di Roberto Sturm

raymond10grande.jpgDerek Raymond, Stanze nascoste, Meridiano Zero, Padova, 2011, pp. 336, € 16,00 e Incubo di strada, Meridiano Zero, Padova, 2010, pp. 160, € 13,00

Finalmente arriva anche in Italia Stanze nascoste, l’autobiografia di un grande — forse il più grande — scrittore di noir contemporaneo, Derek Raymond, pseudonimo di Robin Cook, scomparso nel 1994. Il merito di aver portato in Italia l’autore inglese va a Meridiano Zero, che recentemente ha anche pubblicato Incubo di strada, di cui parleremo più avanti.
Nato da una famiglia aristocratica, Derek Raymond lascia presto la sua casa (un castello) per andare ad osservare il mondo dalla parte della barricata meno comoda. La sua vita è a dir poco avventurosa, girando l’Europa, la Spagna, l’Italia e molta Francia, e sbarcando il lunario con lavori spesso al limite e oltre la legalità. Perché per essere un buon scrittore di noir, ci ricorda l’autore, non basta pensare come parlano i delinquenti ma è indispensabile parlare con loro; non si può immaginare cosa si prova perdendo l’amore ma bisogna perderlo davvero, né come si vive per strada perché è necessario viverci; e per narrare la disperazione occorre diventare disperati. E questo è il motivo per cui molti romanzi etichettati come noir sono solo degli innocui polizieschi o gialli.


Nel saggio Perché odio Agatha Christie Raymond afferma: “…il fine della regina del giallo era proprio quello di sedare e tranquillizzare la middle class inglese, salvandola dalle paure di qualunque cambiamento sociale”, e critica aspramente la rappresentazione bidimensionale della vittima in quei romanzi.
E l’incolmabile diversità rispetto alla Christie è ribadito: “A me sembra che il fine principale della scrittura debba essere indagare la realtà nel modo più profondo possibile: non è credibile uno scrittore che non sia mai stato tormentato dal fantasma di una morte violenta, che prorompe all’improvviso nella stanza, né abbia mai provato su di sé l’angoscia della disperazione assoluta”. E del resto Raymond ci rivela che quando scriveva risultava indisponente e distratto. Il suo immedesimarsi nei personaggi, nelle vittime, era completo e la sua mente ruotava sempre attorno all’idea del romanzo.
L’autobiografia dedica molti passaggi a Il mio nome era Dora Suarez, quarto titolo del ciclo della Factory del Tenente senza nome (ciclo di cui si è parlato anche qui). È il romanzo di Raymond che amo di più, forse il più violento, dove la disperazione e le sofferenze della vittima passano direttamente all’investigatore e dove sono più evidenti le caratteristiche dello scrittore: la lucidità nell’indagare la società, la predisposizione a vedere il mondo circostante con gli occhi della vittima, il sentire pulsare nelle vene il desiderio di una giustizia che rasenta la vendetta, la pietà per i perdenti. La stesura del romanzo, durata diciotto mesi, lo fece vivere sull’orlo di un baratro, per il totale coinvolgimento emotivo. Un testo sofferto, scritto per entrare nei propri incubi, nel proprio intimo più nascosto, e che ha sovvertito i canoni tradizionali del noir.
In Stanze nascoste, inoltre, Derek Raymond dà anche parecchi consigli di scrittura: un’occasione per capire come siano nati romanzi di una caratura superiore, sia dal punto di vista stilistico che dei contenuti.

raymond9grande.jpgIncubo di strada non fa eccezione. Nonostante pensassi di trovarmi di fronte a un episodio minore (pregiudizio che trova riscontro in una frase dell’autobiografia: “Non è un libro riuscito, e non sono certo il solo a pensarla così”), non avevo considerato che Raymond, anche se non in piena forma, spazza via una quantità di colleghi.
Kleber è un detective di un distretto di Parigi. Non ha mezze misure, in nessun campo, perché è ossessionato dalla giustizia. Per questo si mette nei guai picchiando un collega appena promosso e per questo viene sospeso per due mesi dal servizio, in attesa di un probabile licenziamento. E ancora per questo il suo miglior amico, Mark, è un delinquente e l’amore della sua vita, Elenya, è una ex prostituta. Non è difficile, per Kleber, mettersi nei guai; riesce però sempre a sfilarsi dalle situazioni più complicate. Del resto è stata la strada la sua scuola.
Ma ad un tratto tutto cambia: prima con la morte della moglie, Elenya, poi dell’amico Mark. E da qui comincia la discesa verso l’abisso, verso una non vita. Amore e sofferenza, vita e morte, sentimento e insensibilità, bene e male, fede e dubbi, sogno e realtà si sfiorano fino a (con)fondersi. Fino a rendere Kleber un disperato in attesa di ricongiungersi con Elenya e Mark.
Una prima parte del romanzo in cui sono protagonisti l’azione, il deterioramento della società, l’indifferenza della gente e i tentacoli della criminalità. Una seconda in cui l’amore e il sentimento prendono il sopravvento sulla trama e sul protagonista, che si interroga sul senso della vita, sulle cose per cui vale la pena vivere, sulla morte, sulla solitudine (peggiore della morte), sugli affetti, sull’amore e sui limiti dell’esistenza.

Due libri importanti, insomma: un romanzo che va oltre la trama e travalica i limiti di genere e un’autobiografia che, oltre a narrare gli episodi fondamentali della vita dello scrittore, ne svela i dubbi, le paure, gli incubi ma anche i punti di forza: la ricerca ossessiva della giustizia sociale, dell’amore, dei sentimenti, di un senso alle aberrazioni che si compiono ogni giorno. E la sua disperata paura per il peggior male del nostro tempo: l’indifferenza.

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