Un osservatorio per la civiltà giuridica

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Tempi, circostanze e modalità con le quali è stata portata a termine l’estradizione di Paolo Persichetti hanno fornito all’intera vicenda un carattere esemplare. Si è trattato di un episodio paradigmatico, indizio di un fenomeno ben più vasto e inquietante che sta inquinando dalle fondamenta l’edificio europeo in costruzione: la giudiziarizzazione della società come modello di governo e l’idea che l’azione penale possa essere lo strumento di regolazione della vita sociale.

L’Unione europea, originariamente nata come spazio economico — prima circoscritto poi sempre più allargato al libero scambio di tutte le merci e di tutti i capitali fino alla costituzione della moneta unica — vede le sue strutture politiche sprovviste di un peso altrettanto forte e mostra di non concepirsi come uno «spazio sociale» che necessita di garanzie, diritti e tutele forti a favore dei milioni di esseri umani che vi abitano, vi lavorano, vi circolano, vi vivono.
Dopo il ruolo chiave giocato dalle alte burocrazie e dall’alta finanza, i nuovi attori centrali del processo di unificazione sembrano essere divenuti le magistrature e le polizie che tendono ad anticipare normative ancora non in vigore, agendo in un virtuale «come se», sprovvisto ovviamente di ogni contrappeso che ne regoli lo strapotere.
Imprenditori del profitto e imprenditori dell’emergenza hanno coagulato intorno a sé funzioni, centri di decisione e burocrazie, che di fatto assorbono ed esercitano la sovranità reale.
Il prossimo «mandato di arresto europeo», rispetto al quale l’estradizione di Paolo Persichetti può essere considerata una «prova generale», nasce tra le asimmetrie più stridenti tra i codici penali, le profonde diversità dei criteri di formulazione delle prove, le differenze tra riti accusatorii e inquisitorii, la disparità delle pene. In alcuni paesi sono ancora perseguiti i «reati d’opinione», e la natura di questi reati varia da paese a paese. In Italia sono perseguite ben sette tipologie di reato associativo — proliferazione che non ha corrispettivo nel resto d’Europa. La «parola» dei pentiti non è apprezzata allo stesso modo nei diversi codici di procedura penale che si ispirano a concezioni diverse della prova. La natura e l’entità delle pene varia secondo gli ordinamenti penitenziari, dal massimo di 10 anni in Olanda, ai 15 in Germania ai 30 in Italia. Persistono tuttora condizioni detentive speciali come i Qhs in Francia e il 41 bis in Italia che legalizzano la tortura, mostrando una concezione puramente afflittiva e vendicativa della pena. E infine, alcuni paesi, e tra questi l’Italia, vedono il proprio ordinamento alterato dalla presenza di numerose leggi d’eccezione.
Lo «spazio giudiziario europeo», lungi dall’essere un territorio dove prende forma una normativa comune, transnazionale, assomiglia sempre più all’Europa uscita dal Congresso di Vienna. Ovvero un luogo ispirato al rispetto del «sacro principio di legittimità» in cui gli Stati membri riconoscono in modo automatico la loro reciproca forza coercitiva a scapito dei cittadini, i quali invece vedono scomparire le precedenti forme di tutela e garanzia.
Il trattamento riservato alle merci non trova un corrispettivo nel trattamento riservato agli esseri umani, cittadini e residenti nell’Unione europea.
Occorre dunque non solo uniformare gli ordinamenti giudiziari e creare una forte istanza di Appello centrale europea, dotata dei poteri di Cassazione, nonché armonizzare i codici penali e i regolamenti penitenziari, ma anche adeguare nella direzione dei principii più garantisti che sopravvivono nei diversi codici. Il Massimo comune multiplo, e non il Minimo comun divisore, deve ispirare la civiltà giuridica che sta edificandosi, con un accordo ai livelli più alti delle tutele e delle garanzie delle libertà collettive e individuali.
In tal senso è auspicabile il varo di provvedimenti di amnistia nei singoli paesi membri per sanare definitivamente, lì dove ciò non fosse ancora avvenuto, le eredità giudiziarie e penali dei conflitti di tipo socio-politico o territoriale che hanno traversato l’Europa nell’ultimo trentennio. Un azzeramento che, in vista dell’entrata in vigore di nuovi automatismi comunitari, consentirebbe ai singoli paesi membri di non dover rimettere in discussione scelte sovrane in favore di politiche di accoglienza e d’asilo politico concesse a cittadini di altri Stati membri.
Per queste ragioni abbiamo dato vita a un Comitato che, prendendo spunto dal caso Persichetti come rivelatore ulteriore di un processo i cui segni si manifestano da diverso tempo, e monitorando questo e altri casi analoghi, attiri l’attenzione sul degrado della civiltà giuridica che sta accompagnando l’unificazione europea.

Cesare Bermani, storico
Mauro Bulgarelli, deputato dei Verdi
Paolo Cento, deputato dei Verdi
Roberto De Caro, storico, direttore di “Hortus musicus”
Elettra Deiana, deputato del Prc
Claudio Del Bello, docente universitario
Erri De Luca, scrittore
Giuseppe Di Lello, deputato europeo del Prc
Valerio Evangelisti, scrittore
Franco Gallerano, docente universitario
Alfonso Gianni, deputato del Prc
Mario Lunetta, scrittore
Lucio Manisco, deputato europeo del Pdci
Graziella Mascia, deputato del Prc
Maria Persichetti,
Francesco Romeo, avvocato
Giovanni Russo Spena, giurista e deputato del Prc
Niki Vendola, deputato del Prc

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