einstein.jpgdi Nico Gallo (da Liberazione, 9.01.03)
Il giorno 27 aprile del 1900, in occasione dell’incontro del venerdì presso la Royal Society of Great Britain, Lord Kelvin lesse una relazione intitolata “Nineteenth Century Clouds over the Dynamical Theory of Heat and Light”. La prima nube che si avvicinava per oscurare l’impianto perfetto della fisica dell’Ottocento riguardava il problema del calore specifico dei solidi, i cui valori ricavati sperimentalmente differivano sensibilmente da quelli calcolati dalla teoria. La seconda nube raffigurava l’etere, quel misterioso materiale dalle strane proprietà che pervadeva l’universo e che consentiva alla radiazione elettromagnetica di propagarsi nello spazio. Se la prima nube gettava la propria ombra sulla termodinamica, dove molti autorevoli scienziati ancora negavano l’esistenza delle molecole e l’opera di un gigante della fisica come Ludwig Boltzmann era ancora incompresa, il problema dell’etere intaccava la bellezza formale di uno degli impianti teorici più eleganti di tutta la storia della fisica.

einsteincover.jpgliberazione.gifSi trattava delle equazioni di Maxwell. L’inizio del Novecento vede la fisica teorica mondiale misurarsi con problemi che erano sorti dal raffinarsi delle tecniche sperimentali e che spaziavano dalla scoperta dell’elettrone, ai problemi della radiazione, alla struttura molecolare della materia, problemi che la fisica teorica ha avuto difficoltà a spiegare se non con soluzioni parziali e spesso contraddittorie. Nel 1905, Albert Einstein, un oscuro e permaloso tecnico di seconda categoria dell’Ufficio Brevetti di Berna (un “trombato” dall’università, diremmo oggi), invia in rapida successione alla rivista tedesca Annalen der Physik una serie di articoli destinati a passare alla storia, a modificare rapidamente le concezioni di base della fisica e a creare una serie di nuovi problemi che, ancora oggi, non sono forse completamente risolti. Ciò che Einstein introduce, nel tentativo di risolvere le contraddizioni presenti nella fisica teorica della sua epoca, si chiamano oggi Teoria della Relatività e Teoria dei Quanti.
Numerose biografie si sono occupate di questo scienziato eccezionale e cosmopolita, originale e imprevedibile, e la più rigorosa è certo quella pubblicata da Abraham Pais, Sottile è il signore… (tradotta in Italia da Bollati Boringhieri), ma nulla toglie che ci sia ancora molto da scoprire riguardo alla figura di Albert Einstein. Alcuni sono a caccia del suo segreto, quell’intelligenza straordinaria che, per un periodo limitato nel tempo (purtroppo!), gli ha consentito di risolvere tutti i quesiti della fisica della sua epoca, altri tentano di comprendere sempre meglio il suo reale contributo scientifico, aggredendo quell’aura mitica così forte e in grado di disorientare gli storici, altri ancora perseguono nella strada di amplificarne l’icona a discapito del suo prestigioso e indiscutibile ruolo nella storia dell’umanità. Einstein innamorato. La vita di un genio tra scoperte scientifiche e passione romantica (Bompiani, pp. 542, 22 euro) è un libro indeciso tra il rigore storico e lo scandalo, e promette al lettore licenziose rivelazioni sulla vita di Albert Einstein, aiutandoci a districarci tra le mogli, le amanti e le spasimanti, nel rapporto con i genitori e quello con i figli. Dennis Overbye, che è giornalista scientifico di tutto rispetto, ci propone una storia dettagliata della prima metà della vita del grande scienziato in cui tenta di ricostruire un’esistenza che mette a fuoco le due identità di Einstein, l’uomo (con le sue passioni, le esigenze quotidiane, le frustrazioni) e lo scienziato. Ne risulta, e forse era prevedibile, che Einstein fu uomo e non dio, e la sua vita è quella di un individuo colto della prima metà del Novecento, di un uomo, in definitiva, comune. Non so se fosse necessaria una nuova biografia per saperlo, ma conoscere quale fosse il suo rapporto con Mileva Maric, la prima moglie, e le conseguenti difficoltà a vivere un’esistenza normalmente borghese, come il suo ceto gli consentì, non ci aiutano a comprendere perché egli fosse un genio, né quale conseguenze le sue scoperte ebbero in quella cultura sottile che è la fisica. Per la cronaca ora sappiamo che gli piacevano le donne, che amò con passione, che seppe andare contro le convenzioni, anche se in quell’epoca conosciamo trasgressioni ben più importanti e coraggiose, che fu un padre distratto, ma questa banalità dello scienziato che questo libro mette in campo non è certo una buona ragione per non leggerlo. Overbye segue la vita quotidiana di Albert Einstein sincronizzandola alla sua vita scientifica, e con passione descrive la strada difficile che dovette affrontare per raggiungere quel nuovo gradino nella concezione della scienza. Fu un’ascesa caparbia, che in qualche modo si esaurì, sfinita, nel 1916, dopo tanti successi e tante incomprensioni, e che lasciò Einstein scientificamente inattivo fino alla sua morte (almeno secondo il suo standard), avvenuta il 18 aprile del 1955, cinquant’anni dopo l’introduzione del quanto d’energia e del principio di relatività. Einstein innamorato, dunque, può essere letto con piacere se si è interessati all’Einstein scienziato e se si cerca un testo che non presenti difficoltà matematiche eccessive, ma sappia comunicare lo stato della fisica alla fine dell’Ottocento e il contributo del giovane Albert, e sappia proiettare uno sfondo storico in cui assistiamo alle guerre mondiali, al dominio nazista, al diffondersi del totalitarismo.
Sostenitore di un socialismo ingenuo, tipico degli scienziati che stentano a riconoscere il primato dell’economia e che sottostimano l’avidità umana, pacifista tentennante, non credente ma dotato di una spiritualità imprescindibile dalla sua concezione della realtà fisica, Albert Einstein è speciale solo come scienziato.
Se la teoria della relatività venne rapidamente accettata dalla comunità scientifica, anche attraverso il consenso dei più grandi scienziati dell’epoca, quali erano Max Planck ed Hendrick Lorentz, l’ipotesi del quanto di luce dovette attendere quasi vent’anni per essere riconosciuta, dopo che Robert Millikan, nel 1916, confermò la teoria misurando direttamente per la prima volta la costante di Planck. Con l’attribuzione del Premio Nobel, nel 1922, e con lo sviluppo della meccanica quantistica, Einstein ritiene di tentare, ancora da solo, una strada differente, alla ricerca di una teoria classica capace di spiegare la discontinuità quantistica e che facesse a meno del principio d’indeterminazione. Una strada che Einstein non riuscì a percorrere fino alla fine e che, oggi, è completamente abbandonata.
Einstein innamorato… ma il libro di Tennis Overbye, anziché soddisfare le nostre curiosità, a mio parere ne accende di nuove. Mi chiedo infatti chi sia Mileva Maric in Einstein, emigrata serba di buona famiglia, matematica, donna che fu immensamente felice e immensamente infelice, ragazza madre, sicuramente una persona complessa che dovette ingaggiare una dura lotta contro i propri tempi. Vinse? Fu sconfitta? Visse all’ombra di un grande scienziato, ma doveva certo possedere una propria originalità. Perché non pubblicare la sua bibliografia?

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