di Valerio Evangelisti

Cometto.jpgSe mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l’autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei Maurizio Cometto. Naturalmente farei torto a molti altri scrittori, come sempre capita nel caso di domande del genere. Sono tantissimi gli autori nostrani, specializzati nel fantastico in tutte le sue varianti, bravi o bravissimi, ma Cometto mi è particolarmente gradito. Un piacere particolare, nel fare quel nome, mi viene dal fatto che è conosciuto da pochissimi. Averlo scoperto è un merito della casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Forse non sono del tutto d’accordo (in parte sì) con Gordiano sulle sue valutazioni su Cuba e su certi miei colleghi. Ma su Cometto non si discute: un fior di scrittore, e averlo reso noto, sia pure a un numero circoscritto di lettori, e scommesso su di lui, è stata una dimostrazione di fiuto e di buon gusto.

Perché Cometto mi piace tanto? Per la sua grazia, per la semplice eleganza della sua prosa, trasparente e fine. Per il tono trasognato che mi ricorda tanto Enzo Fileno Carabba, un altro dei miei scrittori preferiti. Per la difficoltà a inquadrarlo in un genere definito.
Ho già parlato di Cometto in occasione dell’uscita del suo romanzo Il costruttore di biciclette, e non sto a ripetere il giudizio espresso allora (vedi qui). La linearità di quella “piccola” storia mi sembra esemplare. Era in apparenza un horror, addirittura lovecraftiano, eppure lo trascendeva. L’accento era piuttosto sul bizzarro che emergeva, poco alla volta, dalla quotidianità. Senza effettacci né forzature: per tocchi lievi. Come Jonathan Carroll nelle sue migliori prove.
Cometto pare portato alle “piccole storie”. Tra le sue cose migliori più recenti ci sono dei racconti di poche pagine pubblicati dalla casa editrice Magnetica: Lo scaricamento della bara e Il distributore di volantini. Vale la pena di leggerli, soprattutto il secondo. Pochi euro permetteranno un godimento illimitato. L’horror c’entra solo in parte, e serve unicamente a garantire un’etichettatura. Lo sfondo è totalmente onirico, gli sviluppi imprevisti. La prosa, di un’eleganza raggiunta da pochi.
Qualcuno si chiederà quali vantaggi mi derivino dal tessere questa apologia di Cometto. Non molti: ignoro chi sia (so solo che è piemontese, di Collegno), quando sia nato, cosa faccia per campare. Ma davanti a uno scrittore della sua finezza e del suo umorismo, un atto è dovuto: togliersi il cappello.
Editori in cerca di talenti, siete avvertiti.

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