RagazzeChaviste.jpg[Si moltiplicano, sulla stampa italiana (e spagnola, per via di forti interessi economici oltreoceano), le invettive contro Hugo Chávez e la “dittatura” che starebbe instaurando in Venezuela. Ormai, i grandi quotidiani non mandano nemmeno più inviati sul posto. Se il corrispondente de La Repubblica vive a Miami, Gian Antonio Stella e Pierluigi Battista scaldano la sedia sulle loro scrivanie di via Solferino. Dell’America Latina non sanno nulla, del Venezuela ancor meno. Il loro è un furore tutto ideologico. Vedono in Chávez l’antitesi del loro credo neoliberista, filobellicista e filoamericano, e allora lo diffamano come possono, senza un solo argomento concreto. Ai loro occhi non bastano più, a definire la democrazia, libere elezioni e libertà di parola (non ci scassino il cazzo con il mancato rinnovo della concessione in analogico all’emittente RCTV, una TV golpista che, malgrado ciò, continua a trasmettere liberamente via cavo e via satellite). Bisogna anche accettare il libero mercato, le sagge prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il precariato come condizione di vita normale dei lavoratori. Poco importa che le ricette di FMI e BM abbiano reso l’Africa un continente da tragedia. Il vero tiranno è chi si ribella a questa regola, e l’unica “sinistra” accettata come “moderna” è quella di chi si diletta di guerre democratiche e preventive e cerca il consenso della Confindustria.

Il piccolo ma eloquente dossier che presentiamo comprende: 1) due articoli, dal tono completamente diverso, di Sandra Amurri e Pierluigi Battista, apparsi lo stesso giorno 18 agosto su L’Unità e Il Corriere della Sera; 2) la lettera al Corriere, ovviamente non pubblicata, inviata da un italiano residente in Venezuela, che protesta contro l’invettiva di Battista. Tutto ciò introduce al discorso, che pubblicheremo in settimana, di un generale chavista malamente interpretato come dissidente. Chi nel frattempo capisca lo spagnolo e voglia conoscere le riforme alla costituzione venezuelana proposte da Chávez, può guardare qua.Ciò ovviamente non interessa i Ciai, i Battista e gli Stella, che conoscono il Venezuela attraverso il rhum Pampero, sorseggiato nei peggiori bar di Miami e di Milano.] (V.E.)

Chavez: «Io dittatore? Sono i venezuelani che mi scelgono…»
di Sandra Amurri

«Un dittatore, militare golpista, l’ultimo caudillo sostenitore dei narco-guerriglieri colombiani». «Un sognatore illuminato» che sta costruendo il «socialismo del XXI secolo per restituire dignità al popolo venezuelano». Chi è Hugo Chavez? L’interrogativo oggi si pone ancora di più dopo l’annuncio dell’ex parà che propone al Parlamento le sue elezioni a vita. Garcia Marquez nel ’99 scrisse di aver viaggiato e conversato con piacere con due uomini opposti: uno a cui la sorte aveva offerto l’opportunità di salvare il Paese, l’altro, illusionista, che rischiava di passare alla storia come despota. Di certo, il Venezuela di Chavez, da qualsiasi parte lo si voglia vedere, è un Paese al centro di radicali cambiamenti.

Anche grazie alla disponibilità dell’ambasciatore Garante un mese fa abbiamo incontrato il presidente Chavez per un’intervista. Lo osserviamo mentre, tra la «sua» folla abbraccia una bimba dagli occhi scuri come la sua pelle: «Lei è indio come me, povera com’ero io», e sferra il primo affondo contro l’«Impero americano del signor George W. Bush che non tollera che un povero e indio sovverta un sistema in cui un pugno di famiglie sottraeva le ricchezze affamando il popolo. Per questo cercano di fermarmi, in tutti i modi, anche con un affondo mediatico internazionale senza precedenti». Cosa direbbe oggi Marquez di lei? «Sono trascorsi 8 anni da quando ebbi con Gabo quella conversazione meravigliosa. Eravamo all’inizio del cammino, sono certo che ora avrebbe la risposta». Quale? «Chavez è un soldato al servizio del suo popolo che si batte contro il capitalismo, il sistema economico più avaro che sia mai stato inventato, un disastro immane per l’umanità. La sola via possibile, per scampare all’estinzione, è il socialismo democratico, umanitario». Una strada già percorsa…«No. Si tratta di un socialismo nuovo, che coniuga uguaglianza e libertà. Costruire attraverso una democrazia partecipativa una società senza privilegi che non faccia coesistere estrema povertà ed estrema ricchezza, è una necessità imperiosa per tutti i venezuelani, per tutti i latinoamericani». Gli facciamo notare che la «sua» rivoluzione suscita diffidenze anche a sinistra e la destra dice che eliminerà l’economia privata…«Che la destra si contrapponga non sorprende mentre faccio fatica a capire certe posizioni a sinistra, credo che siano frutto di un’informazione manipolata. Noi stiamo facendo una rivoluzione socialista che non elimina la proprietà privata, ma un nuovo sistema pluralista, in cui l’interesse pubblico è prevalente».

Rivoluzione pacifica, fatto storicamente inedito. «Il processo è rivoluzionario in quanto sovverte il sistema, ma il cambiamento avviene nel tempo con l’azione di governo». Sì, ma lei resta un militare, insistiamo, e, la divisa, soprattutto in America Latina, evoca scenari inquietanti. Da non dimenticare, che è stato anche protagonista di un golpe. «La divisa!», esclama sorridendo. «Sono entrato in accademia giovanissimo, ero povero e quello era il solo modo per poter giocare a baseball. Il vero golpe resta quello del 2002, quando, da presidente, sono stato sequestrato per 43 ore in un’isola. Il mondo deve sapere che è stato un golpe deciso da Bush, con l’obbiettivo di abbattere il governo bolivariano. A chiedere la mia liberazione è stata la gente…Il popolo ha risposto eroicamente, sopportando la mancanza di gas, la chiusura a singhiozzo dei supermercati, delle banche, ecc…». I risultati elettorali, continuiamo, dicono che il popolo è con lei, ma la democrazia venezuelana presenta non poche singolarità: l’opposizione non esiste in parlamento, suo padre è governatore dello stato di Barinas, suo fratello è ministro…«È stata una scelta dell’opposizione non presentarsi alle elezioni, di cui non sono responsabile. La famiglia ha avuto un ruolo importante nella mia formazione, mio fratello maggiore mi ha aiutato ad uscire da una visione politica nazionalistica. Guardi, dice mostrando un ciondolo appeso al collo, è l’immagine del Messia che prometteva una nuova era, apparteneva al mio bisnonno guerrigliero sgozzato in carcere. Lo porto sempre con me». Il riferimento al carcere richiama Gramsci. Dicono che lei lo utilizzerebbe per dare uno smalto liberal alla sua rivoluzione…«Mi pare che il pensiero di Gramsci sia al centro della riflessione culturale e politica dei Paesi dell America Latina e non soltanto. L’idea che la politica non possa basarsi esclusivamente sui rapporti di forza e sulla conquista dello Stato, ma sul consenso e sull’egemonia, è un idea ancor oggi rivoluzionaria. Il nostro socialismo, ispirato al disegno di Simon Bolivar, ha bisogno del grande insegnamento di Gramsci». Democrazia, egemonia, popolo. Anche Hitler e Mussolini potevano contare sul consenso popolare. «Hoi!» sbuffa. «In Venezuela si respira forse aria di dittatura? Non vi è libertà di espressione e di informazione? Se così fosse Patrizia Poleo non potrebbe scrivere sul El Nuevo Pais, periodico di opposizione diretto da suo padre la menzogna che Chavez ha fatto liberare Ingrid Betancourt perché amico delle Farc. In questo Paese vengono violati i diritti umani? Qui non esiste Guantanamo».

Chavez, Chavez, sempre Chavez: già si sfiora il culto della personalità, e, sullo sfondo c’è la riforma elettorale che porterebbe al prolungamento del suo mandato, incalziamo. «La personificazione è un po’ il rischio di tutte le rivoluzioni, forse, in questa prima fase è necessario. Il Venezuela del futuro non sarà Chavez, ma ciò che Chavez sarà riuscito a fare, non certo da solo. La democrazia è salda: sarò rieletto se gli elettori lo vorranno». Presidente, quanto a nemici non ne è sprovvisto, le capita mai di avere paura? «L’ho avuta molte volte prima della ribellione. Venivo assalito da incubi. Poi tutto si è dissolto. Un giorno Fidel mi ha detto: Hugo, sai cos’è che mi è più mancato? Uscire da solo, fermarmi all’angolo di una strada a guardare la gente passare». Ecco, Castro…«Si lo so bene, la vicinanza con Cuba un’altra delle mie colpe. Fidel lo amo come un padre, Morales come un fratello». E Lula? «Anche lui è parte della grande famiglia dell’America Latina, con Kirchner…costruiremo la Ue del continente latino americano…». Anche grazie agli immensi giacimenti di petrolio…«Il petrolio, a differenza di ieri, oggi serve per abbattere la povertà e costruire l’integrazione del Continente latinoamericano: un tempo decidevano tutto le multinazionali, adesso gli accordi tra gli Stati».

Miti a sinistra: Chávez, il buon dittatore «socialista»
di Pierluigi Battista

La nascita di una dittatura, il lento ma inesorabile cristallizzarsi di un nuovo dispotismo rivoluzionario: basta guardare alla Caracas di Hugo Chávez per capire in tempo come si forma l’ennesima tirannia animata da propositi palingenetici di giustizia sociale. Una dittatura che non indigna perché non si presenta con i tratti lugubri dei militari golpisti le cui gesta hanno infestato la storia latino- americana. Un dispotismo solare, caldo, esotico. Un nuovo castrismo che incatena il Venezuela ma che elettrizza i cuori dei sempre inappagati turisti della rivoluzione mondiale. Ora il caudillo di Caracas proclama un ritocco costituzionale che semplicemente gli frutterebbe la rielezione a vita come incontrastato presidente del Venezuela (1).

Abroga de iure la proprietà privata già minata da un’ondata di nazionalizzazioni (2) e da un uso spregiudicato dell’arma del petrolio, brandita alla maniera non di una ricchezza economicamadi una risorsa politica per accreditarsi come avanguardia della rivoluzione mondiale. Si candida ad autorità suprema della banca nazionale, concentrando sulla sua figura un agglomerato di potere finanziario e politico destinato a schiacciare ogni tentativo di opposizione.

Nessuno sdegno internazionale per l’uomo che sta disegnando a suo piacimento l’architettura istituzionale di una democrazia che sta soffocando nell’indifferenza generale. Per il dittatore con la smania di entrare nell’eletto gruppo degli «Stati canaglia», vantando un rapporto privilegiato con l’estremismo di Ahmadinejad. Per la nuova bandiera di una mitologia rivoluzionaria che non vuole comprendere il significato delle televisioni scomode imbavagliate in Venezuela e ridotte al silenzio, per gli squadroni paramilitari chiamati a seminare il terrore nei quartieri riottosi di Caracas, appoggiate e assecondate dalle autorità che rispondono soltanto a lui, a Hugo Chávez. Al Chávez che sembra incarnare alla perfezione lo stereotipo dell’agitatore antimperialista e che per questo alimenta attorno alle sue malefatte un’atmosfera di indulgenza, di bonaria accondiscendenza, quando non addirittura di adesione alle sue invettive antiamericane.

Sembrano quasi innocui il suo istrionismo oratorio, la sua figura così poco marziale eppure trasfigurata nelle forme di un nuovo condottiero rivoluzionario che quando deve annunciare al mondo i suoi propositi di dittatore a vita lo fa citando Toni Negri (3), il pensatore della «moltitudine» bizzarramente equiparato nientemeno che ad Aristotele, Machiavelli e Antonio Gramsci. Ma per un Toni Negri che va a Caracas alla ricerca del nuovo Eldorado rivoluzionario, quanta solitudine attorno al Mario Vargas Llosa (4) che identifica in Chávez il nuovo dittatore destinato a perpetuare la maledizione latino-americana. E quanta scarsa voglia di capire perché si vada a finire sempre allo stesso modo, da Cuba al Nicaragua sandinista (5) al Venezuela di Chávez. Di capire qual è la dinamica dell’autoritarismo rivoluzionario che porta passo dopo passo alla sepoltura di ogni parvenza di democrazia e di tutela dei diritti civili. E di comprendere la chiave di un processo degenerativo che è inscritto negli stessi cromosomi dell’avventura rivoluzionaria e anti-imperialista anche se ogni volta adduce circostanze e pretesti i più diversi per giustificare il giro di vite tirannico, il perfezionamento dell’apparato repressivo, la sterzata autoritaria che dapprima stringe in modo asfissiante ogni forma di presenza democratica e poi si compie nel solito trionfo di prigioni piene di dissidenti, censura totale sui mezzi di informazione, annichilimento di ogni genere di resistenza civile. E tutto attraverso l’ossessivo ricorso alla mobilitazione «di massa», alla galvanizzazione populista dei pasdaran della rivoluzione, già eccitati per aver trovato un leader capace di sfidare con la sua demagogia tribunizia i «potenti della terra».

Ecco perché il Venezuela di Chávez assume il valore di un laboratorio politico, di un esperimento che, al prezzo della vittimizzazione dei venezuelani, offre una chiave privilegiata per penetrare nei segreti del dispotismo «socialista»: la vecchia storia che si ripresenta rimpannucciandosi con nuove vesti.

NOTE TENDENZIOSE:

(1) La rielezione del presidente, o del presidente del consiglio (primo ministro), è prevista da moltissime democrazie occidentali. L’importante è che ci siano elezioni.
(2) La nuova costituzione venezuelana garantisce la proprietà privata, solo introduce altre forme: proprietà statale (per le industrie strategiche), cooperativa, comunale ecc. Le nazionalizzazioni di settori produttivi, dietro compenso, alle società straniere che ne avevano il controllo, hanno riguardato beni del sottosuolo, telefonia, elettricità.
(3) Sarebbe un crimine? Forse Battista pensa ancora a Negri come al capo delle Brigate Rosse, tal quale quel Claudio Magris di cui il suo giornale ospita ogni tanto le furibonde esternazioni.
(4) Si presenta come “solitario” il più coccolato in Occidente tra gli intellettuali latino-americani. Se dalle sue parti lo si detesta una ragione c’è. Dopo un passato marxista aderì con trasporto al neoliberismo. Politicamente fu un fallimento, però sono credenziali che da noi contano.
(5) Quale sarebbe il torto dei sandinisti? Avere guidato una rivoluzione contro una tirannia disumana? Avere ceduto il potere quando persero le elezioni, nel 1990? Battista ha una concezione stranissima della democrazia.

Lettera al Corriere di Ciro Brescia:

Sul quotidiano di oggi leggo l’ennesimo articolo infamante sul Venezuela rivoluzionario guidato da Hugo Chavez, a firma di Pierluigi Battista, contemporaneamente mi accorgo di quanto sia lontano dallo stile di Sandra Amurri che tratta lo stesso argomento dalle colonne de L’Unità nello stesso giorno. Mi chiedo: ma se Chavez è un dittatore, nonostante abbia la maggioranza schiacciante del sostegno popolare, come dovremmo definire allora un George W. Bush jr. che di fatto può guidare il paese più potente del mondo con un sostegno pari al 20% del popolo americano? E’ questa la democrazia che piace a Battista? Perchè il nostro Battista non fa informazione come dovrebbe fare un giornalista ed invece
imbratta le pagine del giornale inveendo in maniera del tutto irrazionale contro un capo di Stato sicuramente scomodo per chi sta seminado guerra e terrore in giro per il mondo come il Presidente degli Usa? Perchè Battista non dice che grazie al governo Chavez il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo per la prima volta nella storia? Perchè tutti i governi precedenti in Venezuela, che evidentemente il buon Battista considera democratici, hanno sempre lasciato le larghe masse del paese nella miseria e nell’ignoranza? Un popolo costretto dal proprio governo a pascere nell’ignoranza è un popolo che non ha gli strumenti per la propria difesa dall’oppressione. Un popolo costretto all’analfabetismo è un popolo vittima cieca della propria autodistruzione. E’ un popolo che può essere solo manipolato e sfruttato. Secondo un sondaggio di qualche tempo fa, negli Usa la maggioranza degli studenti non sapeva indicare su una cartina geografica
dove fosse l’Iraq nello stesso momento in cui il terrorista numero uno al mondo George W. Bush jr. mandava gli stessi giovani a morire in Iraq, Afghanistan e per il resto del mondo, per difendere interessi che non sono e non saranno mai i loro interessi. E’ questa la ‘democrazia’ che piace a Battista? Articoli come quello di Battista indicano solo che il giornalismo in Italia se non fosse per rari e nobili esempi come quello di Sandra Amurri, praticamente non esisterebbe più.
Un saluto, con la speranza, prima o poi, di non leggere più sui quotidiani simili oscenità.
Ciro Brescia