VIRUS

di Danilo Arona

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Ne abbiamo già parlato. In gergo giornalistico, superficialmente esoterico, chiamansi “maledizioni”. Sono tornate d’attualità causa i troppi suicidi nel carcere di Sulmona. Quelli che “ci capiscono”, sostengono che la chiave interpretativa risiede di solito nel primo anello della catena. A Sulmona, a monte dell’ondata dei suicidi “ravvicinati” (perché prima ve ne fu una serie, come dire, più diluita nel tempo), abbiamo quello – dicono inspiegabile – della direttrice del carcere che si fece saltare le cervella con la sua pistola. E’ lì che bisogna indagare.

Capita anche a Borore, piccola “bassavilla” in Sardegna che raggiunge la sua tragica notorietà nel 1995. Siamo in febbraio. Due giovani, venticinque anni ciascuno, amici dalla nascita, si fanno travolgere dal treno nei pressi della stazione alle nove di sera. Non è certo il primo caso del genere in Italia, e il suicidio in coppia è per i soliti bene informati l’indizio rilevatore di una particolare fragilità. Ma sin da subito giornali e telegiornali alludono a riferimenti quasi soprannaturali, con non meglio precisati “riti satanici” e lo stesso padre di una delle vittime che va in televisione a sostenere che i ragazzi sono stati “plagiati” durante una messa nera e istigati ad uccidersi. Di certo, al di là della suggestione, il dato sconcertante è che Ivano Cabras e Stefano Salaris non sono che gli ultimi di una catena di suicidi in atto da pochi anni, tutti concentrati nello stesso punto, cioè il km. 139 della linea Sassari-Cagliari. Il padre di Ivano sostiene che la catena maledetta è dovuta allo spirito della prima ragazza che un po’ di tempo prima ha aperto la tragica sequenza. Evocata la sua anima durante un rito da uno strambo santone ex sacrestano, i ragazzi – così dice l’uomo a uno strabiliato Giancarlo Magalli durante una puntata de I fatti vostri – sarebbero stati “posseduti” dallo spirito inquieto e così spinti a raggiungere tutti gli altri che hanno trovati la morte sui binari. Naturalmente la spiegazione sarebbe la stessa per ogni componente di questa funesta catena, che con Cabras e Salaris raggiunge il ragguardevole numero di dieci vittime. Ancora più sconcertanti le dichiarazioni della madre che vengono riportate da L’unione sarda: “Non lo ha fatto in condizioni normali. Io lo conoscevo bene. Secondo me è successo qualcosa di strano. Lo hanno costretto a buttarsi sotto il treno. Qualcuno potrebbe anche averlo ipnotizzato”.
Di certo dieci vittime, tutte nello stesso punto, e quasi tutte legate da un rapporto di conoscenza, sono un assoluto enigma. E bastano le ipotesi di processi emulativi? E che significano le dichiarazioni dei ragazzi in paese: “Non è finita qui, qualcuno potrebbe fare lo stesso”?
L’Italia rigurgita di misteri di questo tenore. Nessuno se ne occupa, non esistono strumenti di precisione o testi universitari di riferimento. Gli pseudo-maghi ci vanno a nozze, sparano bufale e spesso spillano denaro alle anime candide. Ma c’è gente che sa come fare: io ne conosco. Sono quei veri “maghi”, per capirci, che non lo fanno di professione e possiedono doti di “visione” di cui farebbero volentieri a meno. Loro sanno che nelle cosiddette “maledizioni” occorre scendere in territori oscuri la cui conoscenza può far perdere l’equilibrio mentale a qualsiasi “normale”. E molti di loro non lo fanno. Così nella maggior parte dei casi, i misteri restano tali.
Anni fa scrissi parecchio sulla cosiddetta “maledizione del Mozarteum” di Salisburgo. Si tratta, senza ombra di dubbio, del conservatorio più famoso del mondo, inaugurato nel 1979. Da allora, lì dentro, sono morte un sacco di persone, tra allievi e personale insegnante. Nessuno si è suicidato, beninteso. Però sono morti tutti per “suicidio cellulare”: identica causa, leucemia. Troppi. Persino ragazzi americani che hanno frequentato il luogo per un po’ di tempo e, una volta tornati in patria, sono morti in pochi mesi.
Nell’anno Duemila il disperato appello di un docente: “Qui dentro stiamo tutti male da molti anni, ma nessuno si è mai degnato di prenderci n considerazione. Adesso, dopo anni d’insegnamento, sono un relitto umano. Si sentono strani odori, si vedono vapori fuorisucire dalle pareti, la gente accusa mal di testa e nausea. E la gente muore.”
Tante morti che hanno fatto dichiarare ufficialmente al direttore dell’Istituto Ambientale di Salisburgo, Cristoph Konig, che nell’aria ci potrebbero essere alcune sostanze cancerogene di origine non accertata, come il polisolfuro di fenile e lo ftalato. Un’affermazione non così brillante, dato che è quello che dicono tutti senza entrare nel merito della chimica. Ma da dove vengono tali sostanze? L’edificio è stato decine di volte risanato e disinfettato, ma non si è risolto nulla. Il morbo proviene dalle parti murarie. Ma quale impresa di dementi potrebbero aver cementato le strutture portanti con ingredienti mortali? Tutto è possibile, in realtà: basterebbe pensare a tutto l’amianto che si trova ancora in circolazione nel bel paese. E che ancora uccide.
Già, i tre casi di cui sopra non sembrano avere molto in comune. I suicidi all’interno di un carcere particolarmente duro e deprimente, quelli di giovani disadattati “posseduti” da un distruttivo spirito di emulazione, le morti chimiche di un luogo impregnato di merda cancerogena che sta nelle stesse condizioni ambientali di una fabbrica a Porto Marghera. Così ce la raccontiamo noi “normali” che camminiamo sulla Terra e non abbiamo nessuna voglia di contemplare cose dall’altro mondo, sull’angolo della retina, da zone-finestra o da dimensioni parallele. Ma io che spesso ci lavoro con “quelli che vedono”, sono costretto a confessare che per loro la causa è sempre una e sempre uguale. Da una quindicina d’anni, più o meno, come medici che non sono mai stati, loro usano lo stesso termine: virus. La prima volta che l’ho udito, dentro una casa infestata a pochi chilometri da Bassavilla dove sette proprietari sono passati a miglior vita nel giro di quattro anni (la chiamano “la casa delle vedove”, così lancio una delle prossime cronache…), ho chiesto spiegazioni a uno di “loro” e mi è stato risposto: “Si tratta di corpi sottili prima che infezioni epidemiche e possono agire in tutt’e due le condizioni, tanto sui corpi quanto sulla mente. Sono virus.”
Esatto, come il virus Ring, dato che ci piacciono i riscontri “letterari”. E, senza ulteriori commenti, chiudiamo con questo flash che ci è giunto dal Giappone, patria di Koji Suzuki, un paio di mesi fa:

Suicidi. Di gruppo. In Giappone casi di morte collettiva stanno tenendo in seria apprensione le istituzioni. Saitama, Fukuoka, Sasayama, Tokyo. Luoghi diversi, stessa trama. Da diverse parti del Paese, ragazzi interagiscono via Internet per pianificare un suicidio collettivo. Da sempre con alto tasso di morti volontarie, il Giappone ha riscontrato nel 2003 un incremento medio di suicidi del 17% rispetto al 2002, con punta massima di crescita del 22% nella fascia di età inferiore ai 19 anni. Secondo la polizia nipponica, nel 2003 i casi di suicidio collettivo tramite Internet sono stati 12 con 34 morti e nel 2004 9 casi con 26 morti. Sono tuttora accessibili nel Web siti per ‘aspiranti suicidi’, dove vengono scambiate informazioni su posti e tecniche migliori per morire in compagnia. Quali le cause? Crisi delle relazioni sociali? Missioni segrete di sette religiose? La totale assenza di spiegazioni e di ragioni plausibili tiene in massima allerta le istituzioni giapponesi. Il particolare più inquietante, sembra, è che tutti i ragazzi che si sono uccisi hanno lasciato accanto al computer lo stesso biglietto con una sola parola. Tali e quali da Saitama a Tokyo, da Fukuoka a Sasayama. La parola è VIRUS.

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