di Sandro Moiso

engels.jpgTristram Hunt, La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels, Isbn, Milano 2010, pp.400, euro 27,00

Di roghi di libri, certo, Friedrich Engels se ne intendeva.
A partire dalla messa al bando del Manifesto del Partito Comunista, nel 1852, seguita alla condanna dei comunisti nel processo di Colonia, innumerevoli sono state le opere da lui firmate, da solo o con Karl Marx, messe fuori legge o distrutte dai regimi reazionari o autoritari degli ultimi centosessanta anni.

Non solo per questo, però, si dimostra particolarmente utile la lettura del testo di Tristram Hunt dedicato alla vita di Engels.
La vita di un borghese rivoluzionario viene qui esposta al di fuori dell’agiografia che, troppo spesso, ha accompagnato le biografie di Marx ed Engels, soprattutto nell’era del cosiddetto socialismo reale. Anzi, si può tranquillamente affermare che quella prodotta da Hunt sia l’unica biografia degna di rilievo dopo quella scritta da Gustav Mayer nei primi anni trenta e tradotta in Italia soltanto nel 1969 da Einaudi.


Anche se si sente ancora la mancanza di una ricostruzione organicamente parallela delle biografie intellettuali dei due fondatori del comunismo scientifico, l’opera dell’autore inglese, storico, giornalista e curatore di una nuova edizione della Situazione della classe operaia in Inghilterra dello stesso Engels, riesce a ricostruire con attenzione e agilità il clima politico, sociale ed economico in cui l’avventura comunista ebbe inizio.

Marx era un genio, noialtri al massimo avevamo talento” con queste parole Engels avrebbe commemorato l’amico di una vita, ma la modestia contenuta nella frase non poteva celare l’importanza avuta dallo stesso oratore all’interno del movimento operaio internazionale prima e dopo la scomparsa dell’autore del Capitale.

Organizzatore infaticabile, osservatore acuto delle condizioni della classe operaia, conoscitore dell’economia capitalistica in quanto industriale lui stesso, esperto di scienza militare e di guerriglia, il borghese di Manchester, nato nella città renana di Barmen nel 1820 da una famiglia di imprenditori tutti dediti alla fede religiosa e al perbenismo borghese, si sarebbe dimostrato un feroce fustigatore della mentalità piccolo borghese, della famiglia e dello stato.

Se Marx, soprattutto nella sua opera principale, volò alto nei cieli della teoria, Engels lottò sempre con i piedi ben piantati in terra. Descrizione delle condizioni di vita della classe operaia di Manchester o del resto del mondo, organizzazione di un partito di lavoratori, storia della famiglia, della proprietà privata, dello stato e dell’origine della discriminazione di genere furono, nell’arco di una vita, i suoi chiodi fissi.

engels1.jpgAnzi si potrebbe dire che l’intesa intellettuale con il Moro di Treviri, databile fin dai primi anni della gioventù, possa essere fatta risalire proprio alle due diverse attitudini di indagine e ricerca.
Tanto pronto all’intuizione era Marx, sempre disponibile ad accantonare momentaneamente (o per sempre) un lavoro già iniziato per seguire un nuovo filone o un argomento balzato alla sua attenzione durante gli studi precedenti, tanto era metodico Engels nello svolgere i propri compiti e le proprie ricerche e, soprattutto, nello spingere l’amico al completamento dei lavori iniziati.

Soltanto tenendo conto di ciò è possibile comprendere il legame, anche economico, che intercorse tra i due, senza cadere nella facile retorica dello sfruttamento di Engels e delle sue ampie disponibilità economiche da parte dello stesso Marx.
Proprio su questi aspetti, la condizione borghese di Engels e il legame che la famiglia Marx, anche dopo la morte di Karl, intrattenne con gli aiuti economici forniti dal primo, l’autore rischia talvolta di cadere nel moralismo o nel gossip.

Ma, d’altro canto, le descrizioni della gioventù scapestrata, delle bevute, dell’amore per le belle donne, per la caccia alla volpe e della profonda devozione di Friedrich alla moglie e alle figlie di Marx (oltre che per la governante Nim) servono a rendercelo più umano e più vero di quanto tanta altra letteratura abbia fatto precedentemente. Anche per quelle tredici dozzine di bottiglie di champagne, già pagate, lasciate nelle cantine dei propri fornitori dopo la morte, avvenuta nel 1895.

L’attesa della rivoluzione e della crisi che ne sarà alla base, l’organizzazione di un movimento operaio conscio delle proprie finalità storiche e di classe, la lotta contro ogni settarismo dentro e fuori il partito dei lavoratori e la riflessione teorica su tutto questo furono sempre accompagnate da una grande joie de vivre, lontana mille miglia dall’immagine del rivoluzionario grigio, insensibile e ciecamente dedito alla causa tramandata dalla vulgata del bolscevismo staliniano e di certo millenarismo anarchico.

Feroce nella polemica, appassionato nella difesa delle idee rivoluzionarie e della causa proletaria, Engels fu anche attento e diplomatico negli interventi, là dove questi, come nel caso delle lotte della classe operaia dell’East End del 1889, erano rivolti alla creazione della più larga unità di lotta tra i lavoratori. Anche se all’unità dei lavoratori non sacrificò mai la chiarezza programmatica e di analisi economica e sociale.

Barricadero nel 1848 e nel 1849, attento alle possibilità offerte dalla legalità e dal parlamentarismo allo sviluppo del movimento operaio dopo la fine delle leggi anti-socialiste di Bismarck, il tedesco di Manchester non abdicò mai all’uso della forza, estrema risorsa nella lotta con il capitale né, tanto meno, predicò mai la totale rinuncia all’illegalità, là dove questa si fosse resa necessaria per il raggiungimento o la difesa degli scopi della lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Proprio durante gli ultimi anni di vita, in occasione dei congressi della socialdemocrazia tedesca, ripubblicò la Critica al programma di Gotha con cui Marx aveva fustigato il partito tedesco e denunciò qualsiasi guerra futura come controproducente e catastrofica per la causa proletaria.
Qualsiasi tentativo di far risalire le colpe enormi della Seconda Internazionale e dello stalinismo all’operato, pratico e teorico, di Engels, viene da Hunt limpidamente eliminato.

In questo contesto la lotta condotta contro l’anarchismo dai due comunisti, non appare mai come la lotta settaria e spietata che poi il bolscevismo condusse negli anni venti e trenta e, nemmeno, la persecuzione anti-bakuniniana tramandata dalla successiva letteratura anarchica. Piuttosto si svolge in un ambito in cui un movimento operaio giovane ed esuberante deve coordinare le proprie forze ed individuare obiettivi e momenti della lotta, al di fuori del fideismo e del populismo di stampo idealistico e piccolo-borghese di Mazzini e di Bakunin.

Certo nel testo di Hunt, a differenza di quello di Mayer, nessun rilievo è dato alla polemica tra Engels e Domela Nieuwenhuis, il più importante socialista olandese dell’ottocento progressivamente spostatosi su posizioni anarchiche, che ebbe sicuramente una certa importanza nel cambiamento di opinione nei confronti di una questione così importante come quella della guerra da parte del frock-coated communist (il comunista con la finanziera), così come titola originariamente il testo inglese.

engels2.jpgEd è un peccato, non per il fatto in sé, ma, piuttosto, perché sarebbe occorsa una più adeguata trattazione di come Marx ed Engels seppero, spesso, far loro ed introdurre nelle proprie proposizioni politiche, posizioni ed idee cui inizialmente si erano dichiarati ostili o indifferenti, quando queste dimostravano la loro utilità e correttezza nel corso dell’azione politica.

Ne sono una prova non solo l’indirizzo scritto da Marx per la Comune di Parigi, ma anche l’attenzione per tutte quelle forme di colonialismo o di sottomissione di altri popoli agli interessi degli imperialismi euro-centrici un tempo sottovalutate; soprattutto da Engels che, nella foga della lotta del 1848, giunse a parlare per gli slavi di “popoli senza storia”. Accreditando così, successivamente ed involontariamente, le peggiori posizioni della socialdemocrazia a favore dell’imperialismo.

Prima ancora della Cina o dell’India, furono infatti le condizioni dell’Irlanda e le condizioni del proletariato irlandese emigrato in Inghilterra a suscitare l’attenzione dei due autori, tanto da spingerli a condannare una classe operaia (quella inglese) piena di pregiudizi razzisti e quindi incapace, non sapendo lottare per quelli altrui, di difendere i propri diritti.

Engels giunse a cercare di scrivere una storia d’Irlanda e del suo sfruttamento da parte della potenza inglese, poi lasciata (per una volta) incompleta. Anche se questo suo interessamento per la causa irlandese fu in parte dovuto alle origini della sua combattiva compagna, Mary Burns, operaia di Manchester, è proprio questa capacità di integrazione del movimento e delle novità di rilievo nella teoria critica, a convalidare la visione del marxismo come metodo e non come verità assoluta e rigidamente determinata.

A proposito va sottolineato che se Marx, come spesso si è giustamente sottolineato, non fu mai, per sua esplicita dichiarazione, “marxista”, allo stesso tempo, la lotta di Engels per la salvaguardia del patrimonio teorico del filosofo comunista tedesco non fu mai rivolta ad instaurare un culto della personalità, ma alla salvaguardia di un metodo disperso in migliaia di manoscritti inediti e di un’opera refrattaria, per sua essenza, al poter essere considerata definitiva.

Prova ne sia la pubblicazione, nel corso del ‘900, prima in 50 e poi in 100 volumi, ma non definitivi, delle cosiddette opere complete dei due sodali.
Opera (quella di Marx) sulla quale, sicuramente, in tarda età, Engels esercitò qualche forzatura; soprattutto nell’edizione del secondo e terzo volume del Capitale che, così come ha dimostrato Maximilien Rubel nell’edizione delle opere economiche di Marx da lui curata per la Pléiade, avrebbero potuto essere assemblati attingendo anche ad altri manoscritti.

Uno dei motivi che continuano, infatti, a confondere l’orizzonte degli studi sulle opere di Marx ed Engels e sulle “responsabilità” dello steso Engels nella loro salvaguardia e trasmissione, deriva proprio dal fatto che la maggior parte degli scritti marxiani rimasero inediti e sotto forma di manoscritti fin dopo e oltre la morte dell’autore.

Mentre la gran parte dei testi effettivamente pubblicati (circolari, indirizzi alle associazioni dei lavoratori, articoli di giornale e testi compilativi come quelli per l’American Encyclopedia) furono spesso il risultato di un lavoro politico immediato oppure rivolti a procurare all’autore, e nell’immediato, la materialissima e banale “pagnotta”. Senza contare, inoltre, che molti degli stessi furono redatti in realtà dall’amico Engels.

Monumentale anticipazione di un metodo scientifico mai definitivamente formalizzato, questo insieme di scritti e di interventi non fu mai scambiato da Engels per ciò che non era, ma soltanto codificato in alcuni principi che solo i successori avrebbero, spesso per proprio tornaconto politico, trasformato in dogmi inviolabili.

Tanto i socialdemocratici tedeschi nella lotta contro le posizioni rivoluzionarie, tanto Stalin nel suo tentativo di riassumere e codificare definitivamente tutto l’opus marxiano ed engelsiano nel suo Breve corso di storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’Urss pubblicato nel 1938, tanto gli oppositori dello stalinismo quando, nella riduzione settaria dell’esperienza rivoluzionaria, usarono quell’opera e quegli scritti come verità inviolabili ed incontestabili.
Sotto lo sguardo sconsolato, dall’aldilà, dei due forti e gioviali bevitori di birra e alcolici vari.

Marx abbandonò per sempre i drammi e le ingiustizie del mondo nel 1883.
Engels lo seguì dodici anni dopo.
Ad accompagnare le sue ceneri, per disperderle in mare a cinque o sei miglia dalla splendida costa della South Downs, furono in quattro: la figlia di Marx, Tussy, suo marito Edward Aveling, Eduard Bernstein e Friedrich Lessner.

A detta di Tristran Hunt il Manifesto del Partito Comunista, pubblicato a Londra nel febbraio del 1848, fu letto agli inizi soltanto da un centinaio di appartenenti alla Lega dei Comunisti.
E in quel momento non fu né un best-seller né, tanto meno, un testo particolarmente influente.
Mai così poco avrebbe, in seguito, prodotto così tanto rumore.

bonasia 7.jpgSul perché di quel titolo fu lo stesso Engels a fare chiarezza nella prefazione all’edizione tedesca del 1890:”…quando fu pubblicato non l’avremmo potuto chiamare Manifesto socialista. Nel 1847 con la parola socialisti s’intendevano due tipi di persone. Da una parte i seguaci dei vari sistemi utopistici […] che già allora si erano rinsecchiti in pure e semplici sette che si andavano estinguendo; dall’altra i molteplici ciarlatani sociali che volevano eliminare, con le loro varie panacee e con ogni sorta di toppe, gli inconvenienti sociali, senza fare il più piccolo male né al capitale né al profitto. In entrambi i casi gente che stava fuori del movimento operaio e cercava anzi appoggio tra le classi “colte”. Invece quella parte degli operai che, convinta dell’insufficienza di una rivoluzione puramente politica, esigeva una trasformazione a fondo della società, quella parte di operai si dava allora il nome di comunista. […] Nel 1847 socialismo significava un movimento di borghesi, comunismo un movimento di operai. Il socialismo, per lo meno nel continente, era ammesso nella buona società, il comunismo proprio il contrario. E poiché avevamo già allora, e molto decisa, la convinzione che l’emancipazione degli operai deve essere opera della classe operaia stessa, non potevamo dubitare, neppure per un istante, quale dei due nomi scegliere”.

Nessuna concessione ai rivoluzionari “di professione” quindi.
Nessuna concessione a quelle strutture formali di partito destinate a sclerotizzarsi e a trasformarsi nelle orrende burocrazie dell’Est e dell’Ovest oppure in misere sette annaspanti una volta private dell’ossigeno fornito dalla lotta di classe.

In questa concezione dell’azione edel pensare politico va quindi individuato il motivo per cui Marx ed Engels non ritennero necessario mantenere in vita la Lega dei Comunisti e, successivamente, l’Associazione Internazionale dei Lavoratori (Prima Internazionale) un minuto di più oltre l’effettivo periodo di attività e utilità nella lotta di classe delle due organizzazioni.

E nessuna concessione, in fine, a qualsiasi politica che ponesse la “cultura” o gli intellettuali al di sopra della classe lavoratrice e delle sue necessità politiche ed economiche. Proprio per questo, negli ultimi anni di vita, Engels ritenne sempre piuttosto noiosi i congressi dei partiti e delle associazioni sovranazionali (II Internazionale), ma non finì mai di entusiasmarsi per la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro. Come dimostrò, ancora una volta, nella prefazione all’edizione tedesca del 1890 del Manifesto.

Apparentemente di Engels nel mondo attuale resta ben poco.
Qualche testo, magari stilato con Karl Marx o a suo nome.
Qualche monumento, non abbattuto durante la furia iconoclasta successiva ai rivolgimenti del 1989 soltanto perché meno celebre di Marx o Lenin.
Una città che porta il suo nome, centinaia di chilometri a sudest di Mosca, un tempo abitata da tedeschi del Volga, poi deportati da Stalin alla vigilia dell’invasione hitleriana.

Eppure, sentire D’Alema sproloquiare in occasione dei novant’anni della fondazione del Pcd’I a Livorno; sentirgli affermare che l’attuale sinistra si è risvegliata, nel 1991, dal sogno di poter riformare il comunismo, può far bene.
E’ vero, non può esistere una scienza della rivoluzione, ma non si può riformare qualcosa che non è dato una volta per sempre perché, ce l’hanno insegnato Marx ed Engels, fin dalla giovanile critica alla sinistra hegeliano, chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

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