Intervista a Serge Quadruppani

di As Chianese

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Il suo illustre connazionale Jean Partick Manchette lo definì: “Il più interessante autore noir degli ultimi anni”; dichiarazione, questa, che non tardò ad avere visibili riscontri nei paesi europei dove erano stati pubblicati i suoi romanzi: Serge Quadruppani (1952) è un autore solido e raffinato di splendidi giallo/noir che a volte sorprendono e altre volte accarezzano la sensibilità dei lettori con l’insolita, originale, malinconia che vela le pagine più riuscite delle sue storie, come: L’Assassina di Belleville o La Breve Estate dei Colchici; quest’ultimo pubblicato in Italia poco tempo fa da Mondadori nella collana dei Gialli (n. 2822) per la traduzione di Maruzza Loria.

Profondamente innamorato dell’Italia, Serge Quadruppani è anche il traduttore di Andrea Camilleri e Valerio Evangelisti: due dei migliori scrittori nostrani che, data l’originalità linguistica del primo e la vivissima cultura storica dell’altro, impegnano non poco le giornate e la professionalità del francese. E’ stato proprio Andrea Camilleri, durante innumerevoli interviste rilasciate, a parlare dell’innata bravura di Quadruppani, affermando, ogni qual volta gli si chiedesse quale traduzione preferisce dei suoi vendutissimi romanzi, che le edizioni francesi sono le migliori in assoluto.
L’estate scorsa, in luglio, una lieta sorpresa attese in edicola gli abituali lettori de “Il Giallo” mondadoriano: l’antologia 14 Colpi al Cuore (n. 2789, poi in Oscar varia n. 1833) che raccoglieva splendidi racconti a firma dei nostri migliori giallisti (Camilleri, Lucarelli, Fois, Filastò, Carlotto, Dazieri, Piazzese ecc…) pubblicata in Italia dopo che Quadruppani, che aveva curato l’edizione in Francia a scopo divulgativo col titolo di Portes d’Italie, aveva raccolto ancora una volta una larga serie di consensi.
L’autore si è concesso a questa lunga chiacchierata promettendosi di svelarci, con il regalo di una mai tradotta nota personale, come riesce a far parlare il francese ad un “garruso” come il commissario Salvo Montalbano.

Chianese: Parlami un po’ di te, dei tuoi studi, della tua passione per il giallo e di questa Italia che è un po’ la tua seconda patria, visto il lavoro che fai
per i nostri scrittori.

Quadruppani: Nel 1970, dopo essere stato espulso dal liceo per
agitazione rivoluzionaria, avevo diciott’anni, ero partito per fare il
concorso per l’Ecole Noròale Superieure, la “Grande Ecole” francese che
forma le élites della nazione, ma ho incontrato i grandi testi della
tradizione rivoluzionaria antistalinista e anche certe pratiche (moti,
droghe, passioni amorose e sesso) che mi hanno dato la sensazione che “la
vita è altrove”, come dice Rimbaud, e non ho fatto niente di confessabile
fino a trent’anni. In seguito ho cominciato a lavorare, lavorare, lavorare
e non mi sono più fermato. Ho scritto saggi, inchieste e quando ho
cominciato a scrivere romanzi, prima ho cominciato con lo scrivere romanzi
storici, poi dei noir: in ogni modo, mi sembrava naturale debuttare nel
romanzo di genere, per mantenere una distanza con le pretese “artistiche”
della letteratura generalista. Ma ho scritto anche un romanzo, Les Alpes de la lune, che ha anche queste pretese, e sono in procinto di scriverne un altro.
Nel frattempo ho incontrato una siciliana che vive a Roma e attraverso di lei, l’Italia, la Sicilia e la lingua italiana. Quello che mi colpisce è che l’Italia, così vicina al paese dove sono nato, per me resta ancora profondamente esotica. Amo vivere tra i due paesi, una buon metodo per evitare una delle cose che odio di più al mondo: il patriottismo e lo sciovinismo.

Chianese: Quali sono stati i libri che più hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

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Quadruppani: Sicuramente La società dello spettacolo di Guy Debord e tutti i libri di Jean-Patrick Manchette, ma anche Flaubert, Rimbaud… e migliaia d’altri, sarebbe impossibile elencarli tutti.

Chianese: …E il cinema?

Quadruppani: Mi sento influenzato dalla scrittura cinematografica in generale, come tanti autori contemporanei, ma non da un cineasta in particolare.

Chianese: In Francia sei il traduttore di Andrea Camilleri: un lavoraccio! Datoche il nostro amabile scrittore siciliano fa parlare i suoi personaggi, scrive, in una lingua poco affine al francese…. come riesci a tradurlo? Come riesci a far quadrare tutto con la tua lingua madre?

Quadruppani: Mi pongono questa domanda duemila volte all’anno…L’opera letteraria di Andrea Camilleri conosce nel suo paese un tale successo che sarebbe difficile trovare un equivalente in questa metà di secolo in Italia. Buona parte di questo risultato è dovuta al linguaggio particolare che egli utilizza. Non è facile dunque rendere la peculiarità. E’ necessario innanzitutto far percepire i tre livelli sui quali essa gioca, perché ciascuno di essi pone dei problemi specifici.
Il primo livello è quello dell’italiano “ufficiale”, che non presenta particolare difficoltà per l’interprete: il più delle volte lo si traduce in un francese locale, come l’italiano dell’autore, in un registro familiare. Il terzo livello è quello di un dialetto puro: in questi passaggi, sempre dialogati, il dialetto è abbastanza simile all’italiano, tanto da renderne inutile la traduzione, infatti Camilleri, a volte, ne fornisce una. A questo livello io ho semplicemente tradotto il dialetto in francese permettendomi di segnalare nel testo che il dialogo avviene in siciliano (riproducendone talvolta, per rendere il colore locale, le frasi in dialetto affianco al francese).
La difficoltà principale si presenta per il livello intermedio, quello dell’italiano sicilianizzato, che poi, è allo stesso tempo quello del narratore e della maggior parte dei personaggi. Esso è farcito di termini che non sono puro dialetto, ma piuttosto dei regionalismi (per citare due esempi molto frequenti, taliare per guardare: regarder; e spiare per chiedere: demander). Di queste parole Camilleri non dà la traduzione, perché egli le ha messe in una maniera tale che se ne afferra il senso grazie al contesto (è così, spesso, grazie alla sonorità vicina di una parola conosciuta). Ecco perché gli italiani di buona volontà (la stragrande maggioranza, ma si trovano ancora quelli che affermano di non capire affatto la lingua “camilleriana”) non hanno bisogno di glossario, gustano la stranezza della lingua e comunque la capiscono.
Sostituire questa lingua con una delle “parlate” della Francia non mi è sembrata la soluzione migliore: sia perché queste lingue, cadute in disuso, sono incomprensibili alla maggior parte dei lettori (e potrebbe sembrare bizzarro sostituire una lingua ben viva ed ancorata nelle parlate della Sicilia di oggi, con una lingua morta), sia perché sono dei modi di dire lontanissimi dalle lingue latine (un Camilleri argotico avrebbe ancora qualcosa di siciliano?). Si è dovuto dunque rinunciare a cercare, per ogni termine, degli equivalenti. Il “camilleriano” non è la trascrizione pura e semplice di un idioma da parte di un linguista, ma la creazione personale di uno scrittore a partire dalla parlata della regione di Agrigento. E comunque se ogni vera traduzione comporta una parte di creazione letteraria, il traduttore deve anche evitare di disputare il suo ruolo con l’autore: era fuori questione inventare una lingua artificiale.
Per rendere il livello dell’italiano sicilianizzato, in certi punti ho posto come dei limiti ricordando a quale dei livelli ci si trova, termini del francese del mezzogiorno. Anzitutto perché il francese occitanizzato si è molto diffuso, attraverso vari canali culturali, tanto che, fino a Calais, si capisce cos’è un “picciriddu” . Inoltre questi regionalismi apportano al francese un profumo di sud. D’altra parte io ho scelto il partito della ch’timi: che è la lingua regionale dell’estremo nord della Francia (intorno a Lille), quando si è trattato di rendere percettibili alcune particolarità della costruzione delle frasi (in versione soggetto/verbo: “sono Montalbano” : “Montalbano sono”) o curioso impiego del passato remoto (che fu? “che cosa fu?” per “che cosa succede?”) da dove passa l’enfasi siciliana, o meglio ancora l’uso intemperante della preposizione “à” con dei verbi diretti edil ricorso frequentissimo a forme pronominali (“si faceva un sogno” per “faceva un sogno”), ecc…
Ho cercato così di trasporre certe deformazioni che il maestro di Porto Empedocle impone all’italiano classico, per far capire la pronuncia della sua terra: “pinsare” invece di “pensare”, in italiano classico, è stato tradotto con il francese “pinser”, “arricordarsi” invece di “ricordarsi” è stato tradotto con “s’arappeller”, “vrazzi” per “bracci”. invece che con il classico “les bras”, è stato tradotto in “vras”, ecc…
Una scelta certamente discutibile, ma che mi sembrava comunque la meno peggiore delle soluzioni, perché permette di seguire l’evoluzione dello stile del nostro autore. In effetti, l’abbondanza delle trasposizioni di deformazioni orali non è la stessa nei primi romanzi del commissario Montalbano che negli ultimi (sembra che, conquistato e ormai abituato il suo pubblico, Camilleri abbia minore esitazione a far capire la singolarità della sua musica), e la loro presenza più o meno importante in tale o tale altro non è sprovvisto di significati, volontari o meno. L’insieme di questi tipi di traduzione sfocia in una lingua abbastanza lontana da quella che di solito si chiama “buon francese”, la mia traduzione può apparire poco fluida e spesso si allontana deliberatamente dalla correzione grammaticale. Da alcuni decenni il lavoro dei traduttori è orientato al tentativo di rendere meglio la lingua dei loro autori sottraendosi alla dittatura della “fluidità” e del “grammaticalmente corretto”, che avevano imposto a delle generazioni di lettori francesi un idea troppo vaga dello stile reale di tanti autori. Un tale movimento riunisce così il lavoro degli autori francofoni che si impegnano a liberare la loro espressione dal peso di una lingua su cui si è troppo legiferato. All’interno di questo quadro, per il mio livello artigianale, l’essenziale sarebbe tentare di restituire al lettore francese la maggior parte di quello che avverte anche il lettore italiano, non siciliano, quando legge Camilleri. Quel sentimento di strana familiarità che la sua lingua procura, eco di ciò che si prova incontrando, su un’isola, un’antichissima e modernissima civiltà.

Chianese: Ma secondo te quale è la ricetta (oggi come oggi) per un giallo/noir a dir poco perfetto?

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Quadruppani: Suppongo che la tua domanda sia uno scherzo. L’idea che possa esistere una ricetta non ti è certamente venuta … Ti darò una risposta originalissima: per scrivere un giallo/noir di qualità, bisogna avere del
talento.

Chianese: Tu hai curato un’ antologia per Mondadori, 14 colpi al cuore, ma circolano indiscrezioni che sostengono che sei rimasto scontento dell’edizione italiana di questo libro. Cos’ hai da dire?

Quadruppani: Non so cosa siano queste indiscrezioni. Mi è molto rincresciuto che Sandrone Dazieri abbia deciso di eliminare alcuni autori presenti nella versione francese (Maccentelli, Curtoni) e che abbia domandato a Michele Serio di scrivere un altro racconto, col pretesto che i lettori italiani rischiavano di restare scioccati dal suo Cagnetta, storia un po’ spinta, certo, (le relazioni amorose e sessuali di una coppia d’italiani ipernormali con la loro cagna), ma esilarante. Però queste scelte appartengono a Sandrone Dazieri, in quanto curatore per Mondadori, e non ho giudicato giusto rinunciare all’antologia per intero, per non penalizzare gli altri autori.

Chianese: Gli autori di quel libro sono tutti degli scrittori italiani. Facciamo un gioco: mi puoi abbozzare accanto ad ognuno (in base al suo modo di scrivere o alla fatica che ti hanno fatto fare per tradurre) un aggettivo?

Quadruppani: Ok! ma non sono stato io a tradurre i racconti per l’edizione italiana:
Andrea Camilleri: Indispensabile
Gianfranco Manfredi: brillante
Laura Grimaldi: solida
Nino Filastò: barocco
Massimo Carlotto: fortemente documentato
Santo Piazzese: elegante
Danilo Arona: inquietante
Marcello Fois: eccellente
Enzo Fileno Carabba: spaventoso
Eraldo Baldini: angosciante
Michele Serio: perverso
Giacomo Cacciatore: saporoso
Cesare Battisti: virulento
Carlo Lucarelli: efficace

Chianese: In definitiva a te piace il giallo e il noir ma, da straniero super partes, puoi dirmi sinceramente se c’è uno scrittore o un tipo di
letteratura in Italia che a tuo parere davvero non va?

Quadruppani: In Italia come in Francia, la stragrande maggioranza della letteratura, quella che si vende di più in ogni caso, non m’interessa.

Chianese: Letterariamente pensi che l’Italia possa dare ancora dei grandi scrittori di genere oppure questa ottima produzione, questi ottimi nuovi
autori sono destinati a spegnersi?

Quadruppani: Non vedo perchè dei grandi autori di genere non dovrebbero rivelarsi nei prossimi anni.

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Chianese: Noi abbiamo avuto Scerbanenco, Gadda, Fruttero & Lucentini e tanti, tantissimi altri maestri. Ma, secondo te, perchè da noi manca una vera e propria scuola, un vero e proprio genere affermato e rispettato?

Quadruppani: C’è un concetto accademico della cultura che pesa qui ancor più che in Francia. Questa concezione tende, come dappertutto, a essere rimpiazzata dalla dittatura dei mondi mediatici, che non è il massimo. Ma è così
importante che esista un genere affermato e rispettato? Rispettato da chi?
Dagli stronzi, ce ne freghiamo. E dai lettori, è già fatto, no?

Chianese: Pensi che la nostra letteratura di genere sia stata contaminata dal nostro modo di fare cinema o di rivolgerci verso prodotti stranieri (siamo o non siamo degli esterofili?)

Quadruppani: Gli autori più interessanti sono quelli nei quali le influenze non sono invadenti. Meno male che “vostra” letteratura non è stata contaminata da “vostro” cinema contemporaneo: questa battuta viene di qualcuno che ha adorato il cinema italiano dagli anni dai Cinquanta ai Settanta. Ma questo possessivo, “nostro”, non ti dà fastidio? Spero che non consideri come “tuo” il cinema di Tornatore, come non e mia la letteratura di Houëllbecq.

Chianese: Una curiosità: perchè Scerbanenco in Francia veniva trattato come un autore di destra?

Quadruppani: Pare che in certi testi si trovano dei brani discutibili, ma non ne so niente e comunque, la correttezza politica in letteratura è una delle più triste smanie, particolarmente insopportabile nel genere noir.

Chianese: Puoi farci qualche anticipazione su chi tradurrai o che scriverai nella
prossima stagione? lettori forti di cuore si aspettano un altra antologia!

Quadruppani: Traduco Camilleri, P.G. di Cara, Dazieri, Gallarzo. Rimpiango molto di non tradurre più Valerio Evangelisti. Sto finendo un romanzo con forte carica
autobiografica. E appena uscita in Francia La nuit de la dinde,
un giallo. Ho proposto una antologia d’autori francesi a Sandrone Dazieri e aspetto una risposta.

Chianese: Ma nell panorama francese del noir da chi ti aspetti veramente qualcosa di speciale? Quanta amarezza è rimasta per la morte di un grande come J. C. Izzo?

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Quadruppani: Mi aspetto, e spero, che la moda “polar” in Francia passi, che siano pubblicati meno libri cattivi. L’autore di cui rimpiango la sparizione, letterariamente parlando, è J. Patrick Manchette (era un
amico). Umanamente mi piaceva molto, Izzo. Ma non lo considero un grande:
la sua trilogia marsigliese, per me, è simpatica ma molto consolatoria:
bisogna vedere come i marsigliesi adorano questo specchio che lui tende loro. Il ruolo della buona letteratura è soprattutto di non essere consolatorio.

Chianese: Cosa pensi del web e delle nuove tecnologie?

Quadruppani: Niente di molto originale: c’è un uso cretino, e un uso intelligente. Questo mezzo apre dei nuovi spazi alla sensibilità, ma non rimpiazzerà quelli vecchi, e sicuramente non i libri.

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