di Valerio Evangelisti

Habashjpg.jpg[Questo saggio fu pubblicato per la prima volta nel 1987. Le note si riferiscono a pubblicazioni reperibili in quel periodo, e andrebbero integrate con studi più recenti. Non credo, però, che ciò cambierebbe i fatti esposti, né le interpretazioni di fondo.]

Ufficialmente fondato nel 1967, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina trae in realtà origine dal Movimento Nazionalista Arabo, creato quindici anni prima da George Habash – un medico palestinese di famiglia cristiana a quel tempo noto per il suo spirito umanitario e per le cure prestate gratuitamente ai meno abbienti. Quando l’MNA prende vita, ogni traccia di presenza culturale araba sul suolo della Palestina – ormai denominata Israele – sta lentamente scomparendo. Già da un quindicennio le avanguardie armate del movimento sìonìsta, violando la risoluzione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 (che assegnava ai coloni ebraici il 56% del territorio, pur rappresentando essi meno di un terzo della popolazione) (1) e approfittando del platonico intervento degli eserciti della Lega Araba (quindicimila uomini male armati e pochissimo convinti), hanno preso possesso dell’intero paese (2). Successivamente si sono preoccupati di porre rimedio all’inferiorità numerica della loro comunità. Oltre a cacciare o a deportare oltre frontiera migliaia di arabi restii a un esodo spontaneo, e a disperdere le tribù di beduini (3), si sono dedicati al sistematico smantellamento dei villaggi indigeni (Umm Rash-Rash, Ennan, Geuma, Katia, Khassas, Berat, Abu Gosh, ecc.), svuotati degli abitanti e demoliti letteralmente pietra su pietra (4).

Di 475 villaggi arabi censiti nel 1948, ne sopravvivono nel 1956 appena 90, mentre la presenza palestinese è stata completamente cancellata da otto distretti su quindici (5). Inoltre lo stato di Israele, data la sua natura intrinsecamente confessionale, ha proceduto a estirpare le vestigia della cultura preesistente alla sua fondazione. Non solo sono scomparsi, per forza di cose, i c1ubs letterari arabi e i circoli nazionalistici fiorenti negli anni Trenta, ma moschee, chiese cristiane, testimonianze artistiche e lapidi tombali hanno fornito materiali a buon mercato per la costruzione di kibbutzim e di nuovi centri urbani.
Non è quindi un caso se i primi tentativi di resistenza anticoloniale, dopo la sconfitta del 1948, investono la sfera della cultura e tendono invariabilmente a ricomporre un’identità nazionale palestinese quotidianamente minacciata di dissoluzione. In questo senso, il contributo iniziale del Movimento Nazionalista Arabo consiste nella pubblicazione di una rivista settimanale, Nashrat Al-Tha’r (1952-1958), presto divenuta importante palestra di pensiero per i letterati palestinesi in esilio, nonché per gli intellettuali arabi interessati a un’analisi non epidermica del trionfo israeliano (6). Certi toni antisemiti, e l’idealismo che impregna gli sforzi analitici dei collaboratori, inducono a considerare Nashrat Al-Tha’r un esperimento fallito. Tuttavia, la dura opposizione a un’assimilazione tra profughi palestinesi e popolazioni circostanti, quale caldeggiata all’epoca delle Nazioni Unite (7), e lo spirito di indipendenza dai regimi arabi dei paesi confinanti, leggibile in numerosi articoli, rendono la rivista momento non secondario della lotta per mantenere integro il profilo culturale e nazionale del popolo della Palestina.
Ma Nashrat Al-Tha’r, a differenza della Lega dei Poeti, della rivista Al-Ard e di altre esperienze coeve (8), non rappresenta un episodio della resistenza interna a Israele. A un pieno sviluppo di quest’ultima si oppongono ragioni di natura sia strutturale che ideologica. Appartiene al primo ordine di motivi la constatazione che, di oltre un milione di arabi abitanti la Palestina prima del 1948, ne rimangono entro i confini israeliani, dopo la guerra, i massacri (celebre tra tutti quello di Deir Yassin) (9) e le deportazioni, appena 320.000 (10). La sorte di costoro è tra le più infelici. Fin dai primi mesi successivi al suo insediamento, il governo israeliano vara infatti una serie di misure legislative tra loro concatenate, tese a impedire il ritorno dei profughi, a scoraggiare la permanenza degli arabi che sono restati e ad acquisire terre e beni già di proprietà palestinese.
Prima di queste misure è un’ordinanza del 1948 (tradotta in legge nel 1950) che dichiara proprietà dello stato tutti i beni dei nativi risultanti assenti dal paese alla data del 1° settembre 1948. Vengono così spogliati di ogni avere non solo quegli arabi che, in fuga dai teatri di guerra, alla data indicata erano lontani dal loro villaggio, ma anche molti che all’epoca si trovavano semplicemente in viaggio dentro o fuori della Palestina (11). Effetto complementare ha il ripristino dei regolamenti d’emergenza emanati nel 1945 dall’amministrazione mandataria britannica, a suo tempo vivacemente contestati dai coloni ebraici. Viene ad esempio concessa ad autorità civili e militari la facoltà di dichiarare ‘zone di sicurezza’ o ‘zone chiuse’ determinate aree abitate, allontanandone a tempo indefinito gli arabi che vi risiedono (molti di essi attendono ancor oggi l’autorizzazione a far ritorno alle proprie abitazioni, per lo più rase al suolo). Inoltre viene attribuito alle stesse autorità il potere di requisire i beni immobili dei cittadini palestinesi, qualora esista la necessità di sistemare nuovi immigrati israeliti o lo impongano non meglio precisate ‘ragioni di stato’. A ciò si aggiunge il diritto, accordato dal Ministero dell’Agricoltura, di procedere all’esproprio dei terreni ritenuti incolti o mal coltivati – inclusi quelli che, trovandosi entro “zone di sicurezza”, non possono essere accuditi dai contadini arabi (fellahin) costretti all’esodo.
Completa questa sequela di aberrazioni giuridiche la “legge della prescrizione”, varata nel 1958, che concede la registrazione catastale di un terreno solo a chi dimostri di averlo ininterrottamente coltivato per almeno 50 anni (poi ridotti a quindici). La trasparente insidia della legge risiede nel fatto che, all’epoca del mandato britannico, non venivano rilasciati attestati di proprietà ai fellahin, né la disorganizzazione dell’Impero Ottomano aveva mai consentito una razionale catalogazione dei fondi.
Grazie a simili astuzie legislative lo stato di Israele riesce ad acquisire e a redistribuire ai propri coloni, nel volgere di pochi anni, 75.000 ettari di suolo urbano, 25.416 edifici e circa 100.000 ettari di seminativo (12) – comprese le terre waqf, appartenenti alle istituzioni religiose islamiche. Oltre ai fellahin costretti all’emigrazione, non sono pochi quelli obbligati a impiegarsi come braccianti avventizi sui poderi che fino a qualche anno prima erano di loro proprietà. Ma la situazione dei palestinesi riluttanti a emigrare, precaria sotto il profilo economico, lo è ancor di più dal punto di vista giuridico. La ‘legge del ritorno’ (1950) e la ‘legge della nazionalità’ (1952) accordano infatti la cittadinanza israeliana a qualunque ebreo si stabilisca nel paese, mentre ne dichiarano automaticamente privo qualsiasi arabo se ne allontani, ancorché per pochi giorni (13). Inoltre concedono la ‘naturalizzazione’ solo a chi, tra gli arabi nati in Palestina, può dimostrare di aver risieduto nel paese nei cinque anni precedenti la presentazione dell’istanza, possiede un permesso di residenza e si impegna a vivere per sempre entro i confini di Israele (14).
Il trattamento riservato agli arabi dallo stato israeliano è dunque di aperta discriminazione, che si traduce in segregazione razziale vera e propria se si considera il divieto, fatto agli studenti palestinesi, di accedere a determinate scuole e di assimilare storia e cultura arabe (spesso denigrate o addirittura derise nei libri di testo) (15), l’amministrazione partigiana della giustizia (16), la scarsa o nulla libertà di movimento e comunicazione tra villaggio e villaggio (17), l’esclusione dei nativi dai kìbbutzìm (18), il trattamento differenziato nelle prigioni (19), il rifiuto dell’acqua ai fellahin (20). Vigendo simili condizioni di inferiorità sociale, che si associa alla strutturale inferiorità numerica, appare evidente perché un moto di resistenza incontri difficoltà a svilupparsi in territorio israeliano se non in forma di opposizione culturale.
Il movimento di liberazione della Palestina nasce quindi con la peculiare caratteristica di muoversi prevalentemente all’esterno del paese che intende riconquistare. Ciò vale per Al-Fatah (sorta nel 1956), i cui primi fedayin (“volontari del destino”) agiscono sul confine tra Israele e l’Egitto (21). Ma vale anche per il Movimento Nazionalista Arabo, la cui sezione palestinese opera prevalentemente oltre frontiera. La dislocazione esterna obbedisce d’altronde ai limiti di impostazione ideologica cui si accennava, inizialmente comuni a tutte le forze antisraeliane. L’MNA professa un panarabismo nel cui ambito la liberazione della Palestina è momento essenziale, ma non necessariamente prioritario, di un più generale riscatto dei popoli mediorientali dal dominio coloniale. Tale visione induce sulle prime il Movimento (anche se in misura inferiore ad altre organizzazioni, come l’OLP originaria) ad affidare la riconquista della Palestina più a un intervento esterno dei regimi arabi progressisti, che all’iniziativa autonoma dei palestinesi stessi. Progetto che pare concretamente realizzabile dopo il colpo di Stato iracheno del 14 luglio del 1958, a seguito del quale un dirigente del MNA e stretto collaboratore di George Habash, Basil Kubeissi (uno dei futuri leader del FPLP), assume importanti incarichi nel ministero degli esteri della nuova repubblica.
Simili illusioni si giustificano col dominio ideologico incontrastato del ‘socialismo arabo’ di ispirazione nasserìana (di cui risente anche Al-Fatah), a sua volta ricollegabile a una precisa matrice di classe. Gli Harakyin (come vengono chiamati gli aderenti all’MNA, la cui denominazione araba è Harakat Al-Kaumìyn Al-Arab) sono in prevalenza studenti di estrazione medio e piccolo-borghese, reclutati nelle principali università mediorientali (22). Composizione che, come ha dimostrato Jean Ziegler (23), fino agli anni ’60 e oltre si riscontra in tutti i principali movimenti di liberazione del Terzo Mondo, e che ne determina l’iniziale ispirazione genericamente umanitaria e saldamente nazionalistica. Come José Martí e Manuel Céspedes, assai più che Lenin o Marx, rappresentano le sorgenti ideologiche cui sulle prime attingono i leader rivoluzionari latinoamericani (24), così Nasser e Ben Bella, prima che Mao o Ho Chi Mình, sono le figure carismatiche che dettano l’operato degli Harakyin mediorientali. Le istanze egualitarie, pur sincere, non hanno ancora basi materiali per tradursi in scelte non equivoche a favore del socialismo; né l’estrazione sociale dei leader dell’MNA consente al Movimento, malgrado la sua diffusione geografica (Siria, Iraq, Giordania, Libano) e la sua notevole influenza, una ramificazione tra un sottoproletariato urbano e un proletariato contadino ancora privi di coscienza antagonistica.
Da notare che simile composizione resta invariata sia dopo la conversione dell’MNA al marxismo (avviata nel 1962 e statuita dalla sessione del Comitato Centrale del luglio 1967) che all’atto della fondazione, di poco successiva, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ancora nel febbraio del 1969, nel suo rapporto al secondo congresso dell’FPLP, George Habash è costretto ad ammetterlo con franchezza:
“Il Fronte Popolare, come organizzazione politica, attualmente non si conforma del tutto alla struttura di classe proletaria e operaia che costituisce la garanzia materiale e concreta del carattere rivoluzionario dell’organizzazione, che ne assicura la fermezza e la capacità di portare avanti la rivoluzione. L’organizzazione politica del Fronte costituisce in generale una spontanea estensione dell’organizzazione del Movimento Nazionale Arabo, per cui la struttura piccolo-borghese vi prevale. Continuare nella crescita spontanea, senza uno sforzo pianificato, avrebbe il risultato di confinare la nostra organizzazione soprattutto entro Amman e le città, con qualche appendice sussidiaria nelle campagne e nei campi profughi” (25).
Non è dunque la pressione di una base proletaria a determinare la scelta dell’FPLP a favore del marxismo-leninismo: è il rigetto dello pseudo-socìalìsrno nasseriano che induce un gruppo di intellettuali arabi a ricercare una progressiva compenetrazione con le masse popolari, sulla base di un disegno di “proletarizzazione” esposto da Habash con grande chiarezza:
“Non è sufficiente assicurare la struttura teorica rivoluzionaria del partito; questa struttura deve aderire alla struttura di classe. Il partito rivoluzionario, nel contesto palestinese, è il partito delle classi rivoluzionarie, operai e contadini in primo luogo. (. .. ) Simile struttura di classe del partito non può determinarsi spontaneamente. Essa richiede una visione chiara e uno sforzo adeguato. (. .. ) I nostri programmi organizzativi devono tendere a collocare i nostri più efficienti quadri dirigenti nei campi profughi e nei villaggi, per cui è necessario procedere a una analisi globale delle aree rurali e dei campi profughi, per poi concentrarci in modo massiccio in tali aree. Inoltre è necessario reclutare i giovani elementi locali che stanno prendendo coscienza e forgiare in loro solidi fondamenti teorici e organizzativi, in modo che la maggior parte del nostro corpo dirigente venga a possedere una rivoluzionaria fedeltà alla classe” (26).
Ma cosa induce dei giovani nazionalisti di estrazione piccolo-borghese a convertirsi al marxismo e a cercare di affidare al proletariato la direzione del movimento? Una prima risposta, specifica dell’ambiente politico palestinese, è quasi scontata. Sull’MNA-FPLP, come sugli altri movimenti di resistenza, incide in profondità la sconfitta araba nella cosiddetta “guerra dei sei giorni” del 1967. La disordinata rotta di eserciti teoricamente potenti coalizzati contro Israele è amaramente posta a confronto con le reboanti promesse di un Nasser e le minacciose dichiarazioni di uno Shukeiri (il notabile palestinese collocato dagli egiziani a capo della prima, fantomatica OLP) (27). Per gli Harakyin il nazionalismo ‘puro’ crolla in quei sei giorni, e con esso ogni residua fiducia nella capacità e volontà di riscatto anticoloniale di regimi sedicenti “progressisti” (28). Ma la scossa è salutare. Già il fallimento dell’unificazione tra Egitto e Siria aveva a suo tempo influito sui primi pronunciamenti dell’MNA a favore del socialismo (29). La dissoluzione completa di ogni ipotesi di liberazione affidata alle armate dei governi arabi agevola ora da un lato la sussunzione integrale del marxismo, dall’altro l’individuazione della centralità della questione palestinese e della necessità di una azione autonoma delle forze che se ne prefiggono la soluzione.
A tali conclusioni si perviene tramite una seria riflessione, ricca di toni autocritici, sulle esperienze negative di un passato anche remoto. Si nota ad esempio una continuità causale tra la sconfitta araba del ’67, quella del ’49 e il fallimento della rivolta palestinese antibritannica e antisionista del 1936. Continuità di cui Ghassan Kanafani, uno dei più brillanti intellettuali che collaborano con Habash, esporrà più tardi in un opuscolo le componenti fondamentali:
1) la reazione interna; 2) i regimi arabi attornianti la Palestina; 3) l’alleanza tra imperialisti e sionisti. E’ questo triplice nemico che nel 1936, e sino alla terza sconfitta subita dal popolo palestinese nel 1967, ha lasciato le proprie impronte sul movimento nazionale palestinese in maniera più chiara che in qualsiasi epoca precedente” (30).
L’MNA-FPLP individua dunque nella presenza di un nemico interno, identificabile negli effendi (latifondisti semifeudali), nel notabilato tradizionale e nella borghesia araba, una delle cause della disfatta. Ma ciò significa passare dalla visione di una società omogenea e omogeneamente oppressa, tipica del nazionalismo piccolo-borghese, alla consapevolezza di una stratificazione in classi anche all’interno della società colonizzata, e quindi di una gamma differenziata di rapporti (dall’antagonismo, all’acquiescenza, alla coincidenza di interessi) con i colonizzatori. Consapevolezza che manca e mancherà sempre ad Al-Fatah e ad altre formazioni di resistenza, per le quali la comune oppressione subita dai palestinesi d’ogni ceto rende impossibile e controproducente la coniugazione di lotta di classe e di lotta nazionale.

NOTE:

l) Cfr S. Hadawì, Idee chiare sulla Palestina, in AA.VV., La lotta del popolo palestinese, a cura C. Pancera, Milano, 1969, pp. 52-53. Per una rassegna delle principali risoluzioni dell’ONU sulla Palestina cfr l’opuscolo Le Nazioni Unite e la questione palestinese, Roma 1975.
2) Per la dinamica degli eventi cfr. L. Gaspar, Hìstoìre de la Palestìne, voI. II, Parìs 1978; N. Weinstock, Storia del sionismo, vol. II, Roma 1970; S. Hadawì, Raccolto amaro. La Palestina dal 1914 al 1968, Roma, 1969, capp. VI e VII (che espone in prima persona, non senza qualche enfasi, il punto di vista dei Palestinesi stessi). Una ricostruzione sintetica vicina alle tesi del movimento sionista (fino a ignorare, in sede di bibliografia, l’abbondante letteratura prodotta in campo avverso) è in R Balbi, Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Bari, 1983, pp. 129-143. Per quanto attiene alle origini della questione palestinese – la cui trattazione esula dai limiti di questo saggio – rinvio a quella che mi pare l’opera più esauriente sul tema: M. Massara, La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Milano, 1979 (comprendente anche una vasta bibliografia).
3 Cfr. S. Geries, Gli arabi in Israele, Roma, 1970, pp. 188 SS.; AA.VV., Dossier Palestina. Testimonianze sulla repressione israeliana nei territori occupati, Verona 1974, pp. 59-63.
4) Cfr AA. VV., Dossìer Palestina, cìt., pp. 56-58. Il volume si basa su rendiconti di testimoni insospettabili.
5) 1vi. pp. 57-58.
6) Cfr. B. e N. Khader, La lunga marcia del popolo palestinese, introduzione a OLP, Al-Fatah, FPLP, FDPLP, Testi della rivoluzione palestinese. 1968-1976. Verona 1976. pp. 91-93.
7) Ivì p. 93. Sulla resistenza dei profughi palestinesi a un’ assimilazione da parte delle altre popolazioni arabe cfr. S. Hadawì, Raccolto amaro, cìt., pp. 183-187.
8) Per le quali cfr. B. e N. Khader, op. cìt., pp. 89-91; S. Gerìes, op. cìt., pp. 278-299.
9) Sull’episodio. citato con ricchezza di dettagli in ogni opera sulla Palestina, cfr. B. Uddine Toukan, Nella ricorrenza del massacro di Deir Yassin: 9 aprile 1948, Roma. 1969. Della strage. operata dall’Irgun e dalla banda Stern, rimasero vittime 254 persone, in maggioranza donne (35 delle quali incinte).
10) Cfr. S. Hadawi, Raccolto amaro, cìt., pp. 210–211; Id., Idee chiare, cit., p. 81. Le cifre relative al periodo sono però assai incerte, e variano a seconda delle fonti.
11) Sulla legislazione antiaraba e sui suoi effetti, talora paradossali, cfr. S. Geries, op. cit., pp. 190 SS. Cfr. inoltre M. B. Tosi, Anatomia di Israele. Milano, 1972, pp. 127-144; S. Hadawi, Palestine: loss of a heritage, S. Antonio, 1963; S. Geries, The legal structures for the exproprìatìon and absorbtion of Arab lands in Israel, in “Journal of Palestìnian Studies”, 1973, n.4.
12) Cfr. S. Geries, Gli Arabi in Israele, cìt., p. 193; E. Facchini, C. Pancera, Dipendenza economica e sviluppo capitali¬stico in Israele, Milano, 1973, p. 251.
13) Cfr. G. Badi. Fundamental laws of the State of Israel, NewYork, 1960, pp. 156 ss.
14) Cfr. S. Hadawi, Raccolto amaro, cìt., pp. 216-217.
15) Cfr. S. A. Sayegh. La discriminazione verso gli arabi nell’istruzione in Israele, in AA. VV., La lotta del popolo palestinese, cìt.; Not two peoples – one people (intervista a Riad Al-Abìd Rasheed Abu Awad, leader studentesco palestinese), in “FPLP Bulletin”, 1979, n. 28, p. 9.
16) Cfr. F. Langer, La repressione di Israele contro i Palestinesi, Milano, 1977. Felicia Langer è un’avvocatessa israeliana.
17) Cfr. B. e N. Khader, op.cit., p. 87; M. B. Tosi, op. cit., p. 135.
18) Cfr. E. Facchini, C. Pancera, op. cit., p. 97; D. Meghnagì, La sinistra in Israele, Milano, 1980, pp. 42-43.
19) Cfr. la testimonianza di A. Ben Yona in AA. VV., Dossier Palestina, cit., pp. 368-369.
20) Ivi, pp. 369-370; E. Facchini, C. Pancera, op. cit., pp. 254 e 256.
21) Cfr. B. e N. Khader, op. cit., p. 93
22) Cfr. OLP, AL-Fatah, FPLP, FDPLP, op. cit., p. 253. Il Movimento Nazionalista Arabo è stato spesso oggetto di ricostruzioni sommarie o denigratorie, fino a essere definito addirittura “una forma di fascismo sottosviluppato” (cfr. R Ledda, La battaglia dì Arnman, Roma 1971, p. 73). a scopi polemici nei confronti dell’FPLP. L’opera più completa ed equilibrata sul tema è però B. Kubeissi, Storia del Movimento dei Nazionalisti Arabi, Milano, 1977.
23) Cfr. J. Ziegler, Les Rebelles. Contre l’ordre du monde. Mouvements armés de lìbération nationale du Tiers Monde, Paris, 1983, pp. 368 ss.
24) Ivi, p. 369.
25) PFLP. A strategy for the lìberatìon of’ Palestìne, Amman, 1969, p.100.
26) Ivì, pp. 99-100.
27) Su questo personaggio – tipico esponente del notabilato palestinese – e sulla sua deleteria azione, cfr. M. Rodìnson, Israele e il rifiuto arabo. Settantacinque anni di storia. Torino, 1969, pp. 131 ss.
28) Lo stesso avviene nell’intero mondo arabo, determinando un crollo di consenso popolare attorno al nasserismo e alle sue varianti nazionali. “Nel 1968, il simbolo del guerrigliero palestinese comincia a prendere il posto, nel cuore delle masse arabe, del demagogico leader militare. ( … ) Una lunga fase di repressione dell’iniziativa patriottica e democratica delle masse, mascherata dall’illusione che regimi autoritari e burocratici possano conquistare una vera indipendenza, sta per finire. I popoli arabi lo capiscono ancora confusamente, all’indomani della disfatta. Ma lo capiranno meglio man mano che si inaspriscono le contraddizioni tra la loro volontà di combattere e la politica di camuffata capitolazione dei dirigenti”. M. Husseìn, La lotta di classe in Egìtto, 1945-1970, Torino, 1973, P.284.
29) Cfr. G. Chaliand, La Resistenza Palestinese, Milano, 1970, pp. 178-179. In appendice al volume di Chalìand, a dir poco ingiusto nei confronti del Fronte Popolare, l’editore italiano ha pubblicato un saggio dello stesso autore (Le double combat du Front Populaire, apparso in Le monde diplomatique del luglio 1970) in cui vengono radicalmente modificati i precedenti giudizi. A esso appartengono le pagine cui si rinvia nella presente nota.
30) G. Kanafani, La rivoluzione palestinese del 1936-1939. Analisi, dettagli, retroscena (in arabo), Beìrut, 1974, p. 7. Come si dirà, Ghassan Kanafani venne assassinato a Beìrut nel luglio 1972. Quella citata è una riedizione, a cura dell’FPLP, di un saggio pubblicato pochi mesi prima della sua morte.

(1-CONTINUA)

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