www.costacrociere.it” – che Costa Cociere ha sviluppato in collaborazione con McCann-Erickson per promuovere il concorso online “Una crociera tagliata su misura”, rivolto agli utenti web che hanno scelto e organizzato una crociera via Internet e l’hanno successivamente acquistata presso un’agenzia di viaggi.
Pomo d’Oro Excite Award, 2002. La campagna pubblicitaria online di Costa Crociere, denominata “Prenditi mezz’ora di vacanza e organizza la tua crociera con www.costacrociere.it” ha vinto, nella sezione tempo libero, la seconda edizione del concorso “Pomo d’Oro Excite Award”, uno dei più importanti premi dedicati alla pubblicità su Internet in Italia. La campagna, prodotta da McCann-Erickson, consisteva in un video digitale interattivo, spedito via e-mail tra luglio ed ottobre 2001 per promuovere il concorso online “Una crociera tagliata su misura”.
[6] Cfr. Devi Sacchetto, Fabbriche galleggianti. Solitudine e sfruttamento dei nuovi marinai, cit., cap. III.
[7] Ivi, p. 24; Devi cita a sua volta Sergio Bologna.
[8] Gilles Deleuze, Félix Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, ed. or. 1972, Einaudi, 1975. L’Introduzione di Alessandro Fontana (pp.xi-xl) resta a tutt’oggi una delle sue migliori sintesi.
[9] Ad esempio, quando Lacan afferma che lo schema disegnato da Freud in Psicoanalisi delle masse e analisi dell’io non ha a che fare con masse e potere, ma sempre e solo con l’io, dice una cosa esatta pur dicendo una cosa errata: nel senso che lo schema, e il testo, di Freud hanno a che fare con la massa; nondimeno quello che accade tra i singoli membri di una massa e il loro leader carismatico accade all’interno di ogni singolo, anche quando non è, in apparenza, all’interno di un rapporto di potere (come per altri versi ci mostra Foucault, soprattutto nei Corsi tutt’ora in via di pubblicazione). Il che vuol dire che l’intera analisi freudiana e dei freudiani (Lacan compreso), così come la schizoanalisi di Guattari e Deleuze, sono sempre politiche. Detto con le dovute cautele, mi sembra che questo sia l’orizzonte all’interno del quale oggi Zizek rilegge Lacan: un uso e un orizzonte che a suo tempo, e con notevoli risultati, praticò Louis Althusser. In questa direzione va il testo di Wu Ming 1 Note sul “potere pappone” in Italia, 1a parte: Berlusconi non è il padre», qui.
[10] Questo termine è il titolo di un fondamentale scritto di Sigmund Freud del 1919, Das Unheimliche [Il perturbante, in Opere, vol. IX, Boringhieri, 1977, pp. 77-114], la cui lettura è il punto di partenza — molto più della trama del romanzo di Stephen King — dello Shining di Kubrick. La traduzione di Unheimlich con “sinistro” è di Francesco Orlando.

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