Storia scellerata, incompleta e faziosa della shred guitar

di Filippo Casaccia

I’m not very good technically,
but I can make the guitar fuckin’ howl and move
John Lennon, 1971

shred.jpgIl ricordo ammanta il passato di una luce dorata e spesso ci fa dimenticare quali periodi di depravazione abbia attraversato la musica. Rimbambiti da nostalgie à la Fazio, tutto diventa “mitico” e ci si commuove ascoltando Gazebo, magari sorseggiando — da veri antimonopolisti — una Royal Crown Cola. Gli anni Ottanta ci hanno lasciato spazzatura irriciclabile: i colori squillanti e le spalle rinforzate nella moda, l’estetica berlusconiana in tivù, i socialisti in politica, la Milano da bere, i capelli trattati col gel… E lo shred metal nel rock.
“To shred” significa fare a pezzettini: il pentagramma per gli appassionati, i coglioni per chi aborrisce questa pratica onanistica sul manico dello strumento. E mentre il rock mainstream era paurosamente orfano di belle chitarre, andava crescendo sul mercato la musica dura, con le punte estreme dei virtuosi a sei corde. Dopo i guitar heroes dei Settanta, ecco la deriva fascistoide: la chitarra è un’appendice fallica maschilista e l’assolo la prova della tua ottusa virilità. E con gli ultraveloci degli Ottanta la destrezza sostituisce il buon gusto. Poi, si badi, a nessuno sano di mente può dispiacere la svisata supersonica. Il problema è quando la svisata dura dieci minuti e diventa la ragion d’essere musicale di un artista. O presunto tale.


shred01.jpgI cattivi maestri li conoscete tutti. O forse no: già nei primi Sessanta Chet Atkins sfidava le leggi della fisica e sembrava possedere 18 dita, ma facevano paura anche Speedy West e Jimmy Bryant. Ma quello era country, alla fin fine. Alvin Lee a Woodstock è sembrato irraggiungibile con la sua I’m going Home, un boogie supersonico che segnò una generazione. Però poi è arrivato Eddie Van Halen che ha introdotto il tapping su scala mondiale col brano Eruption; poi Randy Rhoads, il neoclassico che ha rimesso in carreggiata un Ozzy Osbourne sempre più fulminato; poi, ancora, Yngwie Malmsteen, lo svedese beone e dall’alito barricato, figlio degenere e panzuto di Ritchie Blackmore e Paganini. Oppure Steve Vai, di nobile ascendenza zappiana, che ha parzialmente riabilitato il genere (anche se chi ha buona memoria non può dimenticare il cafonissimo film Crossroads, in cui Steve duella chitarristicamente con un Ralph Macchio velocizzato in maniera pacchiana), così come l’imprendibile Steve Morse, tra country, prog e hard (un mischione indigeribile). E dopo un non disprezzabile Joe Satriani che ha portato lo shred in classifica è seguita una folta schiera di epigoni, alcuni anche suoi allievi.
Appartenendo però a Vai il record di 21 plettrate al secondo, praticamente come un frullatore Girmi, gli epigoni hanno dovuto elaborare strategie più raffinate per ottenere la ribalta: partiture sempre più complicate, chitarre con più corde ancora, acconciature vaporose, trucco vistoso e abbigliamento circense.

shred02.jpgNel mio personale ranking prevale su tutti l’inimitabile Michael Angelo Batio, un chitarrista bimane, cioè ambidestro, con una capigliatura semplicemente clamorosa eretta sul capo, tanto da sembrare il berretto di procione di Davy Crockett. Michael Angelo ovviamente il berretto non lo porta e a metà Ottanta milita nel mai sentito — per fortuna – gruppo Nitro: la sua fama, oltre alla celerità impressionante, è dovuta anche all’invenzione della “quad guitar”, una chitarra da sbulaccone a quattro manici disposti a croce e peso da ernia fulminante. Non so a che punto sia la sua carriera ma grazie a dio qualcuno ha inventato YouTube dove c’è ampia documentazione delle epocali vhs “tutorial” in cui Michael Angelo dimostrava la sua abilità. A prima vista vi chiederete perché l’immagine sia speculare. Poi vi renderete conto che questo sublime personaggio ha una chitarra a due manici divaricati, uno per la mano destra e uno per la sinistra, tenuta al collo come una medaglia. Dopo il classico conteggio per dare il tempo e complice l’amplificazione, parte una doppia raffica di Uzi: se sul valore musicale di queste composizioni a doppia voce si potrebbe obiettare (è un tintinnare isterico di note in armonia, per l’uomo comune assolutamente incoerenti), è indiscutibile l’involontaria comicità di Michael Angelo quanto a capigliatura, postura ed esibizione di smorfie esagerate che dovrebbero farci intuire il suo estremo godimento. In realtà pare che stia ingoiando un topo.

shred03.jpgMichael Angelo è il prototipo dello shredder, l’eroe di quel Medio Evo del rock in cui qualunque gruppo di scalzacani poteva dotarsi di un guitar slinger e fare la sua porca figura, anche in classifica. I nostri sonni sono ancora turbati da gruppi come Dokken, Ratt o Poison, dove al frontman belloccio idolo delle ragazzine si affiancava un mitragliatore di note, probabile idolo di nerd imberbi. E tutti, cantanti e chitarristi, con vistose erezioni tricotiche in testa sostenute dal Viagra dell’epoca, 4 atmosfere di lacca. Personaggio mica male, dal capello barocco e dalla schitarrata neoclassica, era Maestro Alex Gregory, uno che ha devastato il repertorio di Paganini e oggi si vanta di suonare “Bach on Steroids”. Questo campione di eleganza licenziò all’epoca un album sulla cui copertina si era fatto immortalare mentre pisciava sulle tombe di Malmsteen e di Vai. Detto tutto.

shred04.jpgD’accordo con la mia teoria che la musica bianca è buona quando i capelli crescono verso il basso e non verso l’alto, non si può dimenticare Jennifer Batten, una stangona con criniera platinata alta venti centimetri, tipo il tizio perverso di 1997, fuga da New York. Probabilmente l’avrete intravista assieme a Michael Jackson, che ha accompagnato in diversi tour mondiali. La Batten era il degno contraltare visivo del suddetto zombie: fasciata in pelle borchiata e sguaiata allo strumento, con cui produceva grandinate di aculei sonori vicini all’ultrasuono e avvertibili solo da alcuni cani. Oggi s’è redenta e ogni tanto collabora con Jeff Beck.
Il top del genere lo ha infine raggiunto l’accoppiata iperveloce dei Cacophony: Marty Friedman (poi nei Megadeth) e Jason Becker. I due shredder in realtà sono tra i più preparati e intelligenti musicisti del periodo e li mette assieme Mike Varney che, con la sua etichetta Shrapnel (nomen omen), era il guru del chitarrismo estremo. Sui dischi dei Cacophony ho poco da dire — io indulgo in maniera occasionale con questa musica: questo post, diciamo, è un avvertimento, ecco — se non che vieni travolto da sequenze di note paragonabili al suono di una macchina da cucire Singer fuori controllo, mentre le ritmiche ricordano un martello pneumatico.

shred05.jpgA fine Ottanta, i capelli ricominciano a cascare e Paul Gilbert (che oggi i capelli li porta corti) diventa il non plus ultra dello strumento: tocco nitido, dinamismo da paura e lungimiranza interpretativa, come dimostrato dal redditizio singolo saccarinoso dei Mr. Big To Be With You. Ma a Gilbert voglio bene per altri due motivi. Ha pubblicato un dvd dove si esibisce conciato come un astronauta e poi s’è reso protagonista — inconsapevole – di una gag da palco memorabile. In concerto coi Mr. Big eseguiva un brano fulmicotonico per il quale si doveva aiutare con un trapano cordless a cui aveva applicato un plettro sulla punta. Una volta però, nel colmo dell’eccitazione, gli finiscono i capelli nel plettro impazzito e il Makita (sponsor ufficiale della band, figuratevi!) comincia a scartavetrargli il cuoio capelluto sinché qualcuno non schiaccia il provvidenziale tasto reverse che permette di sciogliere letteralmente la matassa. Inconvenienti dell’hair metal.
A inizio Novanta succede il Grunge, il Mani pulite del rock. Gli assoli mostruosi passano di moda e i capelli cadono definitivamente sulle spalle. Indugiare sulla chitarra è da sfigati e il buon vecchio Kurt Cobain dimostra che una bella frase distorta vale più di mille note sparate come un disco a 78 giri. Non tutti gli shredder afferrano – tanto veloci sul manico, tanto lenti di comprendonio – e comincia un patetico rosario di gruppi sciolti, carriere fottute, chitarre abbandonate. Tra chi sa adeguarsi, sicuramente ci sono Satriani (a scanso d’equivoci è pelato come una biglia), lo stesso Gilbert e anche Buckethead, l’ultimo eroe della chitarra, il più moderno, e di cui Gilbert è stato maestro.

shred06.jpgBuckethead ama i polli, i robot e Disneyland. E in faccia non lo ha mai visto nessuno perché indossa una maschera da carnevale veneziano sormontata da un secchiello del Kentucky Fried Chicken, per fortuna vuoto. Quando risponde alle interviste si mette un’altra maschera, si fa chiamare Herbie e risponde in terza persona, come Maradona. Se dal punto di vista identitario il tipo ha evidentemente qualche problemino, musicalmente è uno spasso (se preso per dosi omeopatiche, s’intende). Compagno di scorribande sonore di John Zorn o Les Claypool (Primus), ha suonato musica di tutti i tipi, spaziando dal metal al funky e sempre blaterando di pollame e di invasioni di robot giganteschi. E la sua cerchia di accoliti accetta tutto, anche perché quando parte l’assolo è una sagra di fuochi d’artificio tanto che per un po’ di tempo Buckethead ha suonato nei Guns ‘n Roses, versione solista di Axl Rose. In studio pretendeva fosse montato un piccolo pollaio, opportunamente inzaccherato di merda autentica di pennuto. Poi ha prevalso il buon senso, anche se non so di chi, e il chitarrista è stato cacciato dalla band.
Com’è evidente, la velocità alla chitarra è comunque un mito insensato, un po’ come la lunghezza del pene. Ed è una sorpresa scoprire che oggi l’essere umano più veloce sul manico sia una donna fuori come un balcone. Si fa chiamare The Great Kat e non ho trovato una sua foto senza che avesse le fauci spalancate come un vampiro, sempre (s)vestita da dominatrice e inzaccherata del sangue dei suoi nemici. A suo modo, nel personaggio, c’è una follia che sfiora la genialità: siamo dalle parti dell’arte concettuale, di quella dura, che a Cattelan ci fa un baffo.

shred07.jpgDiplomata giovanissima alla prestigiosa Juilliard e ritenendo che la musica classica fosse morta a causa di scoreggioni come Cage e Schoenberg, The Great Kat ha deciso di convertire i temi immortali di Paganini, Vivaldi, Beethoven e Wagner in quello che lei definisce lo shred/classical, dove le partiture sono una gragnuolata di proiettili. L’ho contattata via mail ben sapendo che è un tipetto da prendere con le molle: tratta gli interlocutori come pezzenti e, se risultano fastidiosi, minaccia di piantargli un tacco in culo. Anche lei parla di sé in terza persona e sinché non inizio con le domande vere e proprie risponde con cortesia affettatissima, poi, al primo quesito, parte digitando in maiuscolo e in grassetto per simulare urla e generale isteria e condisce ogni risposta con punti esclamativi e ripetuti inviti a leccargli i piedi e inchinarsi davanti alla sua maestà. Paradossalmente discutiamo — se così si può dire — di Giuseppe Verdi e Paganini (che l’invasata ammira, modesta), ma il resto del mondo, compreso quello dei chitarristi, è ovviamente composto da esseri che definisce schiavi, gente lenta e inferiori in generale. L’unico personaggio verso cui mostra ammirazione (ma lo ammette a fatica) è quell’altro sciroccato di Ted Nugent. Ma forse c’entrano le idee di Ted su come relazionarsi coi nemici degli USA. Nel suo bellicoso Wagner’s War (dura — giuro — 11 minuti: “La gente NON ha tempo, STUPIDO!”) Kat espone liricamente così la sua ricetta per i terroristi di Al Qaeda: “Disossarli e incenerirli come croccantini, buttare il loro cadavere su una pila di merda”. Ovviamente il miagolio di semibiscrome di questo zuccherino pro-Bush non è proprio per tutti i gusti anche se titoli come Bloody Vivaldi, Rossini’s Rape o Beethoven on Speed fanno augurare un po’ d’ironia. The Great Kat non toglie mai la maschera: sostiene di non dormire perché “è per i perdenti” e non ha hobby particolari fuorché “SBRANARE musica classica”. Non mi sono avventurato in campo sessuale, ma probabilmente apprezzerà i tempi del leone, felino che conclude in 7 secondi netti e, se fumasse, ci metterebbe pure una sigaretta.

In Rete, oggi, trovate massacri del Volo del calabrone o di Tico Tico da guinness dei primati, protagonisti spesso dei bimbominkia ingobbiti sullo strumento, tristissimi e costretti continuamente a migliorarsi, ad aumentare i bpm su cui sfidarsi in una insensata ricerca del punto di non ritorno. Però c’è anche chi sa riderci sopra, senza abiurare: vi consiglio l’impagabile sito guitarshredshow che, tra animazioni fantasiose e scale per chitarristi con 7 dita, vi assicura pure profonde massime zen.
Però adesso vado ad ascoltarmi gli Allman Brothers. Ciao, bella gioia.

Questo post riprende materiali decisamente shredded già apparsi su Rolling Stone.

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