di Valerio Evangelisti

CremaschiIlRegimeDeiPadroni.jpgGiorgio Cremaschi, Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne, Editori Riuniti, 2010, pp. 220, € 15,00

Si può essere un grande sindacalista e, nello stesso tempo, scrittore raffinato? Giorgio Cremaschi dimostra di sì. La prima cosa che mi ha colpito, in questo suo Il regime dei padroni, è stata la qualità della lingua e dello stile. Parrà ad alcuni un pregio secondario, ma non lo è. Non ci sono molti esempi di critici attivi del sistema — “attivi” nel senso di organizzatori e di agitatori — che siano anche dei letterati. Vittorio Foa lo fu a suo tempo, a parte cedimenti e concessioni nella parte finale della sua lunga vita. Giorgio Cremaschi in un certo senso lo reincarna, in forma più aggressiva. Morde il suo linguaggio, mordono le sue idee. Insomma, siamo di fronte a un intellettuale completo, nel senso migliore, quasi rinascimentale, del termine.
Ciò che ho scritto finora va messo tra parentesi, perché ovviamente, di fronte al libro di un dirigente del maggiore sindacato di fabbrica che compone la CGIL — la FIOM, Federazione Italiana Operai Metalmeccanici, dalla storia lunga e gloriosa — è in primo luogo alle idee, e non allo stile, che bisogna badare.

Le idee ci sono, e risultano dirompenti. Cremaschi scrive dopo gli infausti “accordi” FIAT di Pomigliano e prima di quelli di Mirafiori, tra referendum condotti sotto minaccia di licenziamento e l’opportunismo di forze sindacali minoritarie (rette da contingenti di pensionati), pronte a siglare qualsiasi svendita di diritti pur di mantenere quello di interloquire in qualche modo. Forze regredite, dopo l’ubriacatura degli anni ’70, al ruolo originario di “sindacati gialli”, complici del padronato pur di essere interlocutori affidabili del governo.
(Non a caso un collettivo milanese ha dipinto la sede UIL di giallo: vedi qui il filmato).
Nell’analisi di Cremaschi, Sergio Marchionne è la testa di ponte del modello di relazioni industriali a venire. Un modello “americano”, dopo le ripetute sconfitte che il movimento operaio statunitense subì dagli anni Trenta. Sindacati addomesticati, oppure esclusi dalle contrattazioni. Nemmeno ammessi in fabbrica, quale che sia il numero degli iscritti. Arbitrio totale del padronato (Cremaschi ha il merito di chiamare “padroni” quelli che, nel pudico linguaggio corrente, sono definiti “imprenditori”) su elasticità dei ritmi e degli orari di lavoro. Eliminazione degli organi elettivi della manodopera conquistati tre decenni fa. Soppressione dei contratti nazionali, al prezzo di violare principi della Costituzione che un governo amico è pronto a modificare, se serve.
Si veda sull’ultimo punto non tanto Berlusconi, tutto preso dai suoi biblici piaceri senili (“biblici” in quanto l’ormai decrepito Salomone, secondo l’Antico Testamento, amava coricarsi con giovincelle che lo scaldassero), ma il torvo ministro Sacconi. E Tremonti, e Brunetta. Creature da circo Barnum. E non a caso è all’epoca di Barnum che ci vogliono riportare. Ai primi del Novecento, quando un lavoratore non organizzato era solo di fronte a un padrone (PADRONE) che poteva tutto.
Un unico appunto critico. Cremaschi pare credere alla possibilità che l’Unione Europea intervenga a frenare Marchionne e la deriva reazionaria italiana. Personalmente non ci credo affatto. Il Trattato di Lisbona, approvato al di là di ogni regola democratica, non lascia molte speranze.
Che fare, allora? Cremaschi allude a un’azione di massa, che si è concretizzata nella richiesta insistita, espressa dalle piazze ma finora ignorata dalla CGIL (per non parlare del PD, partito di polistirolo autoevaporante), di uno sciopero generale. Guarda forse alle altre sponde del Mediterraneo, o a riuscite esperienze pregresse del movimento operaio. Chissà che non ce ne venga qualche insegnamento…
A parte tutto, leggete questo libro, vi prego. E’ illuminante, anticipatore, lucidissimo.

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